Manca sempre uno per fare trentuno (ventuno)

Il prezzo di riscrivere Prince

Chi di notte coltiva la passione del sax
sappia che i condomini non masticano il Jazz
Chi rincorre in pigiama ideali à gogo
vedrà che rebelot
link

…ero pronto a darvi in pasto le mie nascoste abilità musicali per fare un’analisi dell’album Timeless, brano per brano. Odio le recensioni fatte poco dopo l’uscita di un lavoro, ma non mi parlate di quelle scritte prima dell’uscita di un album, redatte con il copia-e-incolla delle note stampa delle case discografiche. Nella mia piccola realtà di provincia mi sono risvegliato nel sogno di un album di Prince, immerso nell’incubo della fredda realtà che arriva da Chanhassen.

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Manca sempre uno per fare trentuno (ventuno)

il cappuccino di soia del 25 agosto 2026 (1)

tratto dal libro Manca sempre uno per fare Trentuno Ventuno

Se leggessi nel futuro, ve lo giuro, qualche cosa inventerei…
Fossi bello e un po’ discusso, starei spesso sulle pagine di stop…
Se per sbaglio fossi santo, un miracolo ogni tanto per salvare i fatti miei, lo farei link

…a poco dall’uscita del nuovo album di quasi inediti di Prince dal titolo Timeless, mi sta correndo lungo la schiena la paura che siamo di fronte al solito buco nell’acqua: brani semi-sconosciuti, incartati, scartati, spezzati e che lasceranno presto il posto alle cose già conosciute e amate. Ve lo ricordate Welcome 2 America? Quante volte l’avete ascoltato, dite la verità. Era qualche estate fa, il 2021, e volevamo essere utili alla causa, perciò avevo pubblicato più di qualche spezzone di articolo del web, tant’è che qualcuno di voi mi aveva scritto: ahò, non vedi l’ora che esca questo nuovo album?! e invece non l’abbiamo manco acquistato per la nostra collezione.

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Manca sempre uno per fare trentuno (ventuno)

Canta Tu

Tratto dal mio libro: “Manca sempre uno per fare Trentuno (Ventuno)”

Nel 1989 nella mia vita c’era solo la musica. C’era solo scrivere canzoni e suonarle. Avevo separato le mie strade dall’amico che voleva suonare con me e ne avevo trovato un altro che sembrava avere tutte le caratteristiche per diventare la mia principale ispirazione: Prince. Di Prince non m’interessavano molto le escursioni erotiche, le conquiste femminili o le immagini effeminate che trascinava con se. Mi interessava il suo modo di approcciare lo strumento musicale, quale che fosse. Avevo una sensazione: Prince aveva già capito tutto e poteva insegnarmelo.

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Manca sempre uno per fare trentuno (ventuno)

Questi sono i giorni del selvaggio

Tratto dal libro: “Manca sempre uno per fare Trentuno (Ventuno)”

Dopo il fallimento della sbornia pop dei primi anni 90, Prince aveva deciso di tornare a fare una musica più cruda. Più simile a un chissene. Con Diamonds and Pearls aveva inseguito i voleri degli avvocati della Warner e in termini di crana qualche risultato l’aveva ottenuto. Una maggiore presenza nei media con conseguente successo nelle classifiche. Nuovi collaboratori, forse più prolifici, ma meno di talento. Levi Seacer Jr sapeva il fatto suo quando venne assunto a tempo pieno come direttore musicale e autore, ma l’effetto globale sulla musica di Prince era sconcertante per quanto fosse diventata banale e ripetitiva. Solo quando Prince tornava a gestire le cose in prima persona si sentiva che le note uscivano dal suo apparato dirigente, altrimenti avevano qualcosa di stantio, di già sentito e (a volte) di inutile. Diamonds and Pearls era sempre con me. Avevo ottenuto un lettore cd portatile e non uscivo mai senza. Saltavo alcune tracce, Prince ti chiedo scusa, ma chi non l’ha mai fatto? Intanto leggevo la biografia A Pop Life e mi domandavo: «ma mentre Prince faceva Purple Rain, 1999 e Dirty Minds io dove ca**o ero?»

Con la musica di Prince c’era la netta sensazione che arrivasse direttamente dalla sua camera da letto senza finestre. O dal suo intestino. O dalla sua pancia. Non c’erano filtri. Paisley Park era diventato il luogo dove la creazione aveva inizio e grazie agli strumenti elettorali che si usavano all’epoca veniva trasportata a casa mia. Nella mia cameretta io lo ascoltavo e come in un messa di mezzanotte abbracciavo le cuffie sulle mie orecchie chiudevo gli occhi e ero lì con lui sul palco di Glam Slam. Guardami negli occhi Prince. Non avevo a disposizione la rete per capire queste cose. Oggi ho troppe informazioni e dimmi cosa è vero.

Negli anni 90, l’ho già raccontato?, passavo in rassegna tutti i negozi di cd di Milano per trovare remix ed edizioni speciali. Tre volte all’anno si materializzavano i crucchi a Novegro e ci vendevano le dosi della droga, cioè i bootleg dei concerti. Finì così che mi ritrovai tra le mani il Minneapolis 1994, il nastro l’ho consumato a forza di ascoltarlo sotto la doccia, fingendo di suonare l’assolo di chitarra. Il Prince che ne esce è quello incazzato che ha una gran voglia di chiarire le cose come stanno. Tanto simile a quello del Black Album. Io stesso (storia vera) mi ero imbattuto in un diversamente etero che, sentendomi citare l’introduzione di Lovesexy (“Rain is wet, sugar is sweet”), mi aveva riportato le parole delle Girls Bros: «Guarda che Prince è gay! me l’hanno detto Wendy e Lisa».

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21 aprile 2021

“Quest’anno cosa t’inventerai su Prince?” mi chiede un amico.
Scocciato gli domando: “Perché usi quel verbo?”
“Quale verbo?” mi chiede l’amico un po’ stupito.
“Inventare. Inventerai hai detto. Non mi devo inventare nulla su Prince”, insisto io.
L’amico cerca di rimediare: “Inventare nel senso di creare”.
“Non c’è nulla da creare. Ciò che scrivo sul Trentuno Ventuno è già dentro di me. Non devo inventarmi nulla. Non devo creare nulla. Devo guardarmi dentro e trovare le parole che riflettano cosa provo”. Con questa frase immagino che la questione sia risolta.
Eppure l’amico insiste: “Va bene, va bene, riformulo la domanda: come ti senti per l’anniversario della morte?”
Se prima ero scocciato, ora mi sta stufando: “Come fai a parlare di anniversario? Non c’è nulla da celebrare”.

Ho a che fare con questa realtà: da cinque anni Prince non c’è più. Non ci sono più le sue armonie e le sue ritmiche. Non ci sono più le sue ballerine e i suoi musicisti. Le dissonanze e le assonanze. Non ci sono più le sue idee rivoluzionarie sul marketing. Rivoluzioni che ha quasi sempre fatto in anticipo sui tempi. Non ci sono più le sue opinioni paradossali e controverse. Non distribuisce più diamanti e perle. Mi manca la sua insulsa gestione degli affari. Mi infastidiscono queste bande di artisti da due soldi che dobbiamo sopportare; si sono autoeletti rappresentanti della sua eredità, mentre quando lui era in vita lo snobbavano.

Siamo qui a misurare i giorni, i mesi e gli anni, ma quei 5 anni che sono passati dall’ultimo concerto, dall’ultima biciclettata e dall’ultima uscita in pubblico non esistono. Il pubblico che si allontana dalla forza di gravità della massa artistica si troverà in un tempo accelerato. Il tempo è figlio dell’essere mortale e come tale non può essere confrontato con la natura divina di Prince. Prince non misurava il tempo e per lui esisteva solo una cosa: la verità. 

Qual è la mia verità?

Della morte di Prince ho fatto fatica a crederci. Mi sono dato diverse risposte. Per qualche tempo ho immagino che la morte di Prince fosse l’ennesima operazione discografica. Dopo la prima morte artistica del 1993, questa del 2016 poteva essere un grande esperimento di marketing. In un primo momento l’avrebbe reso immortale. Ma l’esperimento sarebbe stato interrotto, che ne so, tra 7 anni, con un grande rientro di un Prince redivivo. Sono un po’ blasfemo, lo so, ma questi pensieri sono dentro di me.

Poi ho pensato che se ne fosse andato senza dirci addio. E siamo rimasti con quell’ultima frase: aspettate qualche giorno per dire le vostre preghiere. Tra l’ironico e il triste. Un uomo che stava aspettando indifeso la propria fine. Oppure un artista che usava l’ennesimo trucco retorico per attrarre gli interessi del pubblico?

Eppure Prince non l’abbiamo mai visto in difesa. Era sempre all’attacco per uscire dal proprio guscio di povertà provinciale. Acquisirà sicurezza entrando nei Testimoni di Geova. Creatore di domande e in cerca di risposte, aveva abbracciato una religione che, per definizione, non aveva nulla di sbagliato. Gli vietava le trasfusioni di sangue e gli permetteva l’abuso di antidolorifici, risultando letale per il suo corpo magro e esile. Una contraddizione che lo rendeva più umano di quanto lui non pensasse di essere, sbagliando nel credere di avere un rapporto privilegiato con l’aldilà.

Non sto molto ad ascoltare le verità degli altri, perché mi sembrano costruite con la libertà di chi sa che Prince non potrà più contraddirli. Quell’accordo di riservatezza che faceva firmare ai suoi collaboratori sembrava a difesa della sua privacy. Era anche uno muro eretto per dissuadere questa schiera infinita di ciarlatani che usurpavano il suo nome. I ladri nel tempio sono tornati. Ora raccontano storie inverosimili e s’impossessano della sua firma.

Ci sono i presunti linotipisti che, forti delle loro rendite di posizione, insistono nel volere  rappresentare i diritti (senza i doveri) della discografia. In questa maniera credono di rispettare la memoria di Prince, ma riescono solo a creare disappunto, allontanando quel poco di buono che la coda lunga sa produrre. 

Nel mio piccolo, rimango sulla riva del fiume e attendo che passi la tempesta. Proviamo a produrre un poco di ossigeno con la fotosintesi clorofilliana, così come Prince ci aveva alimentato con la sua miscela di funk e rock. Non mi faccio più illusioni. Sono convinto che la musica di Prince sia un elemento della natura che ci circonda.

Guardo quel bellissimo gatto nero che miagola da sopra il tetto della casa di fronte. Si allunga e si stira mentre con ritmo sincopato controlla ogni singola mattonella. Non si perde un movimento dei volatili che saltano da un’antenna all’altra. È il padrone di quel microcosmo in orbita sopra le nostre teste. È tutt’uno con il palco che attraversa. Lo possiede, come nessun’altro. 

Questo era Prince. Un uomo che era diventato musica. Lo adoravamo per questo; non aveva altre ragioni di vivere se non la musica. Se non la sua chitarra e il suo piano. La sua batteria e il suo basso. I suoi musicisti e le sue ballerine. I suoi assoli e i suoi testi. Quando se n’è andato, per non tornare più, si è portato via tutta la magia. Una magia che aveva priorità sulla sua vita.

“Come stai?” mi domanda il solito amico.
“Sto bene, grazie”.
“Allora, perché non scrivi più sul Trentuno Ventuno?”
“Perché manca sempre uno per fare Trentuno Ventuno…”