L’altra sera, Rai 3 ha trasmesso una puntata di Via dei Matti numero 0 (striscia feriale con Stefano Bollani e Valentina Cenni) dedicata, ispirata o inframezzata da racconti sulla storia musicale di Prince. In genere, la trasmissione è un’accozzaglia di musica con intermezzi da tv dei ragazzi anni ’70 e musicisti più o meno talentuosi che duettano con Bollani, l’ansioso pianista italiano. Cenni si occupa di cantare, raccontare qualcosa e tentare delle interviste, dove le risposte sono improvvisate, così come le domande. Bollani, poi, ha uno spazio per fare un po’ di SIAE, visto che spesso presenta i suoi brani. Brani talmente simili tra loro che viene nostalgia dei siparietti di Bellamà. L’altra sera, per l’appunto, è stato dedicato uno spazio a Prince, che poteva essere uno spiraglio in una televisione che tende a evitare il musicista di Minneapolis. E invece no: è stata una mezz’ora desolante. Tra i musi alla Topo Gigio di Bollani, che maltratta senza pietà un povero pianoforte, e gli inutili accenni alle stranezze di Prince, persino Cenni, che di solito sembra provenire da un pianeta dove le Nazioni Unite funzionano e non ci sono guerre, sembrava in imbarazzo di fronte agli entusiasmi di Bollani, tanto da apparire più misurata.
Qui i due mentre cantano un brano che a un orecchio poco attento ricorda Purple Rain.
Detto ciò, la Rai può trasmettere qualsiasi cosa, a noi il compito di criticarla.
Ho già parlato della fine indecorosa che ha fatto il documentario di Netflix su Prince (se volete leggere la storia, basta cliccare qui), che è stato cancellato a causa di divergenze sostanziali tra il regista e gli “eredi” su come raccontare l’uomo Prince.
La notizia interessante è che proprio il colosso dello streaming, nonché produttore cinematografico di successo, sarebbe in procinto di acquisire il catalogo cinematografico della Warner Bros., che include anche il film Purple Rain. Netflix e Warner Bros. Discovery (WBD) avrebbero raggiunto un accordo definitivo per la fusione/acquisizione della divisione “Streaming & Studios”.
Netflix non sarebbe interessata alla musica di Prince di proprietà della Warner Music Group; mentre quasi tutto il catalogo musicale di Prince è passato sotto la gestione di Sony (Legacy Recordings) nel 2021, esistono ancora quattro eccezioni storiche (e non proprio trascurabili). In base all’accordo che Prince firmò nel 2014 (e che è tuttora valido), i quattro album/colonne sonore legati ai suoi film Purple Rain (1984), Parade (colonna sonora di Under the Cherry Moon, 1986), Batman (1989) e Graffiti Bridge (1990) sono rimasti di proprietà di Warner Records. Questi album non sono passati né a Sony né a Universal (il cui accordo del 2017 è stato annullato dal tribunale) e sono ancora legati a “Warner”. Discovery (che include gli studi cinematografici, HBO e la DC, ma non i canali come gli italiani Real Time) e Warner Music Group (che si occupa di musica) sono due aziende completamente diverse e separate dal 2004. Warner Music Group non è in vendita e fa parte di un’altra holding (Access Industries).
Insomma, Netflix otterrebbe i diritti di distribuzione e la proprietà del film Purple Rain, diventandone il distributore globale e potendo caricarlo sulla propria piattaforma senza dover pagare licenze esterne e possedendone il master video. Alla faccia degli eredi che, dopo avere fatto i capricci, bocciando il documentario prodotto da Netflix, in futuro, dovrebbero trovare un accordo con Netflix nel caso in cui decidessero di inserire il film (o i film) in qualche cofanetto per racimolare altri sghei dagli anziani fan di Prince.
L’accordo, comunque, vedrà eventualmente la luce verso la metà del 2027. Auguri.
Apollonia, al secolo Patricia Kotero, ha intentato causa contro gli eredi di Prince, accusandoli di volerle sottrarre il controllo dei marchi legati al suo nome professionale.
La notizia arriva a ridosso dell’annuncio ufficiale del cast del musical ispirato a Purple Rain (ne avevo già parlato qui).
Ma la vicenda è ben più intricata (come racconta anche questo articolo).
Apollonia aveva registrato il marchio Apollonia 6 già nel 2016 (veloce, vero?), Apollonia nel 2018 e, negli anni successivi, ulteriori marchi con il suo nome.
Gli eredi di Prince, però, hanno cercato più volte di bloccare questa bulimia di registrazioni e alcune azioni legali sono ancora in corso. Se queste si concludessero a favore dell’eredità di Prince, Apollonia potrebbe ricevere un classico ordine di cease and desist, cioè il divieto di usare il marchio, lei che c’ha fondato tutto il suo business.
La sua recente denuncia sembra proprio una mossa preventiva per tutelarsi e garantirsi il diritto di utilizzare quei nomi. Secondo lei, infatti, Prince non le avrebbe mai proibito di usare quel nome, anzi l’avrebbe “invitata” a usarlo; e qualunque accordo firmato all’epoca, che lei avrebbe firmato nel 1983 e nel 1984, sempre a suo dire, oggi non avrebbe più alcuna validità.
L’identità di Apollonia sarebbe anche in pericolo. Un’ironia quando si parla di un artista (Prince), che per diverso tempo dimenticò il proprio nome.
In altre parole, per lei Prince aveva taciuto, anzi insistito e quindi aveva acconsentito. Che potrebbe essere un nuovo modo di dire.
Ma, attenzione, Apollonia non era il suo secondo nome, come da qualcuno insinuato. Si tratta di un nome di origine greca che deriva dal nome del “dio Apollo, la divinità della luce, della musica e della poesia nella mitologia greca che era associato a bellezza, perfezione e talento artistico.”
Finisco con il casting del musical. L’attore scelto per interpretare The Kid, il personaggio di Prince in Purple Rain, richiama fortemente i tratti e la carismatica ambiguità del musicista. Al contrario, la nuova protagonista femminile non somiglia affatto all’Apollonia originale, latina e inconfondibile.
Non è una semplice coincidenza.
People.com – Reuters (la notizia sta facendo il giro del mondo, tranne che in Italia)
Udite udite: hanno finalmente svelato il cast del musical di Purple Rain e… preparatevi a far finta di sapere chi sia Kris Kollins. Sì, proprio lui, il nuovo “The Kid”. Niente popstar planetarie o scelte sicure, ma un talento scoperto online, il segno dei tempi che tanto piaceva a Prince. Lui che fino a ieri faceva cover e – magari – cantava la sigla del TG di Mentana. Insomma, i produttori hanno deciso di giocare la carta del “diamante grezzo”. Oppure, scelgono il coraggio, volendo essere generosi. E hanno fatto tutto questo in una salsa di inclusività.
Fan devastati? Fan in estasi? La verità è che il popolo di internet si divide come al solito. Metà sono felici per la novità. L’importante è sognare e prepararsi a criticarlo. Mentre l’altra metà ha già pronti meme “His name is not Prince!”. Nel ruolo di Apollonia ci sarà invece Rachel Webb. Almeno lei, una che ha calcato già i palchi di Broadway, così non rischiamo il karaoke da matrimonio alla Cascina di Liscate.
Per fortuna, dietro le quinte ci sono alcune leggende della “Prince family”; la sfida è di non farci rimpiangere troppo il genio di Minneapolis.
Ce la farà Kris a reggere il confronto? Saprà fare l’assolo di Let’s Go Crazy o di Purple Rain?
O prenderà la strada del successo contromano in sella alla sua moto?
L’idea del musical di Purple Rain è una sfida affascinante ma anche rischiosa. Raccontare la sua storia sul palco significa andare oltre la semplice somiglianza fisica. Non basta trovare qualcuno che gli assomigli, serve un artista capace di esprimere la complessità e l’unicità di un personaggio come lui. Un ruolo del genere richiede non solo talento nel canto, nella recitazione e nel ballo, ma anche una sensibilità e una profondità rare, unite a una forte presenza scenica. Inoltre, per rendere lo spettacolo attuale, è necessario superare il peso dei 40 anni che sono passati dall’uscita di Purple Rain.
Inizio dalla più grande delle insidie, l’unicità di Prince, che rende impossibile una replica fedele. Il rischio è di creare un’immagine eccessivamente “filtrata”, stereotipata, che assomigli più a un’icona da museo che a un artista vivo e vibrante.
Un altro pericolo deriva dalle altissime aspettative del pubblico. La produzione potrebbe essere tentata di fare scelte di casting dettate più da logiche commerciali o da un “effetto mediatico” che dal rispetto artistico. In Italia, si rischierebbe di vedere Fiorello nei panni di Prince pur di attirare pubblico.
La posta in gioco è alta anche dal punto di vista emotivo. Chiunque interpreti Prince dovrà sopportare il peso di un’eredità gigantesca. Se non si trova un equilibrio tra talento, passione e autenticità, lo spettacolo rischia di perdere quella sincerità che renderebbe giustizia a Prince e alla sua arte.
È fondamentale che l’interprete non si limiti a un’imitazione estetica o vocale, ma sappia “fare sua” la personalità di Prince. Lui stesso, dopo il film, si calò totalmente nel ruolo, affrontando un tour di circa 100 date da novembre 1984 ad aprile 1985 per promuovere Purple Rain. Questo tour, pur estenuante, trasformò il film e la colonna sonora in un vero fenomeno culturale. L’episodio ci ricorda che il ruolo richiede un impegno e un’energia totali, non solo talento. Solo chi assorbe profondamente l’essenza di Prince potrà trasmetterla davvero.
Nel dibattito su chi potrebbe interpretare Prince nel musical sono emersi molti nomi, da star affermate a talenti emergenti. Tra le proposte ci sono Bruno Mars, Austin Butler, Lenny Kravitz, Timothée Chalamet, Janelle Monáe e Cynthia Erivo (link). Ognuno di loro ha le sue qualità e le sue contraddizioni. L’interprete ideale dovrà essere in grado di cantare, ballare e suonare dal vivo, come faceva Prince, per una performance credibile e dinamica.
Secondo la mia modesta opinione, i talenti che provengono dal mondo di Broadway potrebbero essere la scelta migliore. Sono abituati a combinare canto, recitazione e danza con rigore e sensibilità, e la loro esperienza si traduce in un legame autentico con il pubblico. La loro versatilità può dare al ruolo una nuova dimensione, più attuale, senza però tradire la magia dell’originale.
Per questo, molte produzioni oggi preferiscono puntare su attori emergenti, anche sconosciuti. Questa scelta aiuta a mantenere viva la narrazione, evitando le imitazioni superficiali e il rischio di appoggiarsi a un’icona troppo distante. Un volto nuovo permette al pubblico di immergersi più direttamente nella storia, rendendo più sincere le emozioni del protagonista.
Non si può ignorare che il film Purple Rain venne accusato di misoginia. Risalenti agli anni ’80, queste accuse sono ancora oggi oggetto di dibattito. Il film contiene scene in cui il protagonista aggredisce la fidanzata Apollonia, e altri personaggi maschili denigrano o maltrattano le donne, in un contesto di “dominio maschile”.
Tuttavia, la misoginia non è presentata come un valore positivo da celebrare, ma come il risultato di traumi familiari e disfunzioni personali del protagonista, che affronta un percorso di redenzione. Nel corso del film, arriva a una maggiore consapevolezza nei rapporti con le donne.
Molti oggi considerano il film un prodotto del suo tempo. Sarà cruciale vedere come la produzione del musical gestirà queste tematiche, per evitare di riproporre stereotipi e per creare una narrazione più equilibrata e autentica.
Insomma, nessuno sarà mai come Prince. La sua unicità e il suo talento sono irripetibili. Questo progetto dovrà portare sul palco un’opera moderna che renda giustizia all’artista che portava in scena se stesso. L’obiettivo non può che essere quello di raccontare una storia fatta di musica, emozioni e arte, evitando i cliché e le celebrazioni superficiali.
Altrimenti sarà un fallimento.
Il musical di Purple Rain avrà la sua anteprima mondiale a Minneapolis, città natale di Prince, con le seguenti date:
Periodo: dal 16 ottobre al 16 novembre 2025.
Luogo: State Theatre di Hennepin Arts.
L’inaugurazione ufficiale dello spettacolo è prevista per il 5 novembre 2025. Questa produzione è pensata come un’anteprima “pre-Broadway” prima di arrivare a New York.
Per chiunque segua Prince, il First Avenue rappresenta un punto di riferimento importante. Non è stato solo un locale. È stato il palcoscenico dove Prince ha svolto diverse performance significative. Queste performance hanno contribuito a definire la sua carriera. Tuttavia, la storia del First Avenue va oltre il suo legame con l’artista. Riflette anche la resilienza di un’istituzione culturale. Inoltre, dimostra il supporto della sua comunità.
Questo articolo esplora un momento critico nella storia del First Avenue: la sua quasi chiusura nel 2004. Un evento che ha destato preoccupazione tra gli addetti ai lavori e il pubblico. Come si vedrà, la comunità di Minneapolis è intervenuta. Anche la dedizione del personale ha permesso al locale di continuare la sua attività.
Il testo offre uno sguardo su come il First Avenue sia riuscito a superare le difficoltà. Ha mantenuto il suo ruolo di luogo simbolo a Minneapolis. È anche un custode di una parte dell’eredità musicale di Prince.
All’interno del locale di Minneapolis amato da Prince, First Avenue
Dopo sei anni di lavoro al famoso locale di Minneapolis First Avenue, Sonia Grover, Nate Kranz e il resto dello staff hanno ricevuto una telefonata. Era una mattina di novembre del 2004. La chiamata diceva loro di venire a prendere le loro cose. Il nightclub stava chiudendo. Il leggendario locale, noto soprattutto per essere stato il ritrovo di Prince e il luogo in cui è stato girato il film Purple Rain del 1984, avrebbe chiuso i battenti per sempre;
“Ci è stato detto che le porte si chiuderanno, quindi se avete qualcosa nell’edificio, prendete il vostro culo e portatelo via”, dice Kranz, che è il direttore generale del First Avenue;
Cinque mesi prima, il fondatore originale del locale, Alan Fingerhut, aveva licenziato il team di gestione di lunga data del club. Questo team era composto da Steve McClellan e Jack Meyers. Fingerhut licenziò anche il consulente finanziario Byron Frank. Decise di gestire il First Avenue in prima persona. Questa decisione ha portato il locale alla bancarotta.
Kranz e Grover sono gli attuali buyer dei talenti della First Avenue. Si sono fatti venire a prendere da un amico con una station wagon. Sono subito scesi nell’iconico locale, costruito all’interno di un vecchio deposito di autobus Greyhound. Lì, hanno preso le cartelle delle band e, soprattutto, i loro “enormi calendari di carta stile OfficeMax”, dice Kranz. “Ci siamo detti: ‘Guarda, non abbiamo idea di cosa diavolo stia succedendo se perdiamo quel calendario'”
Kranz e Grover si affannavano a spostare i numerosi spettacoli che avevano prenotato in altri locali di Twin City. Nel frattempo, altri membri dello staff si accaparravano pezzi di memorabilia. Questi pezzi non hanno più fatto ritorno alla First Avenue. Allo stesso tempo, la popolazione locale è entrata in modalità di lotta;
“Non si può sopravvalutare quanto amore ci sia per la First Avenue da parte della comunità locale”, dice Kranz. Questo amore include i nostri funzionari governativi.
Lo staff iniziò subito a comunicare con Byron Frank. Byron aveva preso la saggia decisione finanziaria di acquistare l’edificio solo quattro anni prima. Si era fatto avanti per evitare l’imminente chiusura del locale. Per aiutare in questo sforzo, l’allora sindaco R.T. Rybak era un assiduo frequentatore della First Avenue. Ha portato avanti la burocrazia alla velocità della luce. Telefonava ai giudici federali e faceva procedere la procedura fallimentare a un ritmo record. Assicurava una nuova licenza per gli alcolici e tutto ciò di cui il club aveva bisogno.
“Il sindaco è stato prezioso nel poter dire al personale comunale: ‘Questo non è il normale corso degli affari. Questo è importante per la città. È il cuore pulsante della nostra città. Dovete spostarlo in cima alla lista”, dice Kranz.
Nel giro di due settimane, la First Avenue e l’annesso locale da 250 posti, il 7th Street Entry, hanno ripreso a ospitare spettacoli. La città è rimasta protettiva nei confronti dell’istituzione culturale. Grover definisce questo locale “un luogo davvero speciale e magico”. Ha ospitato artisti leggendari come Frank Zappa, Tina Turner, The Kinks, B.B. King, U2 e Run-DMC.
Per commemorare il 40° anniversario del First Avenue nel 2010, lo staff ha deciso di aggiungere le ormai iconiche stelle bianche all’edificio. Prima di questo, l’edificio era completamente nero. Le stelle sono state introdotte in onore di uno dei nomi precedenti del locale, Uncle Sam’s. Esse riportano i nomi delle band e degli artisti che hanno suonato al First Avenue. Alcune stelle sono state lasciate vuote per quelli che verranno. Grover spiega che lo staff sapeva che il lavoro di verniciatura sarebbe stato relativamente veloce. Per questo motivo, hanno deciso di non fare un annuncio pubblico sul processo.
“Per circa un giorno, l’edificio è rimasto bianco o color crema. Abbiamo imparato a nostre spese che avremmo dovuto fare un annuncio in anticipo”, racconta Grover. La tinteggiatura ha fatto il giro dei notiziari locali. Ha anche riempito i social media. I membri della comunità hanno chiamato la sede in preda al panico. “La comunità si sente come… Byron era il proprietario della First Avenue in quel momento. Tuttavia, questa appartiene a tutti noi. Quindi, tutti avrebbero dovuto sapere cosa stava succedendo”.
Le stelle sono ora un’attrazione turistica per un edificio la cui reputazione precede se stesso. L’edificio, decisamente curvo, era in origine il deposito degli autobus Northland-Greyhound. Lo spazio è stato progettato nel 1937, all’apice dei viaggi di lusso. Aveva telefoni pubblici, docce, aria condizionata e pavimenti in terrazzo a scacchi (che rimangono tuttora). Il tutto era in uno splendido stile art déco. Poco più di 30 anni dopo, il deposito degli autobus fu trasferito. Fingerhut, originario di Minneapolis, ebbe la visione di trasformare lo spazio in un rock club. Il club fu chiamato The Depot nel 1970. Più tardi, nel corso del decennio, assunse il nome di Uncle Sam’s. Nel 1981, divenne First Avenue and 7th Street Entry. McClellan e Meyers guidavano il club.
Gli anni ’80 videro anche la nascita di uno dei più grandi figli di Minneapolis. Questo fu Prince. In un certo senso, la First Avenue divenne il suo locale. Tutti quelli che hanno lavorato o frequentato il locale hanno una storia di Prince. Grover dice: “Non credo che la gente lo abbia mai dato per scontato”.
“L’atmosfera era sempre diversa se Prince era nella stanza”, dice Kranz. “Dava a [le persone] la sensazione di ‘Beh, s-. Sono sicuramente nel posto giusto in questo momento”. “
Prince ha progettato su misura l’attuale palco della First Avenue per le riprese di Purple Rain. Frank ha aggiunto l’unico spazio VIP del locale, l’Owner’s Box. Questo ha permesso alla superstar di avere uno spazio per assistere a tutti gli spettacoli. Vi ha partecipato con o senza preavviso.
Ogni anno ci chiediamo: “Cosa possiamo fare per migliorare?”. Ci chiediamo: ‘Che ne dite di un nuovo palco?’. Ma come si fa a distruggere il palco che Prince ha progettato personalmente? Non si fa”, dice Dayna Frank, attuale proprietaria del First Avenue. Aggiunge che ciò che rende il First Avenue così speciale è il mix di autenticità e tradizione. Inoltre, dispone di servizi moderni di altissimo livello. Ha il miglior impianto audio. Possiede anche il miglior flusso di traffico in un unico luogo.
Dayna Frank è diventata amministratrice della First Avenue nel 2009. Questo avvenne dopo che suo padre, Byron Frank, fu colpito da un ictus. Più di dieci anni prima che suo padre si ammalasse, Dayna era cresciuta alla First Avenue. Partecipava alle feste da ballo della domenica sera con altri adolescenti di Minneapolis e St. Paul. Si era trasferita. Ma quando si è ammalato, “sono intervenuta e ho capito quanto fosse speciale e insostituibile”, racconta. “Volevo contribuire alla sua manutenzione e fare il possibile per mantenerlo attivo e indipendente. Mio padre fortunatamente si è ripreso. Mi ero innamorata del lavoro e delle persone che vi lavoravano. Sono rimasta anche dopo la sua guarigione”.
Con 16 anni di carriera alle spalle, Dayna si considera ancora “una novellina” dello staff. Sia Grover che Kranz hanno più di 25 anni di lavoro al First Avenue. Il sito web del locale vanta un’intera pagina dedicata ai dipendenti che lavorano lì da più di dieci anni.
“Amiamo la musica dal vivo. È così divertente farne parte dietro le quinte”, dice Grover quando le viene chiesto della sua longevità nel club. Quando ha iniziato nel 1998 come assistente al booker, la società gestiva solo il First Avenue e il 7th St. Entry. Oggi, First Avenue Productions prenota più di 1.000 spettacoli all’anno nelle altre sedi di sua proprietà: il Turf Club da 350 posti. Il Fine Line ha 650 posti. Il Fitzgerald Theater ha 1.000 posti e il Palace Theatre da 2.500 posti, che collabora con Jam Productions.
Nel 2020, il settore della musica dal vivo chiudeva a causa della pandemia COVID-19. Dayna ha raddoppiato il suo impegno a rimanere un locale indipendente. È diventata il catalizzatore della National Independent Venue Association (NIVA). Prima della pandemia, molti locali indipendenti erano isolati e si consideravano reciprocamente come concorrenti in un’attività con margini già ridotti. Ma lei aveva visitato locali indie in altre città e aveva conosciuto i proprietari in modo non competitivo. Questa esperienza l’ha portata a rivolgersi a lei una volta iniziata la pandemia. Insieme, hanno creato l’organizzazione di categoria.
“Se 10 anni fa avessi detto: ‘Fondiamo un’associazione di categoria’, ci sarebbero stati molti ‘Perché? Qual è il tuo obiettivo? Perché mi chiedi i miei dati economici?””, dice Dayna. “Ma era un momento in cui o saremmo sopravvissuti tutti o non sarebbe sopravvissuto nessuno”.
Dayna è poi diventata la presidente fondatrice della NIVA. L’organizzazione ha esercitato pressioni per ottenere la sovvenzione 2021 per i gestori di locali chiusi. Questa sovvenzione ha fornito più di 16 miliardi di dollari di fondi. Questi fondi aiutano i locali indipendenti per eventi dal vivo a sopravvivere alla pandemia.
“C’è qualcosa di unico nel controllare una sala. Si possono prendere decisioni basate esclusivamente su ciò che è giusto per la comunità locale. È giusto anche per gli artisti locali e per la gente del posto”, dice Dayna a proposito dell’indipendenza del leggendario locale. “Sono l’unico proprietario. Non ci sono private equity. Non ci sono investitori. Nate, Sonia e io possiamo fare ciò che riteniamo giusto senza influenze esterne e senza secondi fini. È una posizione davvero meravigliosa e potente in cui trovarsi”.