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Tutto iniziò con una scossa

Ancora sulle collezioni, anzi sulla mia collezione musicale. Il mio primo disco a 45 giri fu “E La Luna Bussò” di Loredana Bertè. Un reggae. Uno stile musicale insulso, che non ho mai sopportato. Noioso, leggero e ripetitivo. Più uno stile di vita che un vero groove. Fu una specie di imprinting al contrario. Così come il mio primo disco non fu uno dei Pooh, strano vero?

Ignaro di tutti i significati reconditi del testo del brano di Loredana, ero riuscito a guadagnare la mia indipendenza musicale grazie a un regalo ufficiale della famiglia: un mangiadischi. Credo di colore giallo. Era il 1979, erano anni pesanti dentro e fuori il nostro nucleo. Io ero, e rimango, il più piccolo. Anche se ho nipoti, se nasci per ultimo, sei sempre l’ultimo. Cercavano di difendermi e cercavano di ricreare un mondo perfetto, nelle poche disponibilità di allora. Il mangiadischi aveva la spina per la corrente: così non devi comprare le pile e risparmi – mi disse qualcuno. La mia mente economicamente fragile mi ha sempre confuso al riguardo: usando la corrente elettrica avrei veramente risparmiato? E se avessi usato delle pile ricaricabili? Domande senza risposta, d’altronde dovevo fidarmi di chi ne sapeva più di me.

A casa le prese della corrente si attivavano attraverso un giro di 45 gradi (a destra, credo). Non funzionava nulla se solo infilavi la spina. Dovevi fargli fare un giro fino alle ore 3. Pare fosse una scelta strategica per evitare qualsiasi contatto con i 220 volt. Cosa che avvenne poco tempo dopo quando cercai di inventare delle luci da discoteca, le luci psicadeliche, collegando un mangianastri Grundig con un abat jour. I fili dei due apparecchi erano collegati in maniera così fragile che si staccarono quasi subito e io, con la spina dell’abat jour inserita nella corrente, cercai di rimediare, prendendo una scossa tremenda.

La nostra casa degli anni 70/80 era senza salvavita, per cui non poteva mettersi in moto il sistema di protezione innescato dallo sbalzo di tensione e io rimasi fulminato per qualche secondo. Zaap! Ricordo quel momento e quella sensazione. Non posso neppure dimenticare le parole che ripetevo a chi era corso in mio aiuto (mia mamma): non mi sono fatto niente – non mi sono fatto niente. E non dimentico neppure le urla che mio padre scaricò su di lei, frustrato dal rischio che avevo corso. Lei era innocente; si era appisolata, mentre io stavo trafficando (strolicando, direbbero loro) come ho sempre fatto e ancora oggi continuo a fare, cercando di collegare cose, pensieri e idee. Forse tutto iniziò quel giorno, quando presi la scossa.

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