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Isole

Finalmente su Netflix un film italiano che vale la pena guardare. Si chiama L’incredibile storia dell’Isola delle Rose. Racconta il percorso dell’isola artificiale costruita alla fine degli anni 60 al largo delle coste di Rimini. L’ideatore è un ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, frustrato dall’impossibilità di vivere in una società più aperta alle sue innovazioni strampalate, ma funzionanti e che alla fine decide di costruire un suo stato. Una nazione vera e propria su una piattaforma al di fuori delle acque territoriali italiane con francobolli, valuta e passaporti. La fama dell’isola si allarga presto e diventa un luogo di incontro, di svago e contro-cultura per i giovani dell’epoca. La storia coinvolge, perché ci si immedesima nella sua battaglia idealista contro lo status quo, rappresentato da uno stato cattocomunista che cerca in tutti i modi di evitare un pericoloso precedente (nel film la parte più godibile è la narrazione politica, con gli scambi tra l’allora primo ministro Giovanni Leone e il suo ministro dell’interno Franco Restivo).

Per caso, considerando anche a chi è dedicato questo sito, la storia dell’Isola delle Rose ricorda lateralmente la storia del parco cachemire (Paisley Park 😂)? Paisley Park fu l’Isola delle Rose di Prince. Gli studi di Chanhassen sono stati la nazione autonoma dove governava (o imperava) Prince. La sua moneta erano le canzoni. Il passaporto erano i suoi concerti. Chi era il grande nemico di Prince, che nel film dell’Isola delle Rose è lo stato italiano? Forse gli stereotipi. Le categorie musicali e sociali. La disco e il rock. Per Prince non esistevano confini, non c’erano acque territoriali. Come gli uccellini che migrano sopra le nostre teste, impavidi dei confini, della Brexit e guidati solo dall’istinto. Lo stesso istinto, o gut (la pancia degli inglesi), che tracciava la strada della musica di Prince. Che gli intimava di rimanere chiuso a Paisley Park, senza contatti con l’esterno.

All’inizio della storia di Paisley Park, lo dimostrano le perle che stanno uscendo (per fortuna) dal Vault, il mondo di Prince era in battaglia contro il mainstream, rimanendo nel mainstream. Diventando il mainstream. Anche Prince incontrò il successo, riuscendo a rimanerne di fuori. Era la musica il suo strumento principale. Oggi i musicisti non fanno concerti perché mettono in piazza tutta la loro vita con i social. Prince sapeva o voleva misurare le parole, buttando lì delle fandonie per interessare il pubblico tipo quella che era di origine italiana. O la sua preferita, cioè che ogni tournée era la sua ultima tournée.

Adoravo la sua capacità di isolarsi a Paisley Park e di chiudere i rapporti con gli estranei, ampliando peraltro a dismisura la definizione di estraneo. Il suo solo obiettivo era produrre canzoni. Esplorare mondi musicali e implorare le donne nelle sue canzoni. Chissà, forse anch’io mi sono fatto un’immagine ideale di Prince, costruita su quello che so, che non è detto che sia vicino alla verità. Ma queste sono le regole del gioco dove è necessario avere il pathos della distanza. Non ti dovevi e non potevi avvicinarti troppo a Prince. E questo valeva – ovviamente – per i fan e anche per i cosiddetti esperti giornalisti.

Prince fu attratto dai social. Aveva un account di twitter dove scriveva post che poi cancellava. Un account su Instagram, dove Prince poteva mostrare la sua passione per la fotografia, che presto venne ribattezzato Princegram. Qualche sprazzo di streaming in diretta e un account su Facebook dedicato a lui con le ragazze, le 3rdeyegirl.

Prince non voleva raccontare la quotidianità come fanno i cantanti di oggi. Nessuna Emily che gli gestisse gli account dei social, Prince aveva rivisto alla sua maniera i social, per non cadere nella trappola dell’uniformità (e della falsa intimità). I cantanti dei giorni nostri usano i social per farsi e fare pubblicità. Lo fanno in maniera esplicita. Oramai, è un vizio comune. Su linkedin trovi decine di persone che intendono dare una mano agli altri, manco fossimo tutti la Croce Rossa, con annunci tipo: aiuto le persone e le aziende a crescere. Sono forme astute per vendere un servizio senza sembrare dei commerciali. Non so voi, ma io in giro vedo solo persone che, giocando sul cellulare alle gemme, cercano di tirarmi sotto mentre attraverso la strada sulle strisce pedonali (mi è capitato veramente). Altroché aiutare. Un post ci può dare uno spunto. L’idea per un libro e per fare un lavoro, ma non sarà un social che ci aiuterà a studiare per quel lavoro o a trovare gli soft skills necessari per farci largo nella giungla degli open space. Ipotizzo, quindi, che l’uso dei social sia principalmente un’attività di marketing. Come se ognuno di noi sui social avesse, che so, un negozio di abbigliamento e volesse avvertirci quando fa i saldi. Con questo non dico che sia illegale, tutt’altro. Dico che certe cose dovremmo trovarle dentro di noi. C’è questo libro di Pietro Trabucchi intitolato Perseverare è umano, che intende diffondere le soluzioni trovate dagli sportivi a persone normali come me. Il problema è che è più semplice guardare una storia di Instagram, comprare un gratta e vinci e sperare nella fortuna per fare il salto in avanti. Tutte cose che faccio io. Ma George Bernard Shaw diceva La libertà significa responsabilità. Significa anche impegno e resistenza. Se potessi tornare da Simone di 30 anni fa gli direi di tenere duro e continuare a fare musica, di non ascoltare gli altri, non cedere alle sirene di un lavoro qualunque da lunedì a venerdì, con le ferie pagate. Oramai è andata così, ma mi rimane questo ultimo tratto di strada da percorrere (insieme a voi, se vi va).

La musica bellissima (di Prince) che ci accompagna e ci ha guidato fino ad oggi ce la siamo andati a cercare. Non era nascosta tre le storie di Instagram. Era tra le fresche frasche dei nostri inverni solitari. Avevo nel cuore e nella mente il funk. Non so perché, ma so che ho sempre amato il ritmo funk. E allora come fu che mi avvicinai a Prince? La curiosità di trovare qualcosa di nuovo, girando tra le radio e le televisioni di allora. Non conoscevo la sua storia, che non poco mi stupì quando lessi la biografia A Pop Life. Poi un giorno ebbi la conferma da mio fratello che, sentendo due cose della colonna sonora di Batman e sfinito dalla mia passione per i Pooh, mi parlò bene di Prince. Con Graffiti Bridge stavo girando sulla vecchia Cassanese quando un Dj alla radio disse: se vi piace il funk dovreste comprare l’ultimo album di Prince.

Ed eccoci qua.

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Computer Music

Parliamoci chiaro, io sono un perito informatico. Non esisterei se non fosse per i chip, la silicon valley, Steve Jobs & Bill Gates, Pro Tools & Cakewalk, il Commodore Amiga. Trapasserò, speriamo presto, davanti a una qwerty. Quando la mia vita incrociò la musica di Prince, a Paisley Park si era messa da parte l’elettronica. Siamo nel 1991 e dopo anni di batterie elettroniche, Prince riprende i vecchi amici di Minneapolis (che poi era solo Sonny Thompson) e fa un album di grande successo. Non il mio preferito, ma senza dubbio un album importante.

Riavvolgiamo il nastro un’altra volta.

Avevo già acquistato Lovesexy e Batman, ma non era scattata la scintilla. Quando andammo a vedere il film del pipistrello manco rimasi colpito dalla giornalista, pensa te, ma da quel pazzo-erotomane di Jack Nicholson. Eravamo nel cortile della biblioteca di Gorgoncity, a pochi passi dal parco, il cui guardiano era stato rinominato il parcheggiatore. D’estate passavo dal giornalaio, prendevo la Gazzetta dello Sport e in bicicletta andavo a leggerla al parco. Giorgio, il cui papà faceva il frontaliero per le Ferrovie dello Stato a Lugano, mi disse: sembri un pensionato. Avevo 18 o 19 anni. Già puntavo al tramonto, più che all’alba. Mentre quei quattro insistevano con il trovatevi in garage per suonare, io facevo musica nella mia cameretta. Ero depresso. Invece un giorno arrivò 1999. Maccheccazzo. Tutta questa musica insieme? Quella batteria elettronica lanciata per diversi minuti, con pochi suoni, a volte con degli scherzi, era la perfezione. Meno è più. Anche se più me lo meno. più vengo meno. Cazzate. E poi c’era la chitarra elettrica e: I like it funky! Ancora oggi, 1999 è l’album che mi predispone al rimedio chimico ed elettronico. Non avevo ancora iniziato la mia fase terapeutica, ma già sentivo qualcosa di simile dentro di me. Lui aveva immaginato il gioco di ruolo, ma con Jill Jones tra i cap-peli è più facile, no? Allontanando gli spiriti, sai che c’è una frase che potrebbe aprire la strada della felicità: Rain is wet, Sugar is sweet. Al telefono, uno sconosciuto mi disse: Te l’hanno detto che Prince è omosessuale? Cosa? Wendy & Lisa lo sputtanano. Che cazzomenefrega se Prince è omosessuale (a parte preoccupare daddy?). Parliamo di musica: ci sono persone che ancora stanno lì a discutere sulla genialità di Gary Numan, disse Prince. Gary Numan rispose: questa cosa mi ha aiutato. Ogni volta che qualcuno del genere parla positivamente di te, allora un sacco di persone lo leggono. Vedono il tuo nome sotto una luce positiva. E questi andranno a cercarti e vedere cosa fai, forse a qualcuno piacerai. Sembra che il riconoscimento abbia tenuto viva la mia carriera. Annotarsi sulla Moleskine: la felicità è figlia di ciò che pensi di te o di ciò che gli altri pensano di te? La signora tassista che portava Prince in giro per LA non sapeva che esistesse la new wave inglese. C’è questo film su Amazon Prime intitolato Control e dedicato Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Il film è del 2007 ed è un ritratto della provincia inglese degli anni 70. Del proletariato pro-brexit. Proiettato in bianco e nero e diretto da Anton Corbjin. Curato nei particolari musicali (alcuni brani escono proprio dalle loro registrazioni). Sì, è la provincia Manchester (Ian tifava City, per dire), ma potrebbe essere Edina, Cernusco, Correggio o North Minneapolis. La musica è motivo di creazione per vincere le paure. Fino a diventare un boomerang; il complemento oggetto del dolore diventerà il soggetto. Arrivavamo dagli anni 60. La libertà sessuale all’Esselunga, la guerra in Vietnam si era chiusa al VAR, il paradiso in terra. Il sei politico. Tutti promossi senza fare una mazza. Quando poi siamo entrati negli anni 70 ci siamo accorti che la libertà non era nulla di buono. Che ci faccio adesso con tutta questa felicità se sono senza soldi? Piazza Fontana, l’anarchico Pinelli, l’omicidio Calabresi e i toscani che facevano tremare le mura della Casa dello Studente in Via Pascoli. Abbiamo perso la verginità; era un quarto di secolo che la DC ce lo metteva nel sedere. Ci mancava solo il Golpe Borghese per farci capire che non avremmo mai raggiunto la pace dei sensi. Io andavo a fare le elementari dalle parti di Piazza Leonardo da Vinci. Il mio primo giorno di scuola mio papà non c’era e venne mia mamma che fece delle foto spettacolari. Era il 1976, o il 1977, o il 1975. La mia maestra era antipatica e fascista. In quinta ci disse: Mussolini ha fatto anche delle cose buone. Non è vero un cazzo, vecchiadimmerda. Mi fanno ridere quelli che oggi si lamentano dei maestri cattocomunisti. Io ne ho avuto una che menava i poveri per dare ai ricchi.

Questi erano gli anni 70. Prince li prese, li mise in tasca e ci costruì sopra 1999. Ian Curtis provò a raccontarli, ma finì come finì. Nel 1980 i Pooh incisero Non Siamo In Pericolo. Gli anni 70 erano finiti. Non era il caso di continuare a darci delle bottigliate sui maroni. Perché non sfogarci con l’estetica? Mtv nasceva in quei giorni. Era il primo passo verso gli influencer (rob dè mat, Ferragni). E con l’arrivo dell’AIDS tutto divenne un grosso punto di domanda. Sembrava sufficiente guardare una ragazza sul metrò per diventare conclamati. Spaventati da un mondo inospitale: Welcome 2 AIDS, scrivevano le modelle sullo specchio dell’hotel quando ti svegliavi la mattina e lei se n’era andata. Avevano rovinato il sesso, rimuovendo l’amore. Avevano rovinato le personalità, rimuovendo le paure. Avrebbero rovinato l’estetica, rimuovendo il carattere.

Cristina dice che i computer erano il mio luogo sicuro. Lì era tutto o zero o uno. Non c’erano i miei genitori a litigare. Non c’erano i miei nonni a far litigare i miei genitori. Lì potevo anche avere un fratello e non un nemico. Lo costruivo con le mie forze. Bello o brutto, faceva quello che volevo io. Al limite andava in errore. Poi bastava gestire l’errore. Il computer non mi sputtanava con gli altri. Non mi sparlava dietro le spalle. Non sarebbe andato da mio papà a dirgli che avevo sbirciato nel regalo di Natale, come aveva fatto mia nonna. Mio papà tornò a casa e (letteralmente) saltò sopra al pacchetto, distruggendolo. Fu come una furia. Fu la sua risposta alla mia richiesta di diventare grande. Avevo detto: adesso che so che Babbo Natale non esiste, possiamo mettere i regali davanti all’albero? Si vede che non era d’accordo. Ma mia nonna non si poteva fare i cazzi suoi? Mio padre era capace di sfuriate nervose che spaventavano tutta la famiglia. Una cosa curiosa, che non ho mai ben capito, è che lui dopo queste sfuriate non veniva a cena. Oltre averci gentilmente donato qualche minuto di ansia e angosce (e la paura che potesse sfoderare l’arma d’ordinanza), ci mollava e non veniva a mangiare con noi. Io mi domandavo: ma che cazzo c’entra? Un egocentrismo portato all’eccesso. Mia mamma dice sempre: se il braccio ti fa male alzandolo, perché lo alzi?

Quella ricetta di Prince mi fu fatale. Quando lessi A Pop Life con tutte quelle vicissitudini famigliari. In qualche maniera mi rispecchiai. Quella capacità di catalizzare nella musica tutta la sua rabbia, fu una vera e propria epifania. Io, per il bene comune, non l’avevo mai fatto. A tratti forse, ma mai con la sua precisione. Va bene, va bene. Ho esagerato. Spero di senta l’ironia. Torno in me stesso. Non potevo certo mirare ai risultati di Prince. E poi io vivevo ancora con i miei. Non avevo Bernadette Anderson che mi potesse ospitare e insegnare: un po’ di disciplina è ciò di cui hai bisogno. Prince dedica una frase alla sua mamma adottiva, prima di dedicarne una alla madre (la sorella era già stata omaggiata). Non so se ci siamo capiti.

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Reinventarsi

Buongiorno, sono da poco passate le sette e trenta. È domenica mattina. Sono rilassato nella consapevolezza di una quotidianità anomala. Il mio relax mi accompagna per poco. Ma ora c’è. C’è anche l’app Calm che può aiutare a concentrarsi sul respiro. 10 minuti dedicati a se stessi. Oggi si parla di reinventarsi. E chi meglio di Prince si è reinventato decine di volte nella carriera. I concerti erano un mix di successi e nuove canzoni. Non lo dico io, lo dice Tamara Levitt dell’app Calm.

Per usare Calm potete cliccare su https://www.calm.com/gp/ehk8j8 Calm è un app per la meditazione e il sonno.

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…vorrei vorrei riavvolgere il nastro un po’ per chi non sa di quel nostro tempo là…

Quanto tempo che ho dedicato alla musica e alla storia di Prince. Non sono stato un grande frequentatore di concerti in giro per il mondo, come tanti amici, ma ho la mia dose di partecipazione alla causa. Questo blog, nelle sue diverse edizioni, prima sulla vecchia splinder, poi su blogger e infine su questa piattaforma, ha rappresentato più di 10 anni della mia vita. Mi piace ripercorrere gli articoli scritti anni fa. Era una persona diversa che utilizzava le risorse aziendali della famiglia. Il primo post aveva data 13 luglio 2003. Qui sotto uno screenshot di quei altri tempi.

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O.T. breve storia dei Pooh

è una di quelle giornate strane. una di quelle giornate dense di emozioni contrastanti. sono giorni dove si alternano momenti di felice calma a momenti di agitata ansia. in questi momenti, sembra inutile usare le maiuscole. anche se sarebbero obbligatorie dall’italiano della crusca, a me sembra che non contengano fibre. in questi momenti, mi batto per ciò che è giusto. Anche se questo sito è dedicato a Prince, credo che un breve viaggio nel mondo dei Pooh possa aiutarmi a descrivermi meglio.

Io non dormo quasi mai,
ma ho fatto un sogno che
mi ha messo in allegria
C’è la nostra batteria che
va da sola ed io
mi siedo in mezzo a voi
Stare qui è un’emozione ma
è un’astronave che
non scende a terra mai
Anche se vorrei sbarcare un po’
sono anni senza fiato e non si può

Anni senza fiato

è morto Stefano D’Orazio, aveva 72 anni ed era il migliore manager con il minore talento dei Pooh. Se i quattro in discorso sono rimasti per così tanto al successo lo devono a SDO. Quando i pooh sono diventati i Pooh con la maiuscola, c’è stato un mix di pazzia, capacità, competizione, serietà e comunicazione. All’inizio degli anni 70 (o alla fine degli anni 60) le band nascevano continuamente. Mettere insieme le forze di più musicisti e fare risparmi di scala per portare a casa un prodotto vendibile era l’unica maniera per sopravvivere. Studi di registrazione imponenti, strumenti scordati nelle cantine e spesso rotti avevano solo una risposta: sghei. Dindi. Dollari. Money. E danee. Cambiàli. Cambiali con qualcosa che funzioni. Case discografiche che pianificavano 3 album per rientrare dell’investimento. Le vendite degli artisti commerciali (o popolari) venivano capitalizzati nella ricerca di cantautori politicamente impegnati. Ricordo una battuta di Ruggeri a Morandi. L’Enrico amava ricordare al Gianni nazionalecantanti che con i soldi che la casa discografica RCA faceva dai facili successi del Morandi, la major li avrebbe poi investiti sui cantautori cattocomunisti degli anni 70. E questa onda impegnata nel sociale e nella politica, si fa per dire, si sarebbe occupata di sparecchiare via Morandi, equiparandolo a qualcosa di obsoleto. Salvo finire i cantautori loro stessi nel calderone delle contestazioni, come accadde a De Gregori al Palalido in Piazzale Stuparich.

Fu l’album della svolta, Poohlover. Con le dovute proporzioni, fu come Dirty Mind per Prince.

Era il 1976. Era il momento in cui i Pooh si scrollavano di dosso la produzione esterna, dividendo per 4 le responsabilità . Fu l’album della svolta, Poohlover. Con le dovute proporzioni, fu come Dirty Mind per Prince. Dove Prince parlava di sesso, senza eufemismi o metafore, i Pooh cantavano l’essere umano, senza eufemismi o metafore. Il faro era puntato sulla realtà delle cose. E degli emarginati. La prostituzione, l’omosessualità, l’uomo che esce di prigione, la moda degli extraterrestri. Fu qui che iniziarono a unire brani commerciali con il racconto della quotidianità. Senza fare la morale e senza giudicare. Ma questo era il talento di Negrini: scrivere di qualcuno senza renderlo ridicolo. Mi ritrovavo osservatore di un film mentre ascoltavo i loro brani. Non un’altra dimensione. Ma, ancora una volta, una realtà aumentata. Come quella di Prince. Con D’Orazio che nei testi giocava sull’ironia: se per sbaglio fossi santo, un miracolo ogni tanto per salvare i fatti miei, lo farei (Fare, Sfare, Dire Indovinare). La poesia di Stefano era disincantata: fossi re, fossi potente, la mia gente con promesse incanterei. Un testo buono per tutte le stagioni da Mani Pulite, ai negazionisti di oggi. In quei giorni, D’Orazio godeva della competizione che si era creata all’interno della band. Ognuno portava quel tanto in più, il valore aggiunto da dimostrare ai colleghi. In Rotolando Respirando, l’album di Dammi solo un minuto, i tamburi della sua batteria caratterizzano il sound della band. Distribuiti tra la sinistra e la destra, senza essere consequenziali, l’arrangiamento ritmico diventa importante. Come in Una domenica da buttare. Trovando un proprio spazio. Una precisa identità. Siamo nel 1977 e si sente l’arrivo di qualcosa di nuovo. Il rock sinfonico viene sorpassato a destra dal rock melodico. Il falsetto di Dodi e di Fogli sanno di vecchio. Negrini vuole scrivere un album urbano e lo dedica alla suo città d’adozione, Milano. Così nasce Rotolando Respirando. Stefano rimane disincantato: qui invece resta tutto al posto suo, solo il tempo passa. E ho ancora addosso il calore delle sere quando c’eri tu. (…) bene non va, però va, manca un po’ di fantasia. (…) e fa notte presto, e il tempo è troppo per pensare a non pensare a te (Che Ne Fai Di Te).

Leggendo le storie dei musicisti, spesso è questo sforzo di rimanere sempre in sella che fa cadere dal cavallo del successo. L’entusiasmo e l’adrenalina iniziale svaniscono. A quel punto hai solo un’opzione, ridurre lo studio musicale e dedicarti agli affari. Succede a tutti i musicisti.

In questa dimensione tra la poesia e la catena di montaggio, i Pooh imparano a gestire la macchina della musica. Una vera e propria industria. A Gabriele Ansaloni, negli anni ottanta D’Orazio aveva spiegato il piano dei conti di una band: ogni concerto che fai devi recuperare le spese dei giorni precedenti, quando non hai suonato. O Dodi, che in un esempio chiariva l’economia di una band dove non tutti sono talentuosi come lui: quando finiscono i concerti, io sto bene da solo, mentre i miei colleghi fanno le necessarie pubbliche relazioni. Chiarendo – una volta per tutte – perché lui che avrebbe potuto lasciare i Pooh in qualsiasi momento e fare una carriera di successo (dividendo per 1 e non per 4 – il compenso di una serata), alla fine non l’aveva fatto. Ed era rimasto con Stefano e soci, che però dovevano fare andare le mani per mantenere la rotta finanziaria. Sempre nelle stesse 24 ore di prima. Leggendo le storie dei musicisti, spesso è questo sforzo di rimanere sempre in sella che fa cadere dal cavallo del successo. L’entusiasmo e l’adrenalina iniziale svaniscono. A quel punto hai solo un’opzione, ridurre lo studio musicale e dedicarti agli affari. Succede a tutti i musicisti. Si fa una sorta di trade-off tra arte e conto corrente. Stefano perderà quella grinta di esplosione e la sua ritmica diventerà piuttosto noiosa. L’album Goodbye registrato dal vivo è impietoso. Stefano ripete per tutto il disco il medesimo fill. A questo punto, però, i Pooh più che di un batterista hanno bisogno del manager D’Orazio che farà da ministro delle finanze della band. Senza dimenticare il suo posto dietro i tamburi, perché si era creata una sorta di immagine da difendere dei 4 moschettieri. In questo periodo nell’ambiente girano voci che D’Orazio non suonerebbe nei dischi, sostituito da un turnista, cioè un musicista che viene pagato per suonare in studio. D’Orazio risponderà scrivendo una lettera che verrà pubblicata sul sito dei Pooh.

Non avranno mai il coraggio di imbracciare momenti di sperimentazione. Barbara D’Urso e Mara Venier a palate. Figli a fare la radio o i talent. Niente più mistero.

Nulla cambierà, perché i Pooh dal vivo proporranno quelle tecnologie di uso comune. Campionamenti. Tracce pre-registrate. Tastiere nascoste. Malgrado un tour acustico, da vivere in dimensioni contenute, i suoni saranno sempre li stessi. Ripetendo i giochi melodici e le ispirazioni, cercano lo sbocco del musical Pinocchio e diventano definitivamente nazionalpopolari. Non avranno mai il coraggio di imbracciare momenti di sperimentazione. Barbara D’Urso e Mara Venier a palate. Figli a fare la radio o i talent. Niente più mistero. Niente più la tensione per un nuovo album. Bisogna raccontarsi da capo a piedi. Ma il racconto è stonato. I Pooh rimangono fedeli alla media aritmetica delle loro capacità, abbassata dalla ritmica, incontrando il mondo della produzione o dell’imprenditoria. Studi di registrazioni, società di consulenza e amori da Novella 2000. Cambiano i tempi. Cambiano i protagonisti anche se rimangono sempre gli stessi. Chi li tiene agganciati alla realtà è il Negrini che sa come si sta dall’altra parte, visto che l’hanno allontanato qualche decennio prima, proprio per dare spazio alla batteria al più figo D’Orazio. In tre riacquistano la musica + 1 batterista vero fanno un album reale Dove Comincia Il Sole, che sembra figlio della PFM di Mauro Pagani, più che dei Ricchi e Poveri. Peccato che durerà poco. Quando Valerio si trasforma, i Pooh possono solo rifare i propri brani. Non c’è più il genio compositivo. Non c’è più la visione del mondo che dava quel qualcosa in più. D’Orazio tornerà alla routine dei musical. Il tour finale, commozione a parte per i momenti in playback, diventa una celebrazione di qualcosa che non c’è più. Come Stefano.

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Il bagno nelle sacre acque

Nell’aria c’è nostalgia di Minneapolis. Tra le dirette che stiamo vedendo, i filmati dentro il Sign o’ the times deluxe e qualche tentativo di uscire da questa clausura che manco fossimo delle monache del Gran Premio di Monza, viene voglia di tornare nel mid-west.

Chissà se capiterà ancora di spaziare tra la Interstate 90 (detta anche I-90) e l’infinita musica tutta uguale delle radio americane. Ho come la sensazione che quando la Delta riaprirà la tratta da Amsterdam ci faranno pagare con gli interessi un biglietto.

Per il momento posso solo offrirvi il filmato di quando ci siamo bagnati nelle acque del Lago Minnetonka. Io sono quello imbambolato con la maglietta nera, che pensa di essere finito in uno sketch con Zuzzurro e Gaspare. Mi sono lavato il collo (indolenzito dalla tracolla della Nikon) e scivolo rischiando di farmi battezzare nel lago come un Testimone di Geova qualunque.

Notate come viaggiano veloci le nuvole sopra di noi.

La domanda è: perché alla fine del video corro come un pazzo?

Sarà stata la felicità…