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Purple Rain di Prince: Top nella Classifica di Rolling Stone

La classifica di Rolling Stone dei migliori assoli di chitarra di tutti i tempi è un mix di generi, generazioni e ritmi diversi.

1 PRINCE “PURPLE RAIN” (1984)

Le origini di “Purple Rain” sono avvolte dalla leggenda: Prince pensava che avrebbe potuto diventare una canzone country; la propose a Stevie Nicks, la quale la ritenne troppo cinematografica per poterla registrare; e una donna senza fissa dimora fu la prima ad ascoltarla quando Prince la invitò nella sala prove dei Revolution. Ma nulla di tutto ciò ha importanza, poiché, per tutti gli altri, la band ha dato vita a “Purple Rain” al First Avenue di Minneapolis il 3 agosto 1983, quando Prince ha strappato alla sua chitarra un assolo che sembrava più un grido commovente dell’anima che un momento di gloria musicale. È la prima volta che la suonano dal vivo, ed è la versione presente su Purple Rain. A quel punto l’abilità chitarristica di Prince era ben documentata, ma la fluidità del suo fraseggio nella canzone e il modo in cui pizzicava le corde per note che salivano verso il cielo dicevano di più su cosa significasse “Purple Rain” rispetto ai suoi testi oscuri. K.G.

Per vedere la classifica completa dei 100 migliori assoli di chitarra, visita RollingStone.com.

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Avvocati, politica e contabili

Questa domenica mattina, sfoglio dispacci d’agenzia dal sapore apocalittico. I sussurri di mercato diventano sentenze inappellabili. Il sipario cala, il panorama discografico e cinematografico muta volto. Netflix abdica. Paramount trionfa. Primary Wave si fa impero.

La resa di Netflix e il trionfo Paramount

Il colpo di scena archivia le fantasie di dicembre. Netflix incassa una faraonica penale di rescissione, abbandona il tavolo, lascia campo libero. Paramount Skydance sferra l’attacco letale, stacca un assegno da 110 miliardi di dollari, assorbe l’intero conglomerato Warner Bros. Discovery. L’acquisizione diventa legge, l’inchiostro sui contratti asciuga.

I master e i diritti di distribuzione globale di Purple Rain, Graffiti Bridge, Under the Cherry Moon e Batman sfuggono ai server di Los Gatos. Il progetto di aggirare i veti dell’Estate per resuscitare il noto documentario crolla. L’eredità visiva del genio di Minneapolis finisce blindata nelle casseforti Paramount.

L’ombra della Casa Bianca

Fermarsi alla superficie finanziaria significa ignorare l’abisso politico. David Ellison guida le danze, ma la linfa vitale sgorga dalle casse del padre Larry Ellison, co-fondatore di Oracle e alleato d’acciaio dell’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Un presidente che, sbugiardando le plateali promesse di pacificazione globale, trova il tempo e i missili per innescare un conflitto armato.

I padroni di Paramount padroneggiano l’arte dell’obolo. Mesi fa, l’azienda stacca un assegno da 16 milioni di dollari per chiudere una causa milionaria intentata dal presidente in persona. L’accusa? Aver montato in modo ingannevole un’intervista a Kamala Harris nello storico programma 60 Minutes durante la campagna elettorale. Una “penale” preventiva, versata sotto forma di donazione per la futura biblioteca presidenziale, atta a rabbonire le agenzie governative e ottenere il via libera alle titaniche fusioni aziendali.

Inghiottire WBD trascende il business dell’intrattenimento: significa annettere la CNN. Il colpo di spugna annienta un network avverso all’amministrazione in carica, piegandolo ai nuovi padroni. Il catalogo cinematografico di Prince annega in questo oceano geopolitico, dove il controllo dell’informazione planetaria oscura qualsiasi velleità artistica o restauro in 4K. La musica cede il passo alla propaganda?

Monopolio Primary Wave

Se Hollywood piange, la discografia trema. Primary Wave, custode del 50% dell’Estate di Prince, chiude la partita, sigilla l’acquisto di Kobalt Music Group. L’affare supera gli 1,5 miliardi di dollari, partorisce un colosso autarchico da 7 miliardi.

Primary Wave dismette i panni del mero fondo d’investimento, indossa l’armatura della major assoluta. Kobalt fornisce i condotti digitali: l’infrastruttura per rastrellare le royalty su scala globale. Primary Wave unisce il possesso del catalogo al dominio della distribuzione. L’azienda amministra le edizioni, traccia ogni micro-centesimo generato dallo streaming, gestisce le sincronizzazioni per film e spot. Decide luoghi, tempi, prezzi per piazzare Kiss o Sign o’ the Times. Il monopolio trionfa, i rubinetti dell’industria rispondono a un unico padrone.

L’ultimo veto?

In questo panorama a tinte fosche, risuona un ultimo sussulto d’orgoglio. L’Estate di Prince schiera gli avvocati, alza le barricate, vieta l’utilizzo dei brani di Prince per un imminente documentario celebrativo su Melania Trump. Un rifiuto netto, inappellabile. Eppure, assume i contorni del canto del cigno. Con Paramount padrona dell’eredità visiva e Primary Wave tramutata in major tentacolare, i guardiani di Minneapolis sparano l’ultima cartuccia. Domani, pronunciare quel “no” diventerà utopia. I nuovi padroni disporranno delle chiavi del regno.

L’amara nemesi

Insomma, riemerge una crudele nemesi storica. Prince consuma l’esistenza per scardinare le catene delle multinazionali, marchiandosi il volto con la parola Slave, reclamando a gran voce il controllo della propria arte. Innalza trincee discografiche per difendere l’indipendenza del creatore dal giogo dei burocrati, della politica e degli avvocati.

Oggi, il suo testamento spirituale e musicale brilla quale trofeo apicale di un tritacarne finanziario spietato. Il paladino della libertà artistica nutrirà le fauci della più smisurata concentrazione di potere mediatico e politico del secolo? E a noi, devoti seguaci, spetta il compito ingrato di contemplare le macerie di una rivoluzione, venduta al miglior offerente nei salotti dorati della borsa.

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Via dei Matti contro Prince

L’altra sera, Rai 3 ha trasmesso una puntata di Via dei Matti numero 0 (striscia feriale con Stefano Bollani e Valentina Cenni) dedicata, ispirata o inframezzata da racconti sulla storia musicale di Prince. In genere, la trasmissione è un’accozzaglia di musica con intermezzi da tv dei ragazzi anni ’70 e musicisti più o meno talentuosi che duettano con Bollani, l’ansioso pianista italiano. Cenni si occupa di cantare, raccontare qualcosa e tentare delle interviste, dove le risposte sono improvvisate, così come le domande. Bollani, poi, ha uno spazio per fare un po’ di SIAE, visto che spesso presenta i suoi brani. Brani talmente simili tra loro che viene nostalgia dei siparietti di Bellamà. L’altra sera, per l’appunto, è stato dedicato uno spazio a Prince, che poteva essere uno spiraglio in una televisione che tende a evitare il musicista di Minneapolis. E invece no: è stata una mezz’ora desolante. Tra i musi alla Topo Gigio di Bollani, che maltratta senza pietà un povero pianoforte, e gli inutili accenni alle stranezze di Prince, persino Cenni, che di solito sembra provenire da un pianeta dove le Nazioni Unite funzionano e non ci sono guerre, sembrava in imbarazzo di fronte agli entusiasmi di Bollani, tanto da apparire più misurata.

Qui i due mentre cantano un brano che a un orecchio poco attento ricorda Purple Rain.

Detto ciò, la Rai può trasmettere qualsiasi cosa, a noi il compito di criticarla.

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La Strategia di Netflix coinvolgerà anche Purple Rain?

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Ho già parlato della fine indecorosa che ha fatto il documentario di Netflix su Prince (se volete leggere la storia, basta cliccare qui), che è stato cancellato a causa di divergenze sostanziali tra il regista e gli “eredi” su come raccontare l’uomo Prince.

La notizia interessante è che proprio il colosso dello streaming, nonché produttore cinematografico di successo, sarebbe in procinto di acquisire il catalogo cinematografico della Warner Bros., che include anche il film Purple Rain. Netflix e Warner Bros. Discovery (WBD) avrebbero raggiunto un accordo definitivo per la fusione/acquisizione della divisione “Streaming & Studios”.

Netflix non sarebbe interessata alla musica di Prince di proprietà della Warner Music Group; mentre quasi tutto il catalogo musicale di Prince è passato sotto la gestione di Sony (Legacy Recordings) nel 2021, esistono ancora quattro eccezioni storiche (e non proprio trascurabili). In base all’accordo che Prince firmò nel 2014 (e che è tuttora valido), i quattro album/colonne sonore legati ai suoi film Purple Rain (1984), Parade (colonna sonora di Under the Cherry Moon, 1986), Batman (1989) e Graffiti Bridge (1990) sono rimasti di proprietà di Warner Records. Questi album non sono passati né a Sony né a Universal (il cui accordo del 2017 è stato annullato dal tribunale) e sono ancora legati a “Warner”. Discovery (che include gli studi cinematografici, HBO e la DC, ma non i canali come gli italiani Real Time) e Warner Music Group (che si occupa di musica) sono due aziende completamente diverse e separate dal 2004. Warner Music Group non è in vendita e fa parte di un’altra holding (Access Industries).

Insomma, Netflix otterrebbe i diritti di distribuzione e la proprietà del film Purple Rain, diventandone il distributore globale e potendo caricarlo sulla propria piattaforma senza dover pagare licenze esterne e possedendone il master video. Alla faccia degli eredi che, dopo avere fatto i capricci, bocciando il documentario prodotto da Netflix, in futuro, dovrebbero trovare un accordo con Netflix nel caso in cui decidessero di inserire il film (o i film) in qualche cofanetto per racimolare altri sghei dagli anziani fan di Prince.

L’accordo, comunque, vedrà eventualmente la luce verso la metà del 2027. Auguri.

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My name is Apollonia

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Sì, lo so: ci mancava solo questa.

Apollonia, al secolo Patricia Kotero, ha intentato causa contro gli eredi di Prince, accusandoli di volerle sottrarre il controllo dei marchi legati al suo nome professionale.

La notizia arriva a ridosso dell’annuncio ufficiale del cast del musical ispirato a Purple Rain (ne avevo già parlato qui).

Ma la vicenda è ben più intricata (come racconta anche questo articolo).

Apollonia aveva registrato il marchio Apollonia 6 già nel 2016 (veloce, vero?), Apollonia nel 2018 e, negli anni successivi, ulteriori marchi con il suo nome.

Gli eredi di Prince, però, hanno cercato più volte di bloccare questa bulimia di registrazioni e alcune azioni legali sono ancora in corso. Se queste si concludessero a favore dell’eredità di Prince, Apollonia potrebbe ricevere un classico ordine di cease and desist, cioè il divieto di usare il marchio, lei che c’ha fondato tutto il suo business.

La sua recente denuncia sembra proprio una mossa preventiva per tutelarsi e garantirsi il diritto di utilizzare quei nomi. Secondo lei, infatti, Prince non le avrebbe mai proibito di usare quel nome, anzi l’avrebbe “invitata” a usarlo; e qualunque accordo firmato all’epoca, che lei avrebbe firmato nel 1983 e nel 1984, sempre a suo dire, oggi non avrebbe più alcuna validità.

L’identità di Apollonia sarebbe anche in pericolo. Un’ironia quando si parla di un artista (Prince), che per diverso tempo dimenticò il proprio nome.

In altre parole, per lei Prince aveva taciuto, anzi insistito e quindi aveva acconsentito. Che potrebbe essere un nuovo modo di dire.

Ma, attenzione, Apollonia non era il suo secondo nome, come da qualcuno insinuato. Si tratta di un nome di origine greca che deriva dal nome del “dio Apollo, la divinità della luce, della musica e della poesia nella mitologia greca che era associato a bellezza, perfezione e talento artistico.”

Finisco con il casting del musical. L’attore scelto per interpretare The Kid, il personaggio di Prince in Purple Rain, richiama fortemente i tratti e la carismatica ambiguità del musicista. Al contrario, la nuova protagonista femminile non somiglia affatto all’Apollonia originale, latina e inconfondibile.

Non è una semplice coincidenza.

People.comReuters (la notizia sta facendo il giro del mondo, tranne che in Italia)

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Il Nuovo ‘The Kid’ di Purple Rain

Udite udite: hanno finalmente svelato il cast del musical di Purple Rain e… preparatevi a far finta di sapere chi sia Kris Kollins. Sì, proprio lui, il nuovo “The Kid”. Niente popstar planetarie o scelte sicure, ma un talento scoperto online, il segno dei tempi che tanto piaceva a Prince. Lui che fino a ieri faceva cover e – magari – cantava la sigla del TG di Mentana. Insomma, i produttori hanno deciso di giocare la carta del “diamante grezzo”. Oppure, scelgono il coraggio, volendo essere generosi. E hanno fatto tutto questo in una salsa di inclusività.

Fan devastati? Fan in estasi? La verità è che il popolo di internet si divide come al solito. Metà sono felici per la novità. L’importante è sognare e prepararsi a criticarlo. Mentre l’altra metà ha già pronti meme “His name is not Prince!”. Nel ruolo di Apollonia ci sarà invece Rachel Webb. Almeno lei, una che ha calcato già i palchi di Broadway, così non rischiamo il karaoke da matrimonio alla Cascina di Liscate.

Per fortuna, dietro le quinte ci sono alcune leggende della “Prince family”; la sfida è di non farci rimpiangere troppo il genio di Minneapolis.

Ce la farà Kris a reggere il confronto? Saprà fare l’assolo di Let’s Go Crazy o di Purple Rain?

O prenderà la strada del successo contromano in sella alla sua moto?

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