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20Ventuno

Sta diventando un appuntamento fisso il finto leak di probabili pubblicazioni prinsiane a inizio anno. Nel 2021 il mezzo di distribuzione utilizzato da Prince Estate è stato il sito francese Schkopi, che in un lungo articolo ha anticipato e tirato un po’ di somme sui progetti autorizzati dagli eredi di Prince.

Balasso lo ripete: “Siete dei magnaschei!”

Iniziamo con le cose inedite. A giugno o luglio dovrebbe uscire Welcome 2 America, un album di brani nuovi registrati intorno al 2010. L’album avrebbe dovuto uscire nel 2011. Tra i brani (il deludente) Hot Summer, Born 2 Die, Running Game (Son of a Slave Owner), Same Page Different Book. Forse condito con un dvd dei concerto.

Il prossimo deluxe, il formato magnaschei (cit. Balasso) dove sono rimasterizzati brani famosi mischiati a brani inediti, sarà Diamonds & Pearls. Una celebrazione del trentennale del periodo gangster di Prince, che, liberatosi dei fasti, dall’androginia degli anni 80, iniziò la nuova decade con un album meno pop e più R&B. Un lavoro di grande successo, che coincise con la sua nomina a vice-presidente della Warner Bros. e la firma sul contratto da 100 milioni di dollari per 6 album. La goccia che fece traboccare il vaso e provocò la guerra civile di fine anni 90 con la major. Sulla voglia di Prince di ottenere quel contratto ad ogni costo, Alan Leeds (disse a Matt Thorne che) raccontò che Prince fosse ansioso di battere gli accordi multimilionari che Janet Jackson e Madonna avevano firmato: Era così disperato di ottenere quel titolo (di artista più pagato dello show biz) che avrebbe permesso al suo team di negoziare alcuni diritti d’autore, certi diritti di pubblicazione e ogni genere di cose per ottenere maggiori garanzie. Le parole di Leeds raccontano la verità shakerata con la sana acrimonia che gli ex dipendenti hanno nei confronti del capo.

Proprio in quel periodo di battaglia con la major, Prince pubblicò il triplo intitolato Crystal Ball, che allora doveva rispondere alla sete dei fan di brani inediti provenienti dal Vault. Prince decise di affiancare il triplo Crystal Ball da due album inediti e recenti. Uno è Kamasutra. Colonna sonora del matrimonio tra Prince e Mayte Garcia e suonato quasi interamente da Prince, forse utilizzando il sintetizzatore Synclavier (oggetto di culto che venne utilizzato anche da Frank Zappa per il suo ultimo album: Jazz from Hell). Ampiamente sottovalutato, Kamasutra raccoglie le melodie di Prince degli anni 90. Per me fu come un accesso diretto alla sua cameretta e ai suoi sogni musicali. Mistico. Giocoso. Strumentale ma precedente all’era jazz. L’altro album che affiancò Crystal Ball fu il ben più apprezzato The Truth. Anche qui Prince aveva ascoltato i desideri dei fan; si era messo alla chitarra per costruire un album acustico così come veniva chiesto da più parti. The Truth è un’opera d’arte unica; è la visione di un musicista che conosce ogni grammo dello strumento. Per me è uno dei 5 migliori album di Prince. Prince Estate, a quanto sembra, ad aprile (ri)pubblicherà di nuovo il triplo Crystal Ball, rimasterizzato, ripulito (e completato dalle ricette vegane di Canavacciuolo?) forse sempre nel formato pentatonico con Kamasutra e The Truth. In questo caso, Prince Estate pare anche cercare di calmierare il mercato nero che fa pagare un Crystal Ball originale più di 300 euro. Una cifra spropositata, ma meritata per chi al tempo non seguiva le gesta dell’Artista precedentemente conosciuto come Prince.

Una nota a margine è necessario fare sul formato del Deluxe. Ho letto nelle varie interviste, non ricordo più dove, che i produttori prinsiani dei Deluxe si aspettano che i fan riprendano i contenuti per farne delle proprie playlist. La frase detta nero su bianco è una sincera dichiarazione di incompetenza artistica. Provo a interpretare le parole di Michael Howe e del suo compagno di merende: noi abbiamo scovato i brani nel Vault. Ve li mettiamo a disposizione in un bel cofanetto da 140 euro e poi vedete voi come ascoltarli. Un esempio della loro scarsa attitudine artistica è il cd intitolato Single Mixes & Edits RemasteredDisc Three che ripete uno dietro l’altro 2 versioni di La, La, La, He, He Hee, 2 versioni di Shockadelica, 2 versioni di Housequake e (per finire in bellezza) 3 versioni di Hot Thing. Uno sfinimento. Qui non stiamo ascoltando un’opera musicale, qui stiamo giocando a ciapanò. Questo cd sarà ascoltato una sola volta e poi prenderà la strada dell’archivio. Una mania ossessiva compulsiva da parte di chi ha compilato l’album che ha bisogno di qualche rimedio chimico. Se Prince Estate oltre a fare i daneè vuole fare conoscere Prince a un pubblico giovane, così non va bene.

Ma a questo problema pare trovare soluzione con il famoso documentario di Netflix, benedetto da Prince Estate. La produzione ha avuto diversi contrattempi. Dopo avere visto l’addio della regista Ava DuVernay, ora la produzione pare essere in mano a Ezra Edelman (vincitore di un Oscar per il documentario su O.J. Simpson). La serie dovrebbe vedere la luce nel 2022. Mentre su Apple+ (la concorrente di Netflix firmata da Apple) potrebbe presto sbucare il concerto del 1983 del tour di Purple Rain, condito di un documentario e testimonianze d’ordinanza.

Insomma, prepariamoci a tirare fuori un pò di money. Da parte mia, ho scritto questo articolo con la sana invidia nei confronti di chi ha la possibilità di ottenere informazioni di prima mano (e in anticipo). Ovvero, chi può intervistare le persone che fanno parte del cerchio ristretto di Prince Estate. Con me non lo farebbero neppure se mi nascondessi tra l’umido e la differenziata di Paisley Park.

La foto di Natalino Balasso è di sarasx is licensed under CC BY 2.0

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Perché Prince può essere considerato un genio?

Prima parte (31 agosto 2003)

Chiunque segua le gesta di Prince, e si vanta con gli amici di esserne fan, prima o poi deve rispondere a questa domanda: perché Prince viene considerato un genio ?

Prima di tutto: anch’io, che scrivo qui, credo che Prince sia un genio ? Sì, ne sono convinto anch’io. Più di una volta mi ha dimostrato con i fatti di poter farmi dimenticare tutto ciò che sapevo sulla Musica e sulla sua musica. Faccio un esempio.

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David Rusan – il liutaio della Cloud Guitar

Nei due viaggi a Minneapolis tra il 2016 e il 2017, abbiamo potuto conoscere tante persone. Poiché Minneapolis non è una destinazione classica per un viaggio negli USA, la prima domanda che ti fanno tutti è: “come siete finiti qui?”. E quando rispondi: “siamo qui per Prince” molti ti raccontano una storia su di lui. C’è chi ha lavorato dentro Paisley Park dove ha tirato i fili dei collegamenti internet (un albergatore di Ely) o qualcuno che ci ricorda di passare da First Avenue (un cameriere di un fast food).

Prince, in fin dei conti, è stato bravo anche in questo. Quel senso di fratellanza che il pellegrinaggio ci ha fatto scoprire ci ha permesso di avvicinarci a tanti come noi. Qualcuno di questi, a dire la verità, l’abbiamo perso di vista. Perché la vita, in fin dei conti, è quello che ti succede mentre fai dei programmi. Ma qualcun altro ci è rimasto vicino. Come David Rusan. Non dovrei neppure presentarlo, ma lui è il liutaio che costruì per primo la Cloud Guitar usata da Prince in Purple Rain, che nella finzione del film gli viene regalata da Apollonia.

Dave si mette in posa con la Cloud Guitar viola diretta in Australia e che non ci ha permesso di sfiorare.
Mentre abbiamo potuto toccare quella grezza sul tavolo.

David o Dave è un tipo tranquillo. Vive e lavora nella sua villa in un quartiere residenziale, Bloomington, in mezzo al verde. Ci siamo arrivati il 27 agosto del 2017, durante il secondo viaggio, alla fine della giornata che avevamo dedicato ad Henderson, per capirci il finto lago Minnetonka di Purple Rain. Una giornata estiva, densa di temporali, nuvole passeggere alla Raspberry Beret e un pranzo nelle loro fantastiche stazioni di benzina. Noi sempre in anticipo, come da tradizione austroungarica, quando abbiamo suonato Dave ci ha messo un po’ ad aprirci perché era ancora sotto la doccia. Ma non si è scomposto; ci ha fatto entrare accogliendoci nel suo negozio e laboratorio. Pensavamo saremmo rimasti 10 minuti, alla fine abbiamo trascorso l’intero pomeriggio.

Dave, che per lungo tempo chiamerò Rusan, parla di tutto. Racconta volentieri come è nata la sua collaborazione con Prince e non nasconde il suo amore per l’Italia (“in una vita passata devo essere stato un antico romano e un giorno verrò a visitare il vostro paese” ci dice). Noi alterniamo le risposte alle sue curiosità sull’Italia con le nostre incursioni nel mondo di Prince. In fin dei conti, Dave è un testimone diretto del Minneapolis Sound.

Cosa ho da perdere?

Lavoravo in un negozio di strumenti musicali frequentato da Prince e da altri musicisti del suo giro. A quei tempi i negozi di strumenti musicali erano gestiti da persone anziane e per i musicisti andare nei negozi era imbarazzante come andare a trovare i genitori la domenica a pranzo. Invece il nostro era un negozio gestito da giovani. C’era un bel clima. Ma io prima di fare le Cloud Guitar non avevo mai costruito una chitarra. Siccome avevano visto che le aggiustavo, hanno pensato che potessi costruirne una. Sono rimasto sorpreso che avessero scelto proprio me, ma poi mi sono detto: “cosa ho da perdere?”. Mi portarono il basso che Prince aveva preso a New York City quando era andato con la sorella per fare ascoltare la sua musica, ma dove aveva avuto poco successo. In realtà, il basso originale era leggermente differente dalla Cloud Guitar che poi ho costruito. Prince non mi diede delle indicazioni. Mi aspettavo di essere guidato come un architetto che deve fare un appartamento per un committente. Ma Prince non mi disse nulla.

I nuovi Earth Wind & Fire

Un giorno è arrivato in negozio David Z (il fratello del batterista dei Revolution, Bobby) con un grande mangianastri con le casse e ci ha fatto ascoltare un brano. Io gli ho chiesto: “hai trovato i nuovi Earth Wind & Fire?” David mi ha risposto: “guarda che è un solo ragazzo che suona tutti gli strumenti.” Era Prince. Quando Prince veniva in negozio faceva dei piccoli show. Un giorno l’ho visto suonare con la mano sinistra la chitarra e con la destra la tastiera. Tanto per dire che talento dimostrava a tutti. Era una tipo strano. Alcuni dicono che fosse un tipo divertente, amabile, altri del suo giro raccontano che fosse schivo e sbrigativo. Io sono stato fortunato di essere stato lì in quel momento, Quando hai un colpo di fortuna devi essere pronto per approfittarne e così mi sono lanciato in questa nuova sfida.

Viola come la moto

La prima chitarra era finta. Venne usata per girare il film, ma non era fatta per funzionare. Durante il film ne ho costruite 3 nel giro di 3 mesi. Mi avevano detto che la chitarra doveva avere lo stesso colore viola della moto guidata da Prince. Nel corso degli anni Prince me ne avrebbe chieste altre, ma io non ero più disponibile e allora si è rivolto ad altri produttori. Era un chitarrista, ma non un collezionista. Non aveva molta pazienza per pulirle o manutenerle.

Denunciami, tanto non ho più nulla

Per i musicisti di Minneapolis, il contratto di Prince con la Warner fu importante. Minneapolis non era un posto con studi di registrazione e con produttori. Qualcosa è successo con i suoi primi 4 album, ma aveva avuto dei problemi nel farsi accettare dal pubblico bianco. Quando ha fatto Purple Rain tutto è cambiato. Per i Revolution le cose sono andate diversamente dopo che hanno lasciato Prince. Wendy e Lisa hanno avuto ancora successo. Le colonne sonore e i Grammy lo dimostrano. Gli altri componenti dei Revolution, no. Tipo Matt Fink. Lui aveva uno studio di registrazione che non andava molto bene. Era in rosso e così si è unito a una tribute band di Prince. Il cantante di questa band è molto bravo e simile a Prince, ma è bianco, pelato ed ebreo. Quando Prince ha saputo che Fink suonava con loro, lo ha chiamato e gli ha detto: “cosa fai? io ti denuncio!”. Matt gli ha risposto: “fai pure. Sono senza soldi. Puoi denunciarmi, tanto non ho più nulla.” Prince alla fine ha lasciato perdere. Quando ho incontrato i membri della band mi hanno raccontato dei problemi che hanno. Si sa che Bobby ha avuto dei problemi di cuore. E io mi sono reso conto che siamo tutti invecchiati.

Creatività + duro lavoro = successo

Prince metteva insieme la grande forza creativa con il duro lavoro. Due cose che è difficile vedere in una persona sola. Forse era questo il suo segreto. E poi era un grande uomo d’affari. Eppure ha preso delle decisioni che non ho mai capito. Per esempio, non ha mai registrato il marchio della Cloud Guitar.

Legno di acero

Oggi le chitarre vengono fatte in circa 3 settimane, lavorando tutti i giorni. Sono fatte in legno di acero, che è molto duro. Arriva dall’ovest. Per evitare che si rompa uso un pezzo unico che viene lavorato completamente. Questo aiuta la qualità e la limpidezza del suono. Funziona molto bene con gli effetti, mentre ha un suono diverso da una chitarra jazz. Sono anch’io un musicista e parto da questo per costruire le chitarre. Ci sono altri liutai che lavorano bene il legno e partono dalle misure per farle, ma il problema arriva quando devono provarle. Devono capire, per esempio, come scorre la mano sinistra sulla tastiera. Sono particolari che solo un chitarrista sa valutare. Molti comprano le chitarre solo per collezione. Questa viola andrà in Australia (nella foto), mentre questa colore pesca andrà in Francia. Una volta è venuta qui una ragazza di 26 anni, che ovviamente è diventata fan di Prince solo di recente e quando le ho messo in mano la chitarra mi ha detto: “ma io non la so suonare”.

La morte di Prince fu una sorpresa, ma anche no

Sulla sua morte so solo che Takumi, il suo tecnico delle chitarre, mi aveva confessato che Prince soffriva da almeno 25 anni di dolori alla schiena. Prendeva medicinali per questi problemi. All’inizio sono rimasto sorpreso per la sua morte, ma poi ho pensato che avrebbe dovuto morire prima per i problemi alle anche. Mi sono domandato anche del testamento, come mai non ne aveva fatto uno? mi sono chiesto. Forse perché pensava che quando sarebbe morto non sarebbero stati problemi suoi.

Usciamo dalla villa di Dave sapendo di avere trovato un nuovo amico. Non passa manco qualche ora che siamo già sulla sua pagina Facebook, con una descrizione che sembriamo i principi di Monaco. Sappiamo che Dave ci ha raccontato tante cose, che sono scritte nella mia memoria. Così come la sensazione che Prince usasse gli oggetti e forse anche le persone per il suo fine ultimo: la musica. Non c’era altro per lui. Come la storia della scarsa manutenzione delle chitarra. Cosa che avvenne anche per la chitarra del Superbowl; durante la visita a Paisley Park, ci avevano confermato che dopo averla usata sotto la pioggia battente fu rovinata dall’umidità, perché ancora bagnata venne riposta dentro alla custodia. Un sacrilegio. Ma forse fu anche la maniera in cui curò la proprio vita negli ultimi mesi.

Traduzione

La città precedentemente conosciuta come Minneapolis

La strada in cui è stato assassinato George Floyd, che ha scatenato la più grande mobilitazione contro il razzismo in mezzo secolo, è sospesa nel limbo. Proprio come la casa in cui morì Prince.

di Amanda Mars (trad Simone)

Un ultimo viaggio in auto, 560 miglia (cioè 900 chilometri) per raggiungere Minneapolis, destinazione finale del percorso che ha avuto inizio a New Orleans e termina nello stato settentrionale del Minnesota. La fine e la nascita del fiume Mississippi. Per arrivare da St. Louis (Missouri) devi attraversare tutta L’Iowa, un paesaggio infinito di campi di grano dove inizia la corsa per essere presidente degli Stati Uniti. È una di quelle stranezze della politica USA: i primi Caucus o le assemblee elettive per ottenere la candidatura del partito si svolgono in questi piccoli villaggi agricoli e per una settimana all’anno diventano il centro del mondo.

Waterloo, Cedar Falls, Waverly, Nashua. L’ingresso alle città appaiono lungo la strada in un paesaggio completamente diverso dall’inverno. Non c’è più neve, speranze della Casa Bianca o centinaia di giornalisti che seguano le sue orme. Questa estate solitaria, tramonto d’oro è molto di più; ricorda le immagini Clint Eastwood in quel film d’amore, Madison Bridges, che ha anche messo quel piccolo pezzo di Iowa sulla mappa.

L’ingresso in Minnesota è quasi a mezzanotte e, anche se è agosto, la bassa temperatura chiarisce che si è vicino al Canada. Quasi 2.500 chilometri dalla partenza sulla costa della Louisiana, sette stati in 10 giorni. “Jazz è nato a New Orleans, tra il zydeco (ndt: una sorta di musica dance americana nera originaria della Louisiana meridionale, caratterizzata da fisarmonica e chitarra) e il bayou (ndt: negli Stati Uniti meridionali uno sbocco paludoso di un lago o di un fiume), il blues ha avuto origine nel Delta, mentre il rock e roll è emerso da Memphis”, scrive Paul Schneider nel suo grande libro sul Mississippi, Old Man River, che descrive un percorso simile a quello di questa serie attraverso l’america nera.

È un peccato che Schneider non abbia seguito la linea per finire a Minneapolis, la città che ci ha regalato Prince. Aveva un senso terminare il viaggio nella città di un artista che scappava dagli stereotipi di razza e di genere. La città in cui un paio di mesi fa è stata scatenata la più grande ondata di mobilitazioni anti-razzismo in mezzo secolo.

Nel pomeriggio del 25 maggio, George Floyd è morto sotto il ginocchio di un poliziotto bianco, che ha premuto il collo di Floyd contro il cemento per circa nove minuti mentre l’afro-americano gridava che non riusciva a respirare. Quattro agenti lo hanno arrestato con l’accusa di aver cercato di comprare tabacco in un supermercato di quartiere, Cup Foods, con un falso $ 20 bill. Era all’interno di una macchina parcheggiata di fronte alla proprietà, a 3759 Chicago Avenue. La strada dove è successo ora è diventato un luogo sacro e il negozio che ha chiamato la polizia, un luogo maledetto.

“Abbiamo fatto quello che dovevamo, non siamo responsabili di ciò che è successo dopo: si arrabbiano con le persone sbagliate”, spiega un po’ scoraggiato il proprietario, Mahmoud Abumayyaleh, all’interno dello stabilimento. È il 4 agosto, il negozio ha riaperto da due giorni, più di due mesi dopo la tragedia. Hanno provato a metà giugno, ma c’erano così tante proteste che hanno chiuso di nuovo. Anche oggi i manifestanti sono tornati al negozio, ma questa volta hanno deciso di andare avanti.

Niente sarà lo stesso per quel negozio, che è in città da 31 anni. L’intero marciapiede e il vialetto, popolato di disegni, candele e fiori, sono diventati un enorme luogo di culto per la figura di Floyd, un uomo di 46 anni e una vita complicata eretta a un’icona mondiale della lotta contro il razzismo. Coppie bianche e gruppi di amici e turisti sono qui per scattare foto.

Il Cup Foods sembra un piccolo negozio dall’esterno, quando era circondato dalla tensione delle rivolte a maggio, ma entrando si dimostra un grande supermercato, una luogo dove comprare pasti preparati, il tabacco e alcuni oggetti di elettronica. Ora hanno un portavoce afro-americano, Jamar Nelson. Secondo lui, il dipendente che ha fatto la chiamata alla polizia quel fatidico 25 maggio non sta bene e riceve un aiuto psicologico. “Le persone hanno tutto il diritto di essere arrabbiate, ma stanno andando nella direzione sbagliata, è tempo che il negozio riapra e le persone recuperino il lavoro”, insiste.

Prince, l’eroe locale

Minneapolis era piena di giornalisti durante quei giorni di incendi e saccheggi. Non così tanti erano arrivati da tanti paesi diversi dalla morte del Prince. C’erano quelli che hanno scritto articoli chiedendosi cosa l’artista avrebbe pensato di tutto questo. Prince Rogers Nelson nato nel 1958 nel nord della città in una famiglia di musicisti neri. Suo padre, John L. Nelson, era un compositore jazz della Louisiana e sua madre, Mattie Shaw, una cantante. Tuttavia, molti media lo hanno definito per anni “bi-razziale”, principalmente per il personaggio del film del 1984 Purple Rain che è ispirato da se stesso, anche se sceneggiato, dove aveva una coppia mista come genitori.

Nel 1981 il critico musicale Robert Palmer scrisse: “Prince trascende gli stereotipi razziali perché, come disse una volta: non sono cresciuto in una particolare cultura”. Si sospetta che, col passare del tempo, sempre più pop americano rifletta quell’orientamento bi-razziale. “Prince sembrava piuttosto in ebollizione permanente, sempre turbato; dal suo famoso cambio di nome negli anni novanta alle sue stravaganze da divo. Il mito si è concluso con la sua morte il 21 aprile 2016, da un’overdose di fentanil. Lo trovarono nell’ascensore di Paisley Park, un complesso di sale da registrazione e da concerto a 30 minuti da Minneapolis, dove visse anche lui. Dall’esterno, sembra una grande conceria o la sede di un’azienda in un poligono. E ‘ un antiGraceland. Sobrio, oggi con l’inconfondibile simbolo dell’artista sulla porta come unico segno di identità. Le guardie di sicurezza indossano abiti neri e cravatte viola. A causa della pandemia, e anche in contrasto con Graceland, non ci sono quasi visitatori.

È difficile immaginare una stella della sua altezza che finisce la sua vita tra quelle mura. Prince era molto amato a Minneapolis in gran parte per questo, perché a differenza di Bob Dylan, anche lui del Minnesota, non ha mai lasciato quella terra gelida. Non si è trasferito a New York o in California, come avrebbe dovuto seguendo la sceneggiatura di personaggi come il suo. Era indomabile anche per quello. Poco prima della sua morte, era diventato un habitué di Electric Fetus, un negozio di musica fondato nel turbolento 1968 da alcuni amici che volevano stimolare i nervi controculturali della città, programmando spettacoli, conferenze.

Il suo erede e attuale capo, Bob Fuchs, 39 anni, parla malinconicamente di quella che sembrava essere “una relazione duratura”. “Avevamo progetti in corso, gli piaceva quello che stavamo facendo, veniva spesso per aiutarci, comprava anche dischi e la gente rispettava molto la sua privacy, era timido”, dice. L’ultima cosa che ha portato a casa è stato qualcosa di Stevie Wonder, Santana, Chambers Brothers. Nel negozio, incentrato sul vinile, la sua discografia occupa un intero display. “Il cosiddetto Minneapolis Sound che ha creato è reale. Come città musicale, Minneapolis è uno dei segreti meglio custoditi, la gente pensa solo a New York, Nashville… ”, sottolinea Fuchs.

Nel famoso club di First Avenue, un murale di stelle ricorda gli artisti che sono passati. Prince è evidenziato in oro e, nelle vicinanze, uno dei tanti con il motto Black Lives Matter (Black lives matter), che è spuntato ovunque dopo la morte di Floyd. Su Lake Street, quella che ha subito i danni maggiori, le macerie erano scomparse e i lotti erano rimasti. La stazione di polizia che hanno bruciato, murata, sembrava essere in fase di riabilitazione. Minneapolis è una città viva e la città distrutta sarà presto ricostruita. La sua storia, tuttavia, è cambiata per sempre.

Prima di andare all’aeroporto sono andata a dare un’ultima occhiata al letto marrone del fiume Mississippi. La gente del posto parla delle sue acque torbide con uno strano orgoglio. Jonathan Raban lo descrisse in Old Glory. “La gente vede questa agitazione come un’incarnazione della loro interiorità. Si vantano con gli estranei della loro perversità, del loro appetito per problemi e distruzione, inondazioni e annegamento, c’è una nota nelle loro voci che dice: è dentro di me, so come si sente.”

Fonte: elpais.com/revista-de-verano/2020-08-27/la-ciudad-antes-conocida-como-minneapolis.html

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Prince, the Underdog

Non penso Prince abbia mai scritto una canzone intitolata Underdog. Forse perché sarebbe stato pleonastico.

In inglese Underdog significa tante cose. A me piace il significato legato alla competizione dove l’underdog sarebbe il partecipante che non ha i “favori del pronostico”. Nella sua pazza stagione degli anni 90, Prince rappresentò un ottimo esempio di Underdog. Scomparso dai radar della musica mainstream, Prince preferiva combattere la sua battaglia contro il sistema (o contro il “governo” avrebbero detto i milanesi Elio e le Storie Tese) da solo, dalla sua cameretta a Chanhassen (cameretta, si fa per dire…).

Ho una simpatia naturale verso gli Underdog. Chi lo sa, forse vale un po’ per tutti; ci stanno simpatici quelli che fanno più fatica degli altri nel raggiungere il risultato. Anche se non arrivano primi, quando conosciamo la loro storia diventiamo dei loro fan. In fondo, è questo ciò che è sempre capitato a Prince. Raccontare la propria vita nel film Purple Rain fu il trampolino di lancio della sua carriera. Anche se per qualche tempo ha snobbato quel periodo (mi riferisco sempre a quella pazza stagione degli anni 90) in fin dei conti Prince non esisterebbe senza Purple Rain. O forse sarebbe stato un Underdog per tutta la vita.

C’è questo video su Youtube che sta ricostruendo la vita di Prince attraverso le voci dei protagonisti. Si chiama “Once Upon a Time in Minneapolis”. Il documentario viene pubblicato su un account misterioso chiamato Sinnik22. Anche qui siamo di fronte all’Underdog della serie di Netflix dedicata a Prince e della quale abbiamo perso le tracce tempo fa. Nel 2018 ci avevano detto che la regista del momento Ava DuVerney si sarebbe dedicata alla produzione della serie, mentre nell’agosto di un anno fa lei stessa dichiarava di essersi chiamata fuori dal progetto. Come sia possibile che nel 2020, esista qualcuno che decida di non lavorare sul materiale di Prince mi è sconosciuto. Mah…

Tornando a parlare della serie “Once Upon a Time in Minneapolis”, la qualità scadente e la difficoltà nel comprendere gran parte dei termini inglesi non mi stanno disturbando. Anzi il low-budget rende il tutto più interessante, riservato a pochi e persino eccitante. D’altronde, alcune testimonianze sono davvero gustose.

C’era una volta a Minneapolis

Nella prima puntata che potete vedere qui sopra (la playlist comprendente tutta la serie), il racconto inizia con la premiere di Purple Rain al Mann Chinese Theater di Hollywood, Los Angeles, cioè il simbolo del cinema americano (il teatro che ha ospitato la consegna degli Oscar e che nel pavimento davanti all’entrata ospita le impronte delle mani degli attori). A parlare è Alan Leeds, a quel tempo Tour Manager di Prince, che si trova nella limousine con Prince stesso. Alan è seduto di fianco a Prince. Mentre davanti, di fianco all’autista c’è seduto Big Chick, la mastodontica guardia del corpo di Prince. Le limousine si avvicinano in fila indiana. In una, dice Alan, ci sono Wendy e Lisa. In una c’è Bobby e Fink. E così via. I protagonisti del film stanno facendo il loro ingresso nel mondo delle celebrità.

Al teatro li aspettano una sacco di VIP, di attori, di cantanti e di personaggi già famosi. Mentre le auto si avvicinano, Big Chick viene aggiornato dai suoi colleghi via walkie-talkie su ciò che avviene al teatro. Quando sono a cinque o sei isolati dal teatro, uno dei ragazzi della sicurezza racconta ciò che vede e parla di una cosa mai vista prima, “ci sono migliaia di ragazzi e la polizia sta impazzendo per controllare la folla”. Prince sente queste parole uscire dall’interfono e qualcosa succede nella sua testa (qualcosa si rompe, dice Alan). Con un filo di voce, Prince chiede a Big Chick: “cos’hanno detto?”. Alan osserva il viso di Prince e ha di fronte uno sguardo di stupore misto a paura (Alan usa la frase idiomatica “deer in the headlights“) e prosegue il racconto così:

Nel cervello di Prince passano tutte le immagini legate all’impegno profuso in quel periodo. Gli accordi per fare il film, la registrazione dell’album, le anteprime al First Avenue. Tutto era servito a questo momento. Tutto ciò che era nato dalla sua immaginazione. Per una frazione di secondo era perso. Mi ha preso la mano e ha ripetuto, sempre con un filo di voce tremolante “cosa ha detto? digli di ripeterlo!”. La sua mano tremava. Questa cosa sarà durata 10 o 15 secondi. Poi, improvvisamente, Prince si è irrigidito, ha indossato la sua (imperturbabile e imperscrutabile) faccia da poker e da quel momento in poi è tornato Prince.

Prince the Underdog
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Evento: Prince dal vivo su Youtube

Prince Estate ha deciso di collaborare con Youtube con l’obiettivo di raccogliere fondi contro il Covid-19. Sul servizio di streaming video di Google sarà trasmesso per 3 giorni il concerto del 30 marzo 1985 a Syracuse (New York). L’evento, così come si chiamano oggi queste cose, inizierà la sera del 14 maggio alle ore 6 della sera. Da noi sarà l’una del mattino del 15 maggio, quando Bobby Z e la giornalista Andrea Swensson della radio The Current si ritroveranno per scambiare due battute e (speriamo) rispondere a qualche domanda del pubblico di youtube.

Dalle 2 del mattino (le 7 della sera) inizierà la visione “premiere” del concerto. Un’ottima occasione per mettersi tutti intorno al televisore, vedersi Prince e i Revolution dal vivo e commentarli su Twitter. Peccato che sia notte in Italia.

Le sorprese non sono finite qui. Da venerdì il concerto, rimasterizzato da Bernie Grundman, sarà disponibile sui servizi di Streaming come Spotify (immagino), arricchendo la proposta della musica di Prince.

Piccola riflessione. Come dicono gli amici di Housequake, il concerto non è nulla di nuovo. L’abbiamo già (tutti?) nel Deluxe di Purple Rain. Come se non bastasse, io avevo preso il concerto anche in videocassetta, nel 1998 a Boston, e avrei apprezzato qualcosa di nuovo. Magari quella serata di Minneapolis che inizia con Interactive.

L’intervista a Bobby Z è una bella idea, ma perché scegliere un concerto che quasi tutti i fan di Prince hanno visto. A parte il concerto di Dortmund del tour di Lovesexy, quello di Syracuse è l’unico concerto trasmesso in televisione e pubblicato su video o su DVD. Perché non scegliere qualcosa mostrato ai party After Dark di Paisley Park? C’era Welcome 2 Australia, per esempio. Sarebbe una bella cosa per i fan. Non devono neppure mettere le mani dentro al Vault, ma basterebbe scegliere qualcosa che è già stato mostrato a Paisley park.

Housequake

Fonti: https://www.pressparty.com/pg/newsdesk/TheOutsideOrg/view/211945/

Lettera aperta agli amici di Trentuno Ventuno

Come avrai notato i miei post non sono più su Facebook. Sono ritornato alla piattaforma del blog. Il lavoro che produco è più bello. Grazie agli strumenti di WordPress posso integrare video di Youtube, post di Facebook e di Instagram. E’ un grande piacere offrire un servizio completo, ma per leggere queste parole dovete cliccare sul link che trovate in giro per i social. Vi chiedo un sacrificio, ma è sempre per quel senso di gratitudine nei confronti di Prince che preferisco fare così, invece che rimanere rinchiuso nella gabbia di Facebook. E regalare contenuti a Marcolino Zuccherbergh.

Simone T. aka Trentuno Ventuno

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I soldi dei Duran Duran

Ho scovato questa intervista ai tre membri capaci di suonare dei Family (o fDeluxe). I tre maschietti, insomma. Come al solito, chi ha avuto la fortuna di conoscere Prince da giovane e/o poi ha collaborato con lui nei primi 7 (!) lavori, può raccontare qualcosa di davvero interessante.

Eric Leed: Prince ci disse “possiamo essere funky e R&B, andiamo a fare un po’ dei soldi dei Duran Duran.”

Paul Peterson: Il primo cugino di mio cognato era il batterista dei Revolution, Bobby Z. Mio cognato m’ha chiamato dicendo: “hai un’audizione come tastierista dei Time!” io ho risposto: “e quando è?”. e lui: “tra due giorni, riporta a casa il tuo culo!”. Il primo giorno Prince non c’era, ma è arrivato il secondo giorno. Ero un po’ spaventato da lui, perché, per iniziare, io ero un novellino. E poi, io arrivavo dalla periferia. Sapevo qualcosa di bebop e Stevie Wonder e cose del genere. La musica nera non mi era completamente estranea, ma il suo tipo di black music era totalmente nuova per me. Prince ha cercato di calmarmi. Ha fatto quella cosa del “wreck a stow”. “Dillo velocemente” mi ha detto. Io ho risposto: “ma cos’è?” Lui: “dillo!”. E così io ho detto: “wreck a stow”, E lui: “Dillo velocemente!” e poi mi ha detto: “dove compri i dischi?”. Ci siamo messi a ridere; aveva rotto il ghiaccio. E’ davvero uno forte. Ha scelto i miei vestiti per il film Purple Rain. Aveva un campionario di vestiti. Avevo optato per il vestito normale gessato e nero. Lui ha scelto il vestito arancione per me. Si può dire che per me c’era tutta una storia da raccontare.

http://www.spinner.com/2011/11/18/fdeluxe-the-family-prince-interview/