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Fratelli in affari

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Non sto parlando dei gemelli Jonathan e Drew Scott, ma di Prince Estate che mette in vendita questa proprietà di Prince:

L’indirizzo è 115 King Creek Road, Golden Valley, Minnesota. La casa, tanto simile a un prefabbricato, sembra in una bella proprietà. Ha vicino una pista ciclabile ed è a circa 30 chilometri da Paisley Park, poco più di 22 minuti di auto.

La casa è occupata da Omar Baker (su twitter conosciuto come PRNfamily), fratello di Prince da parte della mamma. Mio coetaneo, che dovrebbe uscire di casa il primo agosto. Come mai so tutte queste cose? Perché sono scritte qui.

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Omar a sinistra, con la sorella Tyka e il fratello Alfred Jackson.

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Prince su Spotify (ascolti e fan)

Post Analytics

Sono entrato in possesso di un account dell’applicazione Chartmetric.

Essere un musicista fallito ha i suoi vantaggi.

un musicista fallito fa questa fine

Chartmetric è un servizio che permette fare analisi sui dati che arrivano dai big data nel mondo dell’intrattenimento. Chartmetric usa i dati di Spotify, Youtube, iTunes, Amazon music e altri servizi di streaming. Aggrega le informazioni con quelle dei Social Media (Instagram, Facebook, Twitter). Da questo pandomonio di dati, tira fuori delle analisi, che gli americheni hanno già chiamato analytics.

Geniali.

geniale!

Prince, per dire, ha una forte e nutrita popolazione di fan su Spotify, superando gli 8 milioni di fan. Madonna ne ha poco più di 4 e MJ più di 14 milioni. Alla faccia delle merendine del mulino bianco…

Purtroppo, i fan di Prince su Spotify non sembrano essere degli affezionati ascoltatori.

WTF

Guardate questa statistica:

Conversion Ratio di Prince su Spotify. Fonte: chartmetric.com

La linea verde continua, che inesorabilmente scende da marzo ad oggi, racconta il Conversion Ratio della musica di Prince su Spotify.

Il Conversion Ratio è il rapporto tra il numero di fan e gli ascoltatori. Come dicono quelli di Chartmetric, il rapporto d’ascolto può essere relativo a un interesse molto attivo o recente, oppure a una popolarità passiva e da un solo ascolto.

In altre parole, è il rapporto tra quelli che seguono Prince su Spotify e quelli che effettivamente ascoltano la sua musica.

Come si vede bene dal grafico, all’inizio (intorno al 22 marzo) il rapporto era sopra il 50%. Oggi 23 giugno siamo intorno al 48%.

Capisch?

Tutto chiaro? 🙂

Come mai questa differenza negativa? In questo periodo il numero di fan di Prince su Spotify è passato dagli 8 milioni di fine marzo ai 9 milioni del 23 giugno. Un bel aumento di fan (circa 1 milione e 100 mila in più). Purtroppo, però, a questo aumento di fan non è corrisposto un aumento di ascolti. Prince in questi 3 mesi ha aumentato gli ascolti di solo 200mila brani (erano 4 milioni e 200mila il 23 marzo e 4 milioni e 400mila il 23 giugno).

Se l’è sucess?

Come mai l’ascolto della musica di Prince non sembra aumentare con l’aumento dei fan?

Provo a fare un’ipotesi, quella delle playlist.

Guardate il numero di playlist che contengono brani di MJ, Madonna e Prince:

  • MJ: 64.483
  • Madonna: 42.332
  • Prince: 26.616

Quindi, consiglio per Prince Estate: “intervenite su chi prepara le playlist su Spotify!” Ricordate: diventare fan di Prince su Spotify non porta soldi a Prince Estate, ma ascoltare la sua musica, sì.


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Evento: Prince dal vivo su Youtube

Prince Estate ha deciso di collaborare con Youtube con l’obiettivo di raccogliere fondi contro il Covid-19. Sul servizio di streaming video di Google sarà trasmesso per 3 giorni il concerto del 30 marzo 1985 a Syracuse (New York). L’evento, così come si chiamano oggi queste cose, inizierà la sera del 14 maggio alle ore 6 della sera. Da noi sarà l’una del mattino del 15 maggio, quando Bobby Z e la giornalista Andrea Swensson della radio The Current si ritroveranno per scambiare due battute e (speriamo) rispondere a qualche domanda del pubblico di youtube.

Dalle 2 del mattino (le 7 della sera) inizierà la visione “premiere” del concerto. Un’ottima occasione per mettersi tutti intorno al televisore, vedersi Prince e i Revolution dal vivo e commentarli su Twitter. Peccato che sia notte in Italia.

Le sorprese non sono finite qui. Da venerdì il concerto, rimasterizzato da Bernie Grundman, sarà disponibile sui servizi di Streaming come Spotify (immagino), arricchendo la proposta della musica di Prince.

Piccola riflessione. Come dicono gli amici di Housequake, il concerto non è nulla di nuovo. L’abbiamo già (tutti?) nel Deluxe di Purple Rain. Come se non bastasse, io avevo preso il concerto anche in videocassetta, nel 1998 a Boston, e avrei apprezzato qualcosa di nuovo. Magari quella serata di Minneapolis che inizia con Interactive.

L’intervista a Bobby Z è una bella idea, ma perché scegliere un concerto che quasi tutti i fan di Prince hanno visto. A parte il concerto di Dortmund del tour di Lovesexy, quello di Syracuse è l’unico concerto trasmesso in televisione e pubblicato su video o su DVD. Perché non scegliere qualcosa mostrato ai party After Dark di Paisley Park? C’era Welcome 2 Australia, per esempio. Sarebbe una bella cosa per i fan. Non devono neppure mettere le mani dentro al Vault, ma basterebbe scegliere qualcosa che è già stato mostrato a Paisley park.

Housequake

Fonti: https://www.pressparty.com/pg/newsdesk/TheOutsideOrg/view/211945/

Lettera aperta agli amici di Trentuno Ventuno

Come avrai notato i miei post non sono più su Facebook. Sono ritornato alla piattaforma del blog. Il lavoro che produco è più bello. Grazie agli strumenti di WordPress posso integrare video di Youtube, post di Facebook e di Instagram. E’ un grande piacere offrire un servizio completo, ma per leggere queste parole dovete cliccare sul link che trovate in giro per i social. Vi chiedo un sacrificio, ma è sempre per quel senso di gratitudine nei confronti di Prince che preferisco fare così, invece che rimanere rinchiuso nella gabbia di Facebook. E regalare contenuti a Marcolino Zuccherbergh.

Simone T. aka Trentuno Ventuno

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blog · Traduzione

Siamo artisti o caporali?

Bob Lefsetz è tornato a parlare di Prince. Ma non solo. In un lungo articolo dedicato al business musicale e al rapporto tra i musicisti, aziende tecnologiche e i manager (tra parentesi alcuni chiarimenti). Dalla newsletter del 15 ottobre 2019.

Guardiamo le pagine finanziarie. Gli amministratori delegati delle aziende dello spettacolo fanno tanto quanto chiunque governi una società presente nell’elenco Fortune 500, (lista annuale pubblicata dalla rivista Fortune che classifica le 500 maggiori imprese societarie statunitensi misurate sulla base del loro fatturato) anche se le loro aziende spesso valgono meno e generano meno flussi di cassa. C’è un fattore di importanza personale a Hollywood … questi signori, e sono principalmente uomini, controllano e guidano la cultura! È una posizione potente e credono di essere indispensabili. Ma non nel mondo della musica (dei vecchi tempi). La musica aveva poca attenzione perché era incontrollabile e imprevedibile. E dipendeva dagli artisti. Questa è una cosa che hanno fatto i Beatles e la classica rivoluzione rock: strappare il controllo dell’arte dai manager in giacca e cravatta e darla ai creatori. L’artista registrava ciò che voleva e controllava la copertina. L’etichetta aveva solo il diritto di venderla e commercializzarla.

Qualcosa è cambiato circa trenta anni fa. I manager in giacca e cravatta hanno preso il controllo degli affari. E non esiste un cosa più viva e credibile di un artista quando si tratti di creatività. L’artista ha l’idea, il manager in giacca e cravatta vuole modellarla alla sua visione. Per esempio, Tommy Mottola (ha guidato per quasi 15 anni la Sony Music fino quando Michael Jackson lo accusò di aver boicottato un suo album e di sfruttare i cantanti di colore per i propri sporchi fini. Mottola venne licenziato. E’ anche noto mentore ed ex talent scout, collaborò con Mariah Carey, anche sua ex moglie, negli anni novanta) ha spremuto brillantemente Walter Yetnikoff (presidente della CBS Records International dal 1971 al 1975, dal 1975 al 1990 fu presidente e amministratore delegato della CBS Records. Nel 1988 fu lui che ideò la vendita della CBS Records alla Sony per creare la Sony Music Entertainment) ed è diventato un dirigente con uno stipendio altissimo, elegantemente vestito. Mottola osservò il paradigma di Charles Koppelman (manager della EMI con la quale Prince pubblicò Emancipation. Divenne poi consulente di Prince Estate. Dopo diverse diatribe, ora non lo è più) e poi iniettò steroidi, dopotutto, Sony, insieme a Warner Brothers, aveva i migliori cataloghi, i migliori artisti del settore.

A proposito della Warner Brothers, la principale lamentela di Prince con l’azienda era che non gli era permesso pubblicare ciò che voleva quando voleva. Il problema era che bisognava seguire il contratto, altrimenti la nuova musica avrebbe compromesso lo sfruttamento della versione precedente e bisognava vedere se la nuova musica fosse stata all’altezza della precedente.

Ora si scopre che Prince aveva ragione. Su molti livelli. Gli artisti in carriera non guardano più ai successi. Guardano al loro catalogo e al loro rapporto con i loro fan e i soldi veri vengono fatti nei concerti. La musica sopravvive, Prince è sopravvissuto a tutti quei manager in giacca e cravatta della Warner Brothers fino a quando non si è perso nel fentanil. Qui ci sono due questioni. Uno, cosa è più importante? l’artista o il manager in giacca e cravatta? e due: il business della musica non ottiene alcun rispetto? i profitti della etichetta musicale Warner hanno costruito il resto della rete Warner, una volta che si prende il via non ci vuole quasi nulla per continuare a raccoglierne i frutti, soprattutto nell’era dello streaming, dove non costa più nulla produrre e e distribuire.

L’unica cosa che è veramente importante sono i manager in giacca e cravatta, il modo in cui hanno tolto potere agli artisti e si sono ricompensati pesantemente e trasformati loro stessi in artisti. L’esempio peggiore è Clive Davis, che dà l’impressione che se non fosse per lui, il business della musica non esisterebbe. Ma la verità è che aveva un’influenza molto piccola, a differenza di Mottola o Mo.

Tutto stava andando a gonfie vele a Hollywood fino a Internet. E quando è arrivato Internet, cosa hanno fatto i titani di Hollywood? Distruggerlo, dire che avevano il diritto di controllare e raccogliere i frutti dei loro prodotti, portando alla fine della musica registrata e a metà delle sue entrate. Avrebbero potuto abbracciare Internet prima, ma avevano paura di perdere il loro compenso; niente è sacro come lo stipendio, i bonus e i ricavi di un dirigente dell’intrattenimento.

Ma negli ultimi vent’anni qualcosa è cambiato (…) Possiamo discutere fino a che punto Hollywood controlli la cultura, sicuramente meno di quanto abbia mai fatto nell’era dei social media e di YouTube, ma una cosa è certa (…) I dirigenti di Hollywood sono poveri rispetto ai vincitori della Silicon Valley, e ‘sta cosa non va bene a loro. Quindi: ogni azienda ha istituito un fondo tecnologico, un incubatore; gli investimenti in tecnologia sono stati la via per la ricchezza. Ma è come chiedere a un musicista di suonare nell’NBA, non ne è capace: Universal Music ha venduto il famoso nome “Uber” per una miseria.

Ma non tutti sono stupidi a Hollywood. Uno dei più intelligenti è Ari Emanuel, insieme al suo connazionale Patrick Whitesell. A loro non importava che la Creative Artist Agency (agenzia di Los Angeles di artisti e talenti) chiedesse rispetto. Hanno formato la propria agenzia di talenti che alla fine si è fusa con William Morris e vanno alla grande. Ma non era abbastanza. Hanno visto cambiare il panorama. Hanno visto scomparire i grandi giorni di paga di Hollywood. Quindi cosa hanno fatto? Quello che hanno fatto le aziende tecnologiche, prendere soldi per crescere e incassare, alla grande. (…) Ora la domanda è: cosa è più importante: la distruzione o l’invidia? Cambiare il modello di business prima che crolli tutto o fare quei miliardi. (…) Certo che no, la distribuzione è il re, motivo per cui le società via cavo sono la zecca e il 5G genererà dollari. I dirigenti di Los Angeles hanno interpretato male la loro mano del poker, erano fuori dalle loro profondità, hanno parlato di disgregazione, ma in realtà si trattava di soldi. (…) Ma non abbiamo un nuovo Prince. E non abbiamo mai avuto dei nuovi Beatles, non parliamo di Bob Dylan. Gli agenti perdono di vista i loro affari.

E una cosa è certa, Wall Street conosce i suoi affari. Hanno imparato che spesso non c’è modo di fare soldi, e ora gli investitori stanno sfuggendo a coloro che vogliono diventare società per azioni. ripagare i loro investitori e arricchirsi. Ora questi investitori, queste società di private equity. Questa è la loro attività, pochissimi dei loro investimenti vanno nel panico, ne hanno solo bisogno per andare sul nucleare, quindi possono permettersi la perdita, non che ne siano contenti, ma non moriranno di fame, mentre Endeavour (altra agenzia) fa del male non solo a se stesso, ma all’intero settore dell’intrattenimento, ora quelli con denaro contante penseranno due volte non solo di investire in agenzie di talenti e anche di altre entità a Hollywood. E questo è abbastanza divertente, perché per decenni Hollywood ha fregato gli investitori esterni. Li lasciano venire sul set, fanno incontrare le stelle e gli investitori perdevano i loro soldi.Ma i film non sono più i re. E tutti hanno visto questo film. Sanno che può essere tutto fumo e specchi, vogliono indagare. E quando Endeavour decise di quotarsi, quelli con i soldi pensarono che sarebbero stati derubati, sovraccaricati per pochissime risorse, quindi dissero di no.

Stai dicendo no a Hollywood? Benvenuto nel nuovo mondo. Uno in cui Billy Joel non fa nemmeno più dischi, dove scrive il suo biglietto e ha salutato Hollywood molto tempo fa. E ora anche Wall Street.