blog · Mostra Dopo La Pioggia

Prince non era il nome d’arte, asino!

Oggi è una delle mie giornate in stile Salieri. Mi riferisco al musicista italiano, che inaugurò la Scala con una sua opera, e che nella mia mente è l’archetipo del frustrato.

Oggi immaginatemi così:

Salieri interpretato da F. Murray Abraham in Amadeus.

Perché sono Salieri oggi?

Mi ritorna la frustrazione che ogni tanto fa capolino come blogger, fan di Prince e piccolo medio autore. Mi invento nuove strade di comunicazione per poter raggiungere le èlite italiote, che mi usano e non mi cagano. L’ultimo caso è rappresentato da una recensione che una sorta di giornalista/fan (che chiamerò il Gino) ha scritto sull’ultimo Deluxe distribuito da Prince Estate. Sto parlando di Sign ☮️ The Times; poco dopo avere pubblicato la recensione su un noto sito, mi ha mandato privatamente il link per capire cose ne pensassi. Lusingato, anzi lusingati, da questa proposta, ci siamo messi subito al lavoro per vedere cosa c’era scritto. Eccitati anche dal fatto che raccontasse Sign ☮️ The Times – Deluxe Edition 10 giorni prima della sua uscita.

Non farò nomi, per carità del sacro cuore della protettrice del Lago Minnetonka, ma la recensione aveva degli strafalcioni da urlo, che la Franca Falcucci – fosse viva – segnerebbe con la matita blu. Quello che ancora oggi ricordo (e che più che uno strafalcione è un insulto a Prince e alla sua vita) è Prince era il suo nome d’arte.

Prince non era il suo nome d’arte

Te lo vuoi mettere in mente?

Non solo è un insulto a Prince Rogers Nelson, ma alla madre che l’ha messo al mondo, al padre che suonava nel Prince Rogers Trio e che era soprannominato Prince. E pure la Warner, se vogliamo, se la potrebbe prendere. Prince s’era scritto slave sulla guancia, così, per sfizio secondo te?

Per fortuna la recensione, che i più attenti sapranno ritrovare, è stata poi passata al setaccio da diversi gruppi di Facebook, che ne hanno trovato altre incongruenze, tipiche di un recensore che crede di conoscere tutto, ma che alla fine non conosce nulla.

Va bè, a monte.

Io ho fatto la mia parte, e ci siamo divertiti a leggere quali curiose reazioni su Facebook aveva creato la recensione. Ammetto che avevo partecipato volentieri sapendo che eravamo alla vigilia della nostra mostra fotografica “Dopo la pioggia” e contavo che il Gino avrebbe ricambiato il favore scrivendo due righe su di noi. Mi bastava anche un post su FB, un tweet o un instagram. Non chiedevo un’intervista a Radio 24, o una puntata di un podcast su Audible, per dire. Ma niente. Io mando una piccola cartella stampa in giro e aggiorno il Gino sulle nostre vicissitudini (covid, photofestival). Lui mi fa qualche promessa, ma niente. Nessun articolo. Tantomeno passa a vedere la mostra. Se lo fa, non si palesa.

Morale: il Gino non è venuto, non ne ha parlato, quando ha avuto bisogno ci ha contattato, quando noi avevamo bisogno di lui, lui se l’è data a gambe.

Simpatico, vero?

Passano i giorni e il nostro tempo sotto la metropolitana di Porta Venezia finisce. Smontiamo il tutto e torniamo a casa con le nostre bellissime (provate a dire il contrario 😡) stampe. In attesa della prossima occasione, ci sediamo sul divano dove avvengono la maggioranza dei nostri briefing a base di Oreo e 1936 e ripensiamo alle 10 cose che abbiamo imparato da questa mostra. Beh, il Gino non lo invitiamo più.

blog · Manca sempre uno per fare trentuno (ventuno)

Ultima Canzone

Un estratto dal mio nuovo libro: “Manca sempre uno per fare Trentuno (Ventuno)”

Se siete come me vi sarà capitato di confrontare la vostra vita con quella di Prince. Provo con un esempio. Nato nel 1958, Prince pubblicò il suo disco più innovativo nel 1982, a 24 anni. Il tour che lo portava in giro avveniva mentre scopriva le sonorità new age. In quel periodo intorno a Prince giravano una moltitudine di ragazze, due tipo Jill Jones e Vanity.

Di sicuro tu sembri il mio maestro, dice Vanity.

Sono stato chiaro?

A 24 anni, anzi a 23 e qualche mese, iniziavo a lavorare come programmatore in una piccola società sgarrupata della Bovisa. Negli anni novanta, la Bovisa era conosciuta per due cose. Era il quartiere di Milano che aveva dato i natali a Osvaldo Bagnoli, allenatore campione d’Italia con il Verona, e tra le strade ospitava i laboratori del Teatro alla Scala. In Bovisa (o alla Bovisa, mai capito come si dicesse) c’ero finito perché Marco F., amico interista di San Donato, già ci lavorava e mi aveva detto che cercavano un programmatore. Io, che mi agitavo con i computer fin dall’età di 13 anni, non persi tempo e gli mandai il curriculum pieno zeppo di linguaggi di programmazione. Fortran, Basic, Cobol e Rpg su As 400. Pensavo che più cose scrivevi di saper fare, più avevi probabilità di essere chiamato a lavorare. Non era e non è proprio così. Più cose sai fare, più i colleghi ti danno cose da fare, così loro hanno tempo per farsi i cavoli loro. Così capitò anche in Bovisa, dove Marco F. non mi raccomandò, anzi prima che potessi andare a fare il colloquio, Marco F. aveva già dato le dimissioni e finì a lavorare per gli ex soci e concorrenti dei miei futuri capi. La morale fu che mentre Prince a 24 anni pubblicava 1999 e inseguiva una piccola Corvette rossa (e non solo quella), io inseguivo la 92 in piazzale Caiazzo per scendere in Piazza Bausan. Feci tre mesi con il contratto di formazione e dall’aprile 1994 iniziai la mia professione. Il primo maggio, Ayrton Senna moriva a Imola. Che di Formula Uno non mi è mai interessato molto, ma fu un avvenimento di quei giorni.

Amedeo Fernandino di Savoia era il terzo genito di Vittorio Emanuele, nacque nel 1845 e, dopo le insistenze del Generale Prim – capo dei rivoltosi spagnoli – e l’autorizzazione del padre, divenne il Re della Spagna. Aveva circa 25 anni quando partì da La Spezia il 26 dicembre 1870. Quando sbarcò sul suolo spagnolo lo raggiunse la notizia della morte del Generale Prim, suo sponsor. Rimase Re di Spagna fino a febbraio 1873, dopodiché in Spagna tornò la Repubblica e lui ripartì per l’Italia.

Mi piaceva programmare. Era il mio luogo sicuro. Non dovevo relazionarmi con nessuno. Nessuno mi aveva mai raccontato e spiegato come dovevo vivere in mezzo alle persone, ma avevo imparato da solo la lingua dei computer. Uno o zero. Vero o falso. Nessuna sfumatura di grigio. Quando qualcuno si avvicinava, con qualsiasi intento, lo allontanavo con quella dose di ironia e cinismo, il primo ereditato da mio padre e il secondo da mia madre, e che avevo già visto impiantato nel chip di mio brother.

Non sono mai stato un ribelle; non avevo nessuno da cui ribellarmi. Ho sempre vissuto a margine di tutto e tutti. Vivevo in una sorta di silenziosa apparenza che mi era stata insegnata per non disturbare lo status quo. Ero in un deserto di ispirazioni e cercavo l’acqua da cui capire che strada prendere, ma le coppie erano già state fatte e nessuno mi pescava. Mi è capitato altre volte nella mia vita. Rimango da solo, perché le altre non tradiscono i propri compagni per l’ultimo arrivato. Ed è un circolo vizioso; tiri fuori la tanto agognata resilienza, che sarà la tua compagna fino alla fine dei tuoi giorni. Ti permetterà di sopravvivere, ma mai di vivere in pieno i tuoi giorni.

Iniziai a lavorare con Marco C.; Marco era alla mano, simpatico e burlone. Fatturava, fatturava e fatturava. Dava da mangiare ad almeno 10 famiglie con il suo stile tra Pozzetto e il Berlusca. E trascinava con le sue spalle tutta la banda. Grosso era grosso, ma aveva fatto solo le medie. Aveva iniziato a lavorare subito e le aveva provate tutte. Era nato programmatore e – un pezzetto al giorno – un venditore. Il mercato dell’informatica si era spostato dall’hardware al software e lui (con altri soci e amici) si era comprato la società per cui lavorava. Quando faceva i programmi non trascorreva un minuto per fare l’analisi dei requisiti dell’utente. Lui era i requisiti dell’utente. Con Marco mi trovavo bene; lui era il commerciale e io il programmatore. Io costruivo i programmi che lui presentava al cliente. Almeno fino a quel giorno quando, senza avvertire noi poveri manovali, le grandi menti laureate della società decisero che si cambiava tutto; sarebbe arrivato un nuovo responsabile dell’area programmazione. Avevo fatto l’errore di confidare a qualcuno che mi trovavo bene in quella società, perché avevo tempo per fare lavori di qualità. In fin dei conti l’avevo detto solo per far contento Marco, ma venni punito. Iniziai a lavorare con un certo Ciccio (nome di fantasia). Un violento (a parole). I miei colleghi festeggiarono quando videro che Ciccio aveva trovato la sua vittima. Pensavano di averla fatta franca. Tanto Marco era un capo affabile e generoso, quanto Ciccio era un capo irritabile ed egoista. Tanto Marco era intelligente, quanto Ciccio era uno stupidotto, facilmente aggirabile. I clienti di Marco erano difficili da conquistare, perché Marco sapeva farci, sempre. Non perdeva un colpo. Era disponibile, attento e concentrato sulla soddisfazione dei clienti (un antesignano della metodologia Agile), mentre Ciccio era egocentrico. Girava per gli uffici dei clienti con la sola idea di mostrare quanto fosse figo e avesse una risposta per tutto. Aveva un’auto sportiva americana, di colore verde acceso. Forse una Chevrolet. I ricambi di questa auto in Italia non c’erano. Ogni volta doveva farseli mandare dall’estero. Senza internet o il mercato unico europeo di oggi, trascorreva giorni in ufficio a fare ‘ste cose. Alla fine, acquistava ricambi falsi dimostrando di non avere il fegato per mantenere uno stile di vita che non gli apparteneva. Nel frattempo io diventavo il riferimento dei suoi clienti; i clienti non potevano credere ai loro occhi: avevano davanti una persona normale, io, dopo che per anni erano stati seguiti da un fantoccio come Ciccio. Facevo tutto da solo. Grandi telefonate e molti viaggi presso i clienti. La piccola azienda, allora, non ci dava un portatile per lavorare. Tutti i capi, tranne Marco a cui non servivano protesi tecniche per fatturare, fatturare e fatturare, avevano il computer portatile. E pure Ciccio. Il portatile era già un piccolo status symbol. Così come il cellulare di prima generazione, che veniva puntualmente clonato. Ciccio aveva il set completo: computer portatile, auto sportiva e cellulare. Aveva anche una fidanzata (che poi l’avrebbe tradito).

A Ciccio non mancava nulla, ma alla vita non interessa cosa hai, interessa chi sei. Come quel giorno quando dovevamo andare da un cliente in Via Torino. Una piccola società di tessuti, con la fabbrica in provincia di Milano. Per andare da questo cliente, che era in centro, bastava prendere un tram che partiva dalla Bovisa e che fermava dietro a Piazza Duomo. Poi due passi ed eravamo arrivati. Quasi da capolinea a capolinea. Saliti sul tram, non avevo nulla da fare, ma parlare era impossibile, perché Ciccio faceva solo monologhi. Sempre in competizione; se tu avevi scalato l’Everest, lui aveva scalato una montagna più alta e prima di te. Quel giorno, per fortuna, doveva lavorare al computer. Tirò fuori il portatile, credo un Texas Instrument (che divenne Acer nel 1998), e lo accese, mettendo la mano sopra le casse, perché sapeva che il suono di accensione di Windows di 95 (il jingle di Brian Eno registrato con un Mac) avrebbe svegliato l’intero tram. Lui lo configurava sempre al massimo del volume, per non passare inosservato. Mentre mi godevo questa scena come l’ennesima sceneggiata di un personaggio curioso – cosa avesse mai da fare in quel viaggio di 15 minuti che ci aspettava lo sapeva solo lui – il tempo passava e il tram si avvicinava a Piazza Duomo; il pc divenne operativo solo quando arrivò il momento di scendere. Accenderlo non era servito a niente, tranne mostrare che lo possedeva.

Un altro giorno Ciccio raccontò come l’auto rappresentasse per l’uomo un prolungamento del pene, sottolineando il fatto che lui guidasse una macchina sportiva americana – mentre io gli rispondevo ad alta voce che per lo stesso motivo prendevo tutti i giorni l’autobus, la 92. I miei colleghi ci ascoltavano e ascoltavano i miei racconti, accorgendosi che gli equilibri tra me e Ciccio erano cambiati. Lui non era più l’egocentrico e unico proprietario della verità assoluta, perché c’era qualcuno che aveva capito come trattarlo e quello ero io. In quel momento diventai un pericoloso pretendente alle posizioni di potere della piccola società e venni preso di mira. Battute del tipo: chi va con lo zoppo, impara a zoppicare avevano come unico obiettivo abbassare le mie pretese. Pretese che non c’erano, perché io volevo solo lavorare nella musica. Scrivere.

Mentre Prince stava lottando la sua battaglia contro la Warner, io rincorrevo in una sorta apnea questi umanoidi. Mi insegnavano molto, per carità, ma la paga era ridotta. Avevo iniziato a un milione e tre (circa 1.070 euro oggi secondo l’Istat), ma alla fine della mia esperienza avevo raggiunto due milioni e mezzo (circa 1.700 euro oggi, sempre secondo l’Istat). Chi inizia a lavorare oggi provi a fare il confronto e poi mi dica se le cose sono cambiate. Con queste cifre non andavo da nessuna parte. Non potevo comprare casa a Milano. A quel tempo il destinatario degli sforzi non ero io. Potevo impiccarmi con un affitto, ma non avevo quel coraggio: se paghi un affitto tanto vale che fai il mutuo, mi dicevano tutti. Qui bisogna vincere al Totocalcio disse un giorno mio papà. Intanto, io continuavo a scrivere musica.

Ciò che mi ha sempre salvato dalla depressione che ogni tanto sbucava nella quotidianità era la mia voglia di imparare. Potrei chiamarla curiosità. Quella cosa che ti permette di entrare nel circolo virtuoso riconosciuto anche da Skande: studiare quotidianamente, applicare le proprie idee, misurarne l’efficacia per ottimizzare la comunicazione successiva, incrementare un seguito che ti apprezzi e, infine, sviluppare una sensibilità nei confronti delle esigenze del pubblico e dell’evoluzione degli strumenti. Nel lavoro ero così, sempre attento a imparare qualcosa. Sia che fosse uno soft-skill o un tecnicismo. Non lo sapevo ancora, ma già applicavo il Ciclo di Deming. Si tratta di uno strumento per il miglioramento continuo formato dalle fasi Plan (pianifica) Do (fai) Check (verifica) Act (agisci). Guardavo gli altri, prendevo spunto, controllavo come finivano le cose e (se necessario) cambiavo qualcosa. Il mio obiettivo era di non creare casini. Fare in maniera che le cose continuassero lisce, così avevo anche il tempo per farmi dei sani cavoli miei.

La musica sembrava la mia sola vita reale, ma la musica rischia di essere una vita parallela. Si tratta di una realtà che potrebbe non avere punti in comune con la quotidianità. Quando si va a un concerto si entra in una dimensione creata dal musicista. Chi fa musica deve per forza sottrarsi dai doveri di qualsiasi persona. Eppure deve sapere anche come tirare avanti la baracca. Qui sta la bravura dei manager. O la bravura di chi si mette in ballo da solo, come avrei voluto fare. Ispirandomi a Prince e stando dentro queste dinamiche. Prince – grazie al successo e a un talento fuori dal comune – costruì in mattoni un luogo dedicato a questo mondo parallelo e che aumentava la realtà che lo circondava. Paisley Park è tutto questo, il sogno e la realtà. Io avrei voluto costruire la mia piccola Paisley Park, anche solo nel mio cuore. La mia cameretta divenne presto il mio studio, il Palatium Studio. Il nome Palatium mi rimase in testa quando studiai la vita di Carlo Magno.

Carlo Magno stabilì il suo il centro del potere non a Roma, bensì ad Aquisgrana, in territorio germanico. (…). L’intero complesso venne denominato da Carlomagno il suo “Palatium” esattamente come il colle a Roma, sede dell’imperatore romano. 

Scrivevo i crediti dei miei dischi fantasma sui numerosi bloc notes che mi circondavano. In uno stato di semi-coscienza provavo anche a gettare le basi dei miei testi. Spesso onirici o fantastici, raccontavano qualcosa che non c’era. Come questo brano intitolato Ultima Canzone. Un brano che ho scritto (testo e musica) nel 1998 e che un paio di anni fa ho mandato al mio amico Mark Balma. Lui l’ha rivisto così.

Il lavoro era in un vicolo cieco. Per quanto mi piacesse programmare, l’inutilità delle cose che facevamo era palese: gli anni passano e un giorno tira l’altro, ti trovi nella pigrizia di un lavoro poco redditizio – cantavo. D’estate non stavo più a casa e partii per il terzo viaggio negli USA: le scrivi cartoline da ogni posto che incontri e cominciano a scricchiolare anche i migliori sentimenti – sempre dal testo della canzone. Di ritorno dagli states venni accolto da una novità: ora che non ci sono più sguardi per il mio, ti racconto la storia che mi sono meritato io – infine scrissi e cantai.

Questa canzone di più di 20 anni fa ha avuto, come le altre mie cose, una strana traiettoria. L’ho tenuta in archivio per così tanto tempo, ma quando ho deciso che avrei chiesto a Mark Balma di fare musica con me – un passo non semplice – è stato uno dei primi brani che ho pensato di mandargli. Mark è genuino, schietto e istintivo. Fa il pittore e il musicista. Abita in Minnesota. Di origini italiane, piemontesi, l’abbiamo conosciuto nel 2016, quando decidemmo di acquistare una sua stampa con un ritratto di Prince. Mark è dotato di un talento artistico enorme, l’unica persona che posso definire con la parola Artista, per come vive e vede la vita. Come si dice: quando si è del mestiere si riconoscono i talenti altrui. E lui è così. Quando vede qualcosa nell’aria o sente qualcosa nella musica allora si muove. Con un tocco magistrale, lavora carpendo le idee che girano e rielaborandole secondo il suo filtro. Ecco, lavorare con Mark è bello, perché quello che fa è il risultato della sua esperienza. Lavori con lui, ma sei in compagnia di Pietro Annigoni, Leonardo da Vinci e Bob Dylan. Le sue passione sono ciò che l’hanno formato.

Io e Mark (Marco) Balma nel suo vecchio studio. Uno dei giorni più belli della mia vita. Foto by Giovanna.

Quando ha finito di lavorare a questa canzone era mattina: vivendo nel mid-west, per lui era passata la mezzanotte; me l’ha mandata mentre uscivo per andare a lavorare. Pendolando come capita a me, con gli strumenti offerti da 3nord, non potevo ascoltare il risultato del suo arrangiamento. E poi ero nervoso. Per la prima volta, a quasi 50 anni, c’era qualcuno che trattava seriamente la mia musica. Mi sembrava di essere dentro a un sogno. Non volevo ascoltare il brano per paura che questo sogno finisse. Come quando ero uno sbarbato e non parlavo con la ragazza che mi piaceva, perché avevo paura che mi rimbalzasse. Sì, va bene, quando sei più largo che alto, stempiato e con i denti storti, ci sono buone probabilità che ti rimbalzino, ma questo era il mio lato sognatore, che faceva fatica a uscire. Quella mattina neppure pensai di mandargli un messaggio per ringraziarlo. Tant’è che verso mezzogiorno – ancora notte da loro – ci scrisse la sua compagna per dirci che Mark era irrequieto, perché voleva sapere com’era andato il suo contributo. Era come con quegli animali che ci fanno paura, ma che poi scopri più impauriti di noi. E così, se io ero spaventato dal poter lavorare con un vero musicista e artista che stava trattando la mia musica con i guanti bianchi, lui era preoccupato di capire come avrei risposto alle sue idee. Come si sente dal brano, il suo lavoro fu splendido, sia perché con gusto aveva saputo riprendere la mia melodia (e trasformarla in un brano d’atmosfera, mentre io, chissà perché, pensavo a qualcosa di più rumoroso e rock), sia perché ne aveva curato la produzione. Oltre ad averci suonato dal vivo batteria, basso e chitarra, aveva mixato il brano e l’aveva passato a dei professionisti del mastering di Los Angeles. A conti fatti, quando ho saputo queste cose ho realizzato che il lavoro era diventato non solo un riconoscimento delle mie capacità come autore (e perfino come cantante), ma pure un brano che era stato prodotto. Mark Balma era il mio Rick Rubin.

Qualche tempo dopo ho fatto ascoltare in giro il brano, perché il sogno continuava e, malgrado le realtà quotidiane che mi stavano inseguendo, non volevo farlo finire. Ma un giorno è successa una cosa curiosa che un po’ mi ha spento l’entusiasmo. In questo tour virtuale che stavo facendo fare del brano prodotto da Mark, ho girato il link di soundcloud a un amico, semi-autore di libri, una sorta di collega a cui piace inventare delle cose. Quando ha sentito il brano mi ha fatto fare un salto nel passato. Un salto a quando ero sbarbato e facevo ascoltare i miei brani (oggi si direbbe inediti) in famiglia e agli amici. Quando qualcosa era indovinata la prima reazione era: l’hai rifatta bene. Il sottinteso era: tu non sei capace di fare qualcosa di bello. Se qualcosa che hai prodotto è bello da ascoltare allora significa che l’hai copiato. Senza entrare nei discorsi legati all’ispirazione e alla traspirazione, venire giudicato bravo a fare qualcosa solo quando la si rifà all’inizio è piacevole, ma ben presto si rivela una tomba. Lo scambio di battute con questo amico fu simile:

– ho ascoltato il brano
– grazie, cosa ne pensi?
– hai scritto tu le parole?
– sì
sulla musica di Balma…
– no, la musica è mia. Il brano l’ho scritto tutto io, testo e musica, negli anni 90…

Silenzio di ghiaccio, con quella brutta bestia che è il dubbio di non essere in grado di fare qualcosa del genere, che male mi fa. Se potessi tornare da me stesso a 20 anni gli direi: vai avanti per la tua strada. Si vive una volta sola. Guarda queste persone che hanno dedicato la vita al nulla, invece tu hai la possibilità di fare qualcosa di bello. Fallo. Insisti, non fermarti alla prima delusione. Non rimanere scottato da qualche gelosia.

Un giorno sarebbe arrivato il mio Mark Balma. Tutti hanno un Mark Balma nella loro vita.

Questo dialogo infelice non sarebbe mai successo con Mark e la sua compagna Paula. Quando si è negli Stati Uniti d’America è contagioso fare dei complimenti agli altri. Qualsiasi operazione che preveda l’iniziativa personale è apprezzata automaticamente. Riceve un riconoscimento di default. Invece in Italia la prima cosa da fare è bloccare gli entusiasmi. Non ne parliamo se poi cerchi di trovare una spalla dai tuoi genitori, che magari si ritengono in competizione con te e non vogliono che tu li superi dei loro presunti successi.

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Isole

Finalmente su Netflix un film italiano che vale la pena guardare. Si chiama L’incredibile storia dell’Isola delle Rose. Racconta il percorso dell’isola artificiale costruita alla fine degli anni 60 al largo delle coste di Rimini. L’ideatore è un ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, frustrato dall’impossibilità di vivere in una società più aperta alle sue innovazioni strampalate, ma funzionanti e che alla fine decide di costruire un suo stato. Una nazione vera e propria su una piattaforma al di fuori delle acque territoriali italiane con francobolli, valuta e passaporti. La fama dell’isola si allarga presto e diventa un luogo di incontro, di svago e contro-cultura per i giovani dell’epoca. La storia coinvolge, perché ci si immedesima nella sua battaglia idealista contro lo status quo, rappresentato da uno stato cattocomunista che cerca in tutti i modi di evitare un pericoloso precedente (nel film la parte più godibile è la narrazione politica, con gli scambi tra l’allora primo ministro Giovanni Leone e il suo ministro dell’interno Franco Restivo).

Per caso, considerando anche a chi è dedicato questo sito, la storia dell’Isola delle Rose ricorda lateralmente la storia del parco cachemire (Paisley Park 😂)? Paisley Park fu l’Isola delle Rose di Prince. Gli studi di Chanhassen sono stati la nazione autonoma dove governava (o imperava) Prince. La sua moneta erano le canzoni. Il passaporto erano i suoi concerti. Chi era il grande nemico di Prince, che nel film dell’Isola delle Rose è lo stato italiano? Forse gli stereotipi. Le categorie musicali e sociali. La disco e il rock. Per Prince non esistevano confini, non c’erano acque territoriali. Come gli uccellini che migrano sopra le nostre teste, impavidi dei confini, della Brexit e guidati solo dall’istinto. Lo stesso istinto, o gut (la pancia degli inglesi), che tracciava la strada della musica di Prince. Che gli intimava di rimanere chiuso a Paisley Park, senza contatti con l’esterno.

All’inizio della storia di Paisley Park, lo dimostrano le perle che stanno uscendo (per fortuna) dal Vault, il mondo di Prince era in battaglia contro il mainstream, rimanendo nel mainstream. Diventando il mainstream. Anche Prince incontrò il successo, riuscendo a rimanerne di fuori. Era la musica il suo strumento principale. Oggi i musicisti non fanno concerti perché mettono in piazza tutta la loro vita con i social. Prince sapeva o voleva misurare le parole, buttando lì delle fandonie per interessare il pubblico tipo quella che era di origine italiana. O la sua preferita, cioè che ogni tournée era la sua ultima tournée.

Adoravo la sua capacità di isolarsi a Paisley Park e di chiudere i rapporti con gli estranei, ampliando peraltro a dismisura la definizione di estraneo. Il suo solo obiettivo era produrre canzoni. Esplorare mondi musicali e implorare le donne nelle sue canzoni. Chissà, forse anch’io mi sono fatto un’immagine ideale di Prince, costruita su quello che so, che non è detto che sia vicino alla verità. Ma queste sono le regole del gioco dove è necessario avere il pathos della distanza. Non ti dovevi e non potevi avvicinarti troppo a Prince. E questo valeva – ovviamente – per i fan e anche per i cosiddetti esperti giornalisti.

Prince fu attratto dai social. Aveva un account di twitter dove scriveva post che poi cancellava. Un account su Instagram, dove Prince poteva mostrare la sua passione per la fotografia, che presto venne ribattezzato Princegram. Qualche sprazzo di streaming in diretta e un account su Facebook dedicato a lui con le ragazze, le 3rdeyegirl.

Prince non voleva raccontare la quotidianità come fanno i cantanti di oggi. Nessuna Emily che gli gestisse gli account dei social, Prince aveva rivisto alla sua maniera i social, per non cadere nella trappola dell’uniformità (e della falsa intimità). I cantanti dei giorni nostri usano i social per farsi e fare pubblicità. Lo fanno in maniera esplicita. Oramai, è un vizio comune. Su linkedin trovi decine di persone che intendono dare una mano agli altri, manco fossimo tutti la Croce Rossa, con annunci tipo: aiuto le persone e le aziende a crescere. Sono forme astute per vendere un servizio senza sembrare dei commerciali. Non so voi, ma io in giro vedo solo persone che, giocando sul cellulare alle gemme, cercano di tirarmi sotto mentre attraverso la strada sulle strisce pedonali (mi è capitato veramente). Altroché aiutare. Un post ci può dare uno spunto. L’idea per un libro e per fare un lavoro, ma non sarà un social che ci aiuterà a studiare per quel lavoro o a trovare gli soft skills necessari per farci largo nella giungla degli open space. Ipotizzo, quindi, che l’uso dei social sia principalmente un’attività di marketing. Come se ognuno di noi sui social avesse, che so, un negozio di abbigliamento e volesse avvertirci quando fa i saldi. Con questo non dico che sia illegale, tutt’altro. Dico che certe cose dovremmo trovarle dentro di noi. C’è questo libro di Pietro Trabucchi intitolato Perseverare è umano, che intende diffondere le soluzioni trovate dagli sportivi a persone normali come me. Il problema è che è più semplice guardare una storia di Instagram, comprare un gratta e vinci e sperare nella fortuna per fare il salto in avanti. Tutte cose che faccio io. Ma George Bernard Shaw diceva La libertà significa responsabilità. Significa anche impegno e resistenza. Se potessi tornare da Simone di 30 anni fa gli direi di tenere duro e continuare a fare musica, di non ascoltare gli altri, non cedere alle sirene di un lavoro qualunque da lunedì a venerdì, con le ferie pagate. Oramai è andata così, ma mi rimane questo ultimo tratto di strada da percorrere (insieme a voi, se vi va).

La musica bellissima (di Prince) che ci accompagna e ci ha guidato fino ad oggi ce la siamo andati a cercare. Non era nascosta tre le storie di Instagram. Era tra le fresche frasche dei nostri inverni solitari. Avevo nel cuore e nella mente il funk. Non so perché, ma so che ho sempre amato il ritmo funk. E allora come fu che mi avvicinai a Prince? La curiosità di trovare qualcosa di nuovo, girando tra le radio e le televisioni di allora. Non conoscevo la sua storia, che non poco mi stupì quando lessi la biografia A Pop Life. Poi un giorno ebbi la conferma da mio fratello che, sentendo due cose della colonna sonora di Batman e sfinito dalla mia passione per i Pooh, mi parlò bene di Prince. Con Graffiti Bridge stavo girando sulla vecchia Cassanese quando un Dj alla radio disse: se vi piace il funk dovreste comprare l’ultimo album di Prince.

Ed eccoci qua.