Manca sempre uno per fare trentuno (ventuno)

Domenica

Tratto dal libro “Manca sempre uno per fare Trenuno (Ventuno)”

Come mi chiamo?

Ho già raccontato di quanto sia legato al periodo dorato di Prince. A metà degli anni 90 iniziavo a ritrovare una consapevolezza che mi era stata sottratta gli anni precedenti. Prince arrivò al momento giusto e con la sua musica mi aiutò a scovare la verità. Una catena con il simbolo (di finto oro) veniva regalata (se non ricordo male) con una versione limitata, ma non numerata, del singolo di Gold, che ho postato su instragram qui sotto. La indossavo sotto la camicia quando andavo a lavorare in una piccola società di programmatori e un giorno un collega vedendola sbucare tra il colletto e la maglietta della salute mi disse: “hai una collana da rapper!”

Non è tutto oro quello che luccica

Grazie al marketing mondiale della WEA, in Italia arrivavano un po’ di oggetti firmati Prince e spesso mi facevo qualche regalo grazie allo shopping nei negozi del centro di Milano. Non mi facevo scappare un singolo o una videocassetta. Tutti i soldi che guadagnavo finivano nelle mie passioni. A Novegro vicino a Linate, 3 volte all’anno, si teneva Vinilmania (oggi si chiama Vinil Expo). Era una orgogliosa fiera del bootleg illegale, mentre oggi si è trasformata in una mostra mercato del vinile da collezione. Negli anni novanta c’era già tanto vinile, ma anche tanti cd di registrazioni audio non autorizzate. Era il mio metadone, di quella droga chiamata Prince.

Prince si era inventato un album che legava i brani con la voce dell’operatore NPG, la misteriosa Rain Ivana che secondo alcuni era la receptionist degli studi Record Plant di Los Angeles, oppure una dipendente di Prince a Paisley Park. Con Gold Experience, Prince chiudeva il cerchio aperto con “May U Live 2 See The Dawn” che campeggiava alla fine dei libretti. Finalmente, una voce diceva: “Welcome 2 the Dawn”. Che cosa fosse il Dawn dove ci aveva accolto non si capiva: aveva a che fare con la liberazione dal giogo delle case discografiche? Era un accesso diretto alla sua musica attraverso i computer (da poco – nel 1994 – era uscito il cd interattivo intitolato “Interactive“)? Un sito dall’indirizzo esplicito “www.thedawn.com” aveva preso vita il 14 febbraio 1996 (princevault) e a me sembrava più dedicato a Prince e Mayte (princeonlinemuseum). Prince stava creando qualcosa di definitivo o qualcosa di temporaneo? Ero confuso perché continuavo a vedere il vecchio nome (Prince) e la sua musica, affiancato dal simbolo 0(+> che introduceva nuova musica. A chi dovevo credere?

Senza il pieno appoggio di una casa discografica e dei suoi uomini di marketing in doppio-petto per Prince divenne complicato distribuire il suo credo e il suo verbo. Ognuno si faceva la sua storia e i media non persero tempo, ironizzando sul cambio di nome. In Italia l’unico che credeva a Prince era il critico musicale de Il Giorno (il quotidiano ufficiale della nostra famiglia di socialisti) Marco Mangiarotti che nel 1996 si era spinto fino a Minneapolis per festeggiare l’uscita di Emancipation, leggi qui il suo ricordo.

Nel 1999, quel mondo fatto di immaginazione carnale e spirituale finì. Prince si trasformò nel santone e testimone di geova che avremmo conosciuto per tutti gli anni 2000. Si presentò al pubblico con un nuovo album e vestito così:

Prince novax

Quando sbucò il video The Greatest Romance Ever Sold con lui che ballava un po’ impacciato con una ballerina del Crazy Horse, io pensai: “è impazzito!?”. Cosa gli era successo? Non avendo seguito le evoluzioni del rapporto tra lui e il famigerato Larry Graham, ero arrivato a questo nuovo album come un ingenuo fan dell’ultima ora. Sposai lo stesso l’album Rave Un2 The Joy Fantastic che aveva fatto distribuire all’Arista, casa discografica di forte impatto grazie al successo di Santana di qualche tempo prima, ma quel lavoro aveva delle evidenti lacune. Brani con melodie già sentite (imperdonabile l’assolo alla chitarra in Rave che era già in The Max di 7 anni prima) e con soluzioni inutili. Quel poco di buono arrivava dalla fine del suo rapporto con Mayte (se fosse possibile misurare una relazione dalla qualità dei brani d’amore o di odio che Prince ha scritto, Mayte vincerebbe su tutte altre amanti di Prince). Il resto sono brani nati dalla penna di un Prince che si sopravvaluta: è oramai convinto di poter rendere oro tutto ciò che tocca. Malsana ironia nata dall’album Gold Experience e che finirà nell’insuccesso, forse vittima anche della fuoriuscita di Clive Davis dalla casa discografica Arista, vero deus ex machina dell’operazione. Al tempo gli artisti, e credo anche Prince, facevano inserire nei contratti una clausola che permetteva loro di far decadere l’accordo nel caso Clive Davis non operasse più per l’Arista. Fu così che Prince si ritenne libero dagli impegni con la major Arista e pronto per affrontare la sua sfida successiva.

Era questo il clima che da Minneapolis arrivava nella mia testa di ingenuotto padano. Una decadenza famigliare e una sfilza di insuccessi (meritati), perché dopo l’aver lasciato Mayte e avere abbracciato una religione nota solo per il lavaggio del cervello, non era riuscito a sfruttare quella spinta promozionale della hit 1999 e il suo noto conto alla rovescia verso l’anno 2000. A tutto ciò si aggiungeva un utilizzo massivo dei computer, che avevano però perso l’originalità degli anni 80 e l’apporto di mediocri musicisti come Kirk J., forse dotati di due spalle grandi come un armadio, ma senza la sensibilità di Wendy e Lisa o la preparazione di Sonny T.

Prince non aveva capito che il suo successo era in gran parte dovuto all’effetto Underdog (ne ho già parlato qui) di Purple Rain su cui avrebbe vissuto di rendita per il resto della vita. Underdog è un termine che indica tante cose. Quella che preferisco è di chi entra in una competizione non avendo i favori del pronostico. Ci sono tanti esempi che ci raccontano di come i colleghi di Prince non credessero alle sue idee. Uno di questi esempi è il rapporto naufragato con Vanity. Su di lei era stato costruito il personaggio che poi sarà di Apollonia nel film Purple Rain, eppure Vanity deciderà di avanzare richieste irricevibili da Prince per poter giustificare la fuga per unirsi ad altre produzioni cinematografiche, sparendo poi dalla circolazione. Oppure la Warner, che al momento di produrre il film chiede a Prince di impegnarsi economicamente, credendo solo in parte all’idea di Prince. E ancora Morris Day che chiuderà il suo rapporto con Prince ancora prima dell’uscita del film. E, il migliore di tutti, Andrè Cymone che si sopravvaluta e decide di intraprendere una carriera da solista dove il suo unico successo sarà The Dance Electric del 1985, firmata da Prince.

Bloc notes ancora intatto che acquistai dopo l’uscita di The Rainbow Children

Alla fine degli anni 90, Prince è di nuovo un Underdog. Le case discografiche come l’Arista gli hanno dato una possibilità, ma lui se l’è fatta scappare. Ed è così che si chiude in studio, raccoglie tutta la sua rabbia e con John Blackwell, registra quello che sarà l’album della rinascita: The Rainbow Children. Un album tutto suonato e vivo. Prince non si risparmia e lascia che la creatività guidi la sua penna, mentre il suo passato viene dimenticato. L’album ha delle sonorità jazz e funk, e la chitarra torna a fare il contrappunto musicale degli anni 80. E io con lui torno a godere della sua musica e del suo suono.

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