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Avvocati, politica e contabili

Questa domenica mattina, sfoglio dispacci d’agenzia dal sapore apocalittico. I sussurri di mercato diventano sentenze inappellabili. Il sipario cala, il panorama discografico e cinematografico muta volto. Netflix abdica. Paramount trionfa. Primary Wave si fa impero.

La resa di Netflix e il trionfo Paramount

Il colpo di scena archivia le fantasie di dicembre. Netflix incassa una faraonica penale di rescissione, abbandona il tavolo, lascia campo libero. Paramount Skydance sferra l’attacco letale, stacca un assegno da 110 miliardi di dollari, assorbe l’intero conglomerato Warner Bros. Discovery. L’acquisizione diventa legge, l’inchiostro sui contratti asciuga.

I master e i diritti di distribuzione globale di Purple Rain, Graffiti Bridge, Under the Cherry Moon e Batman sfuggono ai server di Los Gatos. Il progetto di aggirare i veti dell’Estate per resuscitare il noto documentario crolla. L’eredità visiva del genio di Minneapolis finisce blindata nelle casseforti Paramount.

L’ombra della Casa Bianca

Fermarsi alla superficie finanziaria significa ignorare l’abisso politico. David Ellison guida le danze, ma la linfa vitale sgorga dalle casse del padre Larry Ellison, co-fondatore di Oracle e alleato d’acciaio dell’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Un presidente che, sbugiardando le plateali promesse di pacificazione globale, trova il tempo e i missili per innescare un conflitto armato.

I padroni di Paramount padroneggiano l’arte dell’obolo. Mesi fa, l’azienda stacca un assegno da 16 milioni di dollari per chiudere una causa milionaria intentata dal presidente in persona. L’accusa? Aver montato in modo ingannevole un’intervista a Kamala Harris nello storico programma 60 Minutes durante la campagna elettorale. Una “penale” preventiva, versata sotto forma di donazione per la futura biblioteca presidenziale, atta a rabbonire le agenzie governative e ottenere il via libera alle titaniche fusioni aziendali.

Inghiottire WBD trascende il business dell’intrattenimento: significa annettere la CNN. Il colpo di spugna annienta un network avverso all’amministrazione in carica, piegandolo ai nuovi padroni. Il catalogo cinematografico di Prince annega in questo oceano geopolitico, dove il controllo dell’informazione planetaria oscura qualsiasi velleità artistica o restauro in 4K. La musica cede il passo alla propaganda?

Monopolio Primary Wave

Se Hollywood piange, la discografia trema. Primary Wave, custode del 50% dell’Estate di Prince, chiude la partita, sigilla l’acquisto di Kobalt Music Group. L’affare supera gli 1,5 miliardi di dollari, partorisce un colosso autarchico da 7 miliardi.

Primary Wave dismette i panni del mero fondo d’investimento, indossa l’armatura della major assoluta. Kobalt fornisce i condotti digitali: l’infrastruttura per rastrellare le royalty su scala globale. Primary Wave unisce il possesso del catalogo al dominio della distribuzione. L’azienda amministra le edizioni, traccia ogni micro-centesimo generato dallo streaming, gestisce le sincronizzazioni per film e spot. Decide luoghi, tempi, prezzi per piazzare Kiss o Sign o’ the Times. Il monopolio trionfa, i rubinetti dell’industria rispondono a un unico padrone.

L’ultimo veto?

In questo panorama a tinte fosche, risuona un ultimo sussulto d’orgoglio. L’Estate di Prince schiera gli avvocati, alza le barricate, vieta l’utilizzo dei brani di Prince per un imminente documentario celebrativo su Melania Trump. Un rifiuto netto, inappellabile. Eppure, assume i contorni del canto del cigno. Con Paramount padrona dell’eredità visiva e Primary Wave tramutata in major tentacolare, i guardiani di Minneapolis sparano l’ultima cartuccia. Domani, pronunciare quel “no” diventerà utopia. I nuovi padroni disporranno delle chiavi del regno.

L’amara nemesi

Insomma, riemerge una crudele nemesi storica. Prince consuma l’esistenza per scardinare le catene delle multinazionali, marchiandosi il volto con la parola Slave, reclamando a gran voce il controllo della propria arte. Innalza trincee discografiche per difendere l’indipendenza del creatore dal giogo dei burocrati, della politica e degli avvocati.

Oggi, il suo testamento spirituale e musicale brilla quale trofeo apicale di un tritacarne finanziario spietato. Il paladino della libertà artistica nutrirà le fauci della più smisurata concentrazione di potere mediatico e politico del secolo? E a noi, devoti seguaci, spetta il compito ingrato di contemplare le macerie di una rivoluzione, venduta al miglior offerente nei salotti dorati della borsa.

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Dalle bancarelle del Bloom alle strade di Minneapolis 

Oggi ho recuperato questo gioiello, “Pucker Up” dei Lipps, Inc., tra i banchi di un mercatino del vinile al Bloom di Mezzago. C’è sempre una magia particolare nel trovare dischi che hanno plasmato un’epoca in un posto così iconico per la musica dal vivo.

La copertina

Questo album è uscito nel 1980, esattamente sulla scia dell’incredibile successo di “Funkytown” (che era contenuta nel disco precedente, Mouth to Mouth, della fine del 1979). È il momento d’oro in cui il “Minneapolis Sound” stava per esplodere a livello globale.

Luogo leggendario

Dietro questo sound c’è il tocco di David Rivkin (noto come David Z) e la voce incredibile di Cynthia Johnson. La cosa affascinante? Entrambi erano amici d’infanzia di Prince. Sono cresciuti insieme nelle strade di Minneapolis, condividendo sogni e prime jam session, ma David e Cynthia hanno assaporato il grande successo commerciale un attimo prima di lui.

Curiosità su David Rivkin: Oltre a essere l’architetto sonoro dei Lipps, Inc., David è stato fondamentale per la carriera del suo amico Prince. È stato lui a registrare i primi demo di Roger Nelson e, anni dopo, avrebbe firmato come ingegnere del suono e produttore pezzi di storia come “Purple Rain” e “Kiss”. In pratica, il suono di Minneapolis che tutti amiamo è passato dalle sue mani.

Trovare questo vinile oggi è stato come chiudere un cerchio: dalla “Funkytown” degli anni ’80 all’atmosfera senza tempo del Bloom. 🎧🔥

Il retro

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2026?

Nell’ultimo numero della rivista musicale Mojo ci sono un paio di anteprime interessanti. Forse, l’anteprima è una sola, l’altra è più una supplica.

Stevie Nicks (ex Fleetwod Mac) dice che uscirà con un nuovo album dove ci sarà una canzone dedicata a Prince. “Eravamo amici” dice.

Mojo poi ricorda a tutti che nel 2026 saranno i 40 anni dall’ultimo album dei Revolution con Prince, cioè Parade. E si domanda se ciò che rimane nel vault di Prince sarà pubblicato quest’anno.

Anche loro stanno invecchiando con noi.

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Via dei Matti contro Prince

L’altra sera, Rai 3 ha trasmesso una puntata di Via dei Matti numero 0 (striscia feriale con Stefano Bollani e Valentina Cenni) dedicata, ispirata o inframezzata da racconti sulla storia musicale di Prince. In genere, la trasmissione è un’accozzaglia di musica con intermezzi da tv dei ragazzi anni ’70 e musicisti più o meno talentuosi che duettano con Bollani, l’ansioso pianista italiano. Cenni si occupa di cantare, raccontare qualcosa e tentare delle interviste, dove le risposte sono improvvisate, così come le domande. Bollani, poi, ha uno spazio per fare un po’ di SIAE, visto che spesso presenta i suoi brani. Brani talmente simili tra loro che viene nostalgia dei siparietti di Bellamà. L’altra sera, per l’appunto, è stato dedicato uno spazio a Prince, che poteva essere uno spiraglio in una televisione che tende a evitare il musicista di Minneapolis. E invece no: è stata una mezz’ora desolante. Tra i musi alla Topo Gigio di Bollani, che maltratta senza pietà un povero pianoforte, e gli inutili accenni alle stranezze di Prince, persino Cenni, che di solito sembra provenire da un pianeta dove le Nazioni Unite funzionano e non ci sono guerre, sembrava in imbarazzo di fronte agli entusiasmi di Bollani, tanto da apparire più misurata.

Qui i due mentre cantano un brano che a un orecchio poco attento ricorda Purple Rain.

Detto ciò, la Rai può trasmettere qualsiasi cosa, a noi il compito di criticarla.

Traduzione

Era uva senza semi?

Quando Shaq ha incontrato Prince in Minnesota nel 1994.
L’incontro, raccontato nel libro “Shaq Talks Back” del 2001, è avvenuto durante il weekend dell’All-Star Game NBA del 1994 in Minnesota, alla sua seconda stagione nel campionato.
L’All-Star Game era già un parco giochi per le stelle nascenti: feste ovunque, celebrità che si mescolavano ai giovani talenti e flash delle macchine fotografiche che scattavano senza sosta. Il grande giocatore degli Orlando Magic si inserì perfettamente in questo contesto. Ma quel fine settimana avrebbe segnato un punto di svolta nella sua carriera.
Prince era in città per il suo leggendario concorso “The Most Beautiful Girl in the World”, che si tenne al Glam Slam North, all’interno dello storico Wyman-Partridge Building.
Il giovane O’Neal, desideroso di fare bella figura quella sera, salì al piano superiore dopo essere stato invitato da qualcuno dell’entourage di Prince e si ritrovò in una scena che sembrava uscita da un film hollywoodiano.

Prince aveva le ragazze più belle che avessi mai visto in vita mia: gli davano da mangiare l’uva, gli pettinavano i capelli, gli curavano le unghie dei piedi. Tutte guardavano solo Prince. Non mi guardavano nemmeno… C’erano anche delle ragazze che facevano da manichini, rimanendo immobili per tutto il tempo. C’erano lui e una ventina di ragazze che gli davano da mangiare l’uva

ricorda Shaq nel suo libro.

Tradotto da qui