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“Lo so”

I know there’s a heaven
I know there’s a hell

L’avevano annunciata da qualche tempo e domenica sera, finalmente, c’è stata. La diretta Facebook da Minneapolis di Giordano V che ci ha scarrozzato tra il cielo plumbeo quasi canadese, gli aceri rossi e il simbolo viola che sa tanto di Giò Pomodoro.

Giordano vive dal 2013 poco lontano da Paisley Park dove ha passato milioni di notti. Già nel 1991 (quando io ancora mi facevo la pupù addosso) lui era là, con un misto di pazzia e coraggio. C’è tornato per viverci alla fine degli anni 90, ed ora si gode la famiglia. Domenica sera, in collaborazione con l’Assessore al Minneapolis Sound Luisa G., Giordano e consorte hanno guidato un nutrito gruppo di fan italiani in una viaggio quasi onirico di 2 ore; abbiamo passeggiato tra le ville (o quello che ne rimane) di Prince, lo studio di registrazione, dove si sono infilati nello store ufficiale, condendo il tutto con racconti emozionanti, divertenti e inimmaginabili.

A Chanhassen c’erano 3 gradi, mentre nella periferia dell’est Milano le mie estremità inferiori stavano tiepide grazie ad una borsa dell’acqua calda, che questa volta sono riuscito a prepararmi senza l’ustione di secondo grado. Sbagliando s’impala, direbbe un Testimone di Geova. E mentre una cimice sorvolava la mia postazione da dove scrivo, Giordano ci faceva atterrare nella regione dei 10mila laghi, dei grandi spazi e dei quartieri nuovi. Come un novello Obi-Wan Kenobi, ci istruiva sulle modalità di accesso alla “terra santa” (come avevano soprannominato gli studi di Prince) e su quel mondo irreale che è stato il mondo di Prince. Con il pensiero siamo stati al Glam Slam, a cercare tra le bobine dei master e nello studio seduti al fianco di Prince. Là dove il cuore batte.

Come in una realtà quantistica, la verità della musica di Prince ci permette di dire che egli non è scomparso. E mai lo sarà. Come il gatto di Schrödinger, fino a quando gli eredi, la Warner, la Sony (o chiunque sarà seduto sulla poltrona dell’archivista capo) continueranno a sfornare inediti (più o meno validi) Prince sarà sempre contemporaneamente vivo e morto. Per chi (come la gran parte di noi) stava dall’altra parte dell’oceano, la sola occasione per avvicinarlo erano i concerti dal vivo. Per chi (come me) si faceva la pupù addosso, la musica e internet erano i punti di contatto con lui. E poiché “chi è steso o dorme o muore, oppure fa l’amore“, un giorno (sooner than U think) il mio sistema para-simpatico e pure-antipatico smetterà “sfinito” di operare. E dopo quel giorno i miei nipoti, le loro amiche e gli amanti potranno ascoltare nuovi arrangiamenti e assoli di Eric Leeds che scivoleranno fuori dal Vault. Proprio come G ha predetto. E io non ho paura.

Finite le due ore, io e la cimice ci siamo salutati, abbiamo scambiato due parole su Eriksen dietro le punte. Lei è convinta che sarebbe meglio giocare con il rombo. E ci siamo ritirati ognuno nel proprio letto. E grazie a quel mondo impronunciabile che è la chimica applicata alle sinapsi, ho ripensato a chi mi raccontava del dottore dei pazzi. Pazzi sono quelli che giudicano gli altri pazzi, mi sono detto. E gli specialisti che sono in grado di salvare la vita delle persone? Lo so, è un peccato che non abbiano saputo intercettare il grande dolore precedentemente conosciuto come solitudine. “Quello che è successo” dice Giordano “è successo perché lui era innamorato di noi!” Non sapeva vivere un’altra vita, penso io. Nessuno gliel’aveva insegnata.

Mi addormento. E sogno Prince. Siamo io e lui. Io ho poco più che 25 anni. Siamo sulla provinciale che porta a Lecco. Non so perché. Camminiamo sul ciglio della strada. Lui è nel periodo Parade. Giacca di pelle nera e capello corto. Io ho appena smesso di farmi la pupù addosso. Da lontano frequento cattive compagnie, ma che per me sono buone. Frequento da vicino buone compagnie, ma che alla fine si riveleranno cattive. Se in quel periodo avessi fatto del nero, sarei diventato un uomo prima dei 30 anni. Prince lo sa. Io e lui camminiamo in fila indiana e sono preoccupato per le auto che ci sfiorano. Non so bene cosa dirgli. Prince è serio, ma sorridente. Oppure sorride seriamente. Affianchiamo dei centri commerciali, dei benzinai, e pub irlandesi della brianza alcolica e non parliamo. Prince mi guida da qualche parte. Vorrei dirgli qualcosa, ma non so cosa. Ho paura. Poi mi viene in mente una cosa da dirgli…

Mostra Dopo La Pioggia

Monster diary pt.3

(diario della mostra)

La nostra giornata espositiva è una routine bellissima. Si parcheggia a Città Studi, dove prendiamo il 33 che ci porta in Corso Buenos Aires. I tram con i sedili di legno fanno parte della Milano che conosco. Adoro il tragitto che fa il 33. Il Politecnico che avrei dovuto frequentare. Le ville Liberty di Via Pascoli, dietro alla mia scuola elementare. Viale Romagna con l’edicola di Secondo e della Nelly dove per un giorno ho fatto l’edicolante. Lì ho imparato a contare i biglietti del tram. La Casa dello Studente dove lavorava mia mamma. Quando andavo a trovarla le sue colleghe mi riempivano di complimenti, quelli che non ho mai ricevuto dai miei nonni. Più avanti c’è Piazza Carlo Erba, dove nacque la Rizzoli e dove Giovannino Guareschi raccontava i suoi contemporanei sulle pagine del Bertoldo. È la Milano dove sono cresciuto. Non ho mai amato la città dei grattacieli, tant’è che ne ho sviluppato una fobia. A Milano i grattacieli sono una forzatura. Non abbiamo problemi di spazio come a New York City. E poi non dobbiamo far vedere per forza di essere degli americheni. Meglio copiare gli svizzeri o i tedeschi, che sono europei come noi.

Domenica 4 ottobre è un giorno speciale per la mostra. Luisa e Monica vengono a trovarci da Reggio e con loro incontriamo Sergio e Nikka. E ritorna (grazie!) Francesco. Non ho indossato una delle mie numerose magliette a tema prinsiano e non ho neppure gli orecchini. Ma non c’è problema, i ragazzi rimediano alla mia carenza. Loro mascherine sono spettacolari.

Da sinistra: Francesco DP, Simone (trentuno), Luisa G, Nikka, Sergio G., Luisa G. Giovanna (Ventuno). Pic panoramica by Nikka.
Da sinistra: Francesco DP, Simone (trentuno), Luisa G, Nikka, Sergio G., Luisa G. Giovanna (Ventuno). Pic panoramica by Nikka.

Parlando con loro sento la passione per la musica di Prince. Posso anche usare una parola esagerata, l’amore per Prince. Oggi non ci sono egocentrismi. C’è solo Prince. Ci sono i fan come noi che quel giorno erano a Paisley Park. E ci sono le foto.

gli animali si mettono in pose curiose
“gli animali si mettono in pose curiose”, nella galleria vicino a Paisley Park. pic by S

Anche oggi riesco a fare la mia gaffe quotidiana (scusa Francesco). La felicità di essere insieme a loro (oltre alla clomipramina che sto prendendo da qualche tempo) mi fa passare in fretta anche la vergogna. Parliamo di tutto. Del 21 aprile. Del libro di Maria Letizia Cerica, che contiene un’ipotesi nuova su quel giorno. Del nuovo Sign O’ The Times. Mi pare che tutti lo stiano ascoltando a piccole dosi. Parliamo dei primi concerti. Del più bello. Oggi non ci sono eroi. Oggi c’è Prince e la sua musica. Gli ahdio. L’Npgmusicclub. Poi, ognuno di loro si prende 10 minuti per girarsi la mostra. Bellissimo il gattino con sotto la scritta “Animals strike curious poses”. Ci chiedono: “possiamo fare le foto?”. Sì, per favore. Fate foto. Postatele e usate l’hashtag #dopolapioggiaprince. Qui è tutto gratis. Nikka mi chiede: “ma tu sei simon… ttx?”. Sì, sono io. “Ho riconosciuto lo stile”, mi dice. Non sapevo di averne uno.

Il tempo non esiste, gli orologi sì

Un giorno Prince disse: “il tempo è uno scherzo” (time is a trick) ed è così; mentre parliamo di Prince il tempo con i nostri amici passa in un lampo. In un attimo è ora di pranzare. Noi ci siamo dati una regola e preferiamo stare da soli (almeno fino alla fine del Covid) e così salutiamo il gruppo. In quel momento ripenso alla bellezza dell’amicizia. Penso a Mark e Paula. Penso a tutti quegli amici che ho allontanato per poi richiamarli, chiedendo mille volte scusa. Sono così. Non posso farci nulla. Sono così poco sicuro di me stesso, che devo mettermi sempre alla prova.

Come faceva Prince.

Mostra Dopo La Pioggia

Monster diary pt.2

(diario della mostra)

Ogni giorno funziona così. Entriamo e come l’FBI ognuno va ai propri posti di combattimento. Sistemo le piccole casse sopra le fotografie. Faccio partire la playlist e mi assicuro che i brani di Prince non suonino in ordine cronologico. Sarebbe un sacrilegio.

Come sono egocentrico

Siamo seduti al tavolo con le nostre letture a farci compagnia; Artepassante fornisce una biblioteca di riviste e libri dedicati alla fotografia. Una collezione di Progresso Fotografico che risale agli anni 60 e un’altra della rivista Photo che arriva fino agli anni 80. Dentro ci sono una miriade di idee. Di ricordi e il ritratto di un’Italia che non esiste più. Poterle sfogliare e fare un salto nel tempo è un regalo inaspettato di questa mostra .

Entra un signore che ci chiede di firmare il catalogo della mostra. “Ho visto il concerto del 1988” ci dice. Io mi emoziono e non ce la faccio a lasciare una firma; firma Giovanna. “Sarei una pessima rockstar” penso. Passa il tempo. Non entrano molte persone, ma noi ci sentiamo orgogliosi di ogni sguardo che incrocia le nostre foto; le dimensioni degli ingrandimenti sono tali per cui le persone le possono osservare mentre passano. Bello rimanere qualche minuto nelle retina di questi sconosciuti.

Cammino avanti e indietro. “Magari mi scambiano per un visitatore e altri mi seguono” penso. Mi fermo davanti ad alcuni scatti che so di avere sbagliato. Mi avvicino all’ingrandimento sperando che l’errore sparisca. Ho in mente un visitatore che ha indicato con il dito proprio dove l’errore è più evidente. Mi mordo ogni volta le labbra per quello scatto. Le nostre foto sono come noi; documentare ciò che i nostri occhi avevano visto. Non vogliamo commentare o giudicare nessuno.

C’è un signore che pulisce l’area di passaggio intorno alla mostra. Cammina adiacente alla vetro che costeggia l’entrata. Ogni tanto butta un occhio verso di noi. La galleria che unisce le due fermate sembra un “non luogo”. Ci sono delle dinamiche che non vedi quanto passi per andare a lavorare.

Un altro signore entra. Guarda con attenzione tutte le foto. Ci fa prendere uno spavento quando, trasportato dalla sindrome di Stendhal, urta contro il divano e per poco non va per terra. Poi sparisce dietro alla ricostruzione della recinzione di Paisley Park. Lì sopra troneggia una maglietta fatta fare da mia mamma, prima della mia partenza per gli USA nel 1996. Fu una sorta di benedizione della mia passione per Prince.

La mostra ha compiuto una settimana.

blog · Mostra Dopo La Pioggia

Monster diary pt.1

(diario della mostra)

I due giorni di allestimento mi hanno distrutto. Sono stato travolto dall’emozione e sono partito come un razzo. Ma anni di “lavoro” davanti a un computer mi hanno trasformato in una mammoletta; quando c’è da darsi da fare veramente con martello, ramazza e chiodi perdo le forze. Poi mi guardo in giro e vedo l’energia e il sentimento che abbiamo portato in questo luogo e riprendo a lavorare.

Corriamo avanti e indietro, perché abbiamo solo un martello, le puntine sono nella scatola e dobbiamo ancora decidere quale ricordo giallo vorremmo appendere. Avevamo contato una ventina di foto, ma è così complicato sceglierle. Non è complicato. È impossibile. Se Artepassante c’avesse dato altro spazio saremmo andati avanti fino alle soglie della fermata di San Babila.

All’ultimo momento mi rendo conto che manca la musica. Portiamo l’ingombrante lettore cd o le casse neroazzurre senza fili? Ma sono scariche, diamine! (Beh, non ho proprio detto diamine…). In auto usiamo Spotify per creare una playlist per la mostra. La regola è semplice: un brano per ogni disco. Ci sono With You (la nostra canzone), The Morning Papers, Condition of the Heart, Electric Intercourse.

Arriviamo ma è ancora chiuso. Allora, via a prendere le chiavi. “Il suo nome?” mi chiede il tipo della stazione. Sbrigate le formalità, con le chiavi corriamo ad aprire. C’è da rifinire la recinzione di Paisley Park. È bellissima! È uguale a quella di Chanhassen dei primi giorni di giugno. Provo lo stesso senso di assenza e di presenza; avremmo voluto sentire la sua musica in quel luogo suburbano. Tyka non ci ha mai risposto.

Francesco è il primo ad arrivare. Ci chiede “cosa avete provato quando eravate là?” Quel luogo, gli dico, è immenso per un uomo così piccolo. L’ha costruito solo con la sua immaginazione. Ancora mi guardo in giro. Guardo le foto e cerco uno scatto che riesca a far capire alle persone le dimensioni di Paisley Park. Poi, gli vorrei dire, che strano pensare che alla fine ci viveva da solo. Come un anziano nonno in compagnia dei suoi ricordi. Da lì sono passati tutti. Kim Basinger, Madonna, Alicia Keys, Lenny Kravitz, le sue mille donne, Mayte e i loro sogni di una famiglia. E chissà quante altre storie che solo lui sapeva.

Due ragazze si fermano a chiederci notizie: “perché avete scritto che non festeggiava più il compleanno?” Sorrido dentro di me, perché sento che ha funzionato quella voglia di stuzzicare la curiosità verso Prince. Rispondiamo, quasi in coro e con l’aiuto di Francesco. Raccontiamo la storia dei Testimoni di Geova, del figlio con Mayte e dell’arrivo del cattivone che lo porterà sulla cattiva strada.

Arrivano altri amici fan di Prince come noi e entriamo in quel luogo surreale che Prince ci ha regalato. Quel senso di fratellanza, che avevo scoperto a Paisley Park. Abbiamo un amico in comune, che ci ha dato tanti bei momenti e ora non c’è più. Vorrei tanto raccontare la nostra storia. Ci sono le foto. Ognuno di noi ha un racconto. Li ascoltiamo diligentemente tutti. Ognuno racconta la propria storia come se fosse speciale. Come se Prince fosse solo suo. Tutti sono proprietari di un pezzetto di Prince. E mentre gli altri parlano mi viene in mente che la nostra mostra fotografica nasce proprio per dire agli altri che Prince è di tutt. Non solo nostro. Poi mi ricordo dell’immagine dell’entrata degli studi. 7501 Audubon Road. Del cartello.

Prince non c’è più.

blog · Intervista

David Rusan – il liutaio della Cloud Guitar

Nei due viaggi a Minneapolis tra il 2016 e il 2017, abbiamo potuto conoscere tante persone. Poiché Minneapolis non è una destinazione classica per un viaggio negli USA, la prima domanda che ti fanno tutti è: “come siete finiti qui?”. E quando rispondi: “siamo qui per Prince” molti ti raccontano una storia su di lui. C’è chi ha lavorato dentro Paisley Park dove ha tirato i fili dei collegamenti internet (un albergatore di Ely) o qualcuno che ci ricorda di passare da First Avenue (un cameriere di un fast food).

Prince, in fin dei conti, è stato bravo anche in questo. Quel senso di fratellanza che il pellegrinaggio ci ha fatto scoprire ci ha permesso di avvicinarci a tanti come noi. Qualcuno di questi, a dire la verità, l’abbiamo perso di vista. Perché la vita, in fin dei conti, è quello che ti succede mentre fai dei programmi. Ma qualcun altro ci è rimasto vicino. Come David Rusan. Non dovrei neppure presentarlo, ma lui è il liutaio che costruì per primo la Cloud Guitar usata da Prince in Purple Rain, che nella finzione del film gli viene regalata da Apollonia.

Dave si mette in posa con la Cloud Guitar viola diretta in Australia e che non ci ha permesso di sfiorare.
Mentre abbiamo potuto toccare quella grezza sul tavolo.

David o Dave è un tipo tranquillo. Vive e lavora nella sua villa in un quartiere residenziale, Bloomington, in mezzo al verde. Ci siamo arrivati il 27 agosto del 2017, durante il secondo viaggio, alla fine della giornata che avevamo dedicato ad Henderson, per capirci il finto lago Minnetonka di Purple Rain. Una giornata estiva, densa di temporali, nuvole passeggere alla Raspberry Beret e un pranzo nelle loro fantastiche stazioni di benzina. Noi sempre in anticipo, come da tradizione austroungarica, quando abbiamo suonato Dave ci ha messo un po’ ad aprirci perché era ancora sotto la doccia. Ma non si è scomposto; ci ha fatto entrare accogliendoci nel suo negozio e laboratorio. Pensavamo saremmo rimasti 10 minuti, alla fine abbiamo trascorso l’intero pomeriggio.

Dave, che per lungo tempo chiamerò Rusan, parla di tutto. Racconta volentieri come è nata la sua collaborazione con Prince e non nasconde il suo amore per l’Italia (“in una vita passata devo essere stato un antico romano e un giorno verrò a visitare il vostro paese” ci dice). Noi alterniamo le risposte alle sue curiosità sull’Italia con le nostre incursioni nel mondo di Prince. In fin dei conti, Dave è un testimone diretto del Minneapolis Sound.

Cosa ho da perdere?

Lavoravo in un negozio di strumenti musicali frequentato da Prince e da altri musicisti del suo giro. A quei tempi i negozi di strumenti musicali erano gestiti da persone anziane e per i musicisti andare nei negozi era imbarazzante come andare a trovare i genitori la domenica a pranzo. Invece il nostro era un negozio gestito da giovani. C’era un bel clima. Ma io prima di fare le Cloud Guitar non avevo mai costruito una chitarra. Siccome avevano visto che le aggiustavo, hanno pensato che potessi costruirne una. Sono rimasto sorpreso che avessero scelto proprio me, ma poi mi sono detto: “cosa ho da perdere?”. Mi portarono il basso che Prince aveva preso a New York City quando era andato con la sorella per fare ascoltare la sua musica, ma dove aveva avuto poco successo. In realtà, il basso originale era leggermente differente dalla Cloud Guitar che poi ho costruito. Prince non mi diede delle indicazioni. Mi aspettavo di essere guidato come un architetto che deve fare un appartamento per un committente. Ma Prince non mi disse nulla.

I nuovi Earth Wind & Fire

Un giorno è arrivato in negozio David Z (il fratello del batterista dei Revolution, Bobby) con un grande mangianastri con le casse e ci ha fatto ascoltare un brano. Io gli ho chiesto: “hai trovato i nuovi Earth Wind & Fire?” David mi ha risposto: “guarda che è un solo ragazzo che suona tutti gli strumenti.” Era Prince. Quando Prince veniva in negozio faceva dei piccoli show. Un giorno l’ho visto suonare con la mano sinistra la chitarra e con la destra la tastiera. Tanto per dire che talento dimostrava a tutti. Era una tipo strano. Alcuni dicono che fosse un tipo divertente, amabile, altri del suo giro raccontano che fosse schivo e sbrigativo. Io sono stato fortunato di essere stato lì in quel momento, Quando hai un colpo di fortuna devi essere pronto per approfittarne e così mi sono lanciato in questa nuova sfida.

Viola come la moto

La prima chitarra era finta. Venne usata per girare il film, ma non era fatta per funzionare. Durante il film ne ho costruite 3 nel giro di 3 mesi. Mi avevano detto che la chitarra doveva avere lo stesso colore viola della moto guidata da Prince. Nel corso degli anni Prince me ne avrebbe chieste altre, ma io non ero più disponibile e allora si è rivolto ad altri produttori. Era un chitarrista, ma non un collezionista. Non aveva molta pazienza per pulirle o manutenerle.

Denunciami, tanto non ho più nulla

Per i musicisti di Minneapolis, il contratto di Prince con la Warner fu importante. Minneapolis non era un posto con studi di registrazione e con produttori. Qualcosa è successo con i suoi primi 4 album, ma aveva avuto dei problemi nel farsi accettare dal pubblico bianco. Quando ha fatto Purple Rain tutto è cambiato. Per i Revolution le cose sono andate diversamente dopo che hanno lasciato Prince. Wendy e Lisa hanno avuto ancora successo. Le colonne sonore e i Grammy lo dimostrano. Gli altri componenti dei Revolution, no. Tipo Matt Fink. Lui aveva uno studio di registrazione che non andava molto bene. Era in rosso e così si è unito a una tribute band di Prince. Il cantante di questa band è molto bravo e simile a Prince, ma è bianco, pelato ed ebreo. Quando Prince ha saputo che Fink suonava con loro, lo ha chiamato e gli ha detto: “cosa fai? io ti denuncio!”. Matt gli ha risposto: “fai pure. Sono senza soldi. Puoi denunciarmi, tanto non ho più nulla.” Prince alla fine ha lasciato perdere. Quando ho incontrato i membri della band mi hanno raccontato dei problemi che hanno. Si sa che Bobby ha avuto dei problemi di cuore. E io mi sono reso conto che siamo tutti invecchiati.

Creatività + duro lavoro = successo

Prince metteva insieme la grande forza creativa con il duro lavoro. Due cose che è difficile vedere in una persona sola. Forse era questo il suo segreto. E poi era un grande uomo d’affari. Eppure ha preso delle decisioni che non ho mai capito. Per esempio, non ha mai registrato il marchio della Cloud Guitar.

Legno di acero

Oggi le chitarre vengono fatte in circa 3 settimane, lavorando tutti i giorni. Sono fatte in legno di acero, che è molto duro. Arriva dall’ovest. Per evitare che si rompa uso un pezzo unico che viene lavorato completamente. Questo aiuta la qualità e la limpidezza del suono. Funziona molto bene con gli effetti, mentre ha un suono diverso da una chitarra jazz. Sono anch’io un musicista e parto da questo per costruire le chitarre. Ci sono altri liutai che lavorano bene il legno e partono dalle misure per farle, ma il problema arriva quando devono provarle. Devono capire, per esempio, come scorre la mano sinistra sulla tastiera. Sono particolari che solo un chitarrista sa valutare. Molti comprano le chitarre solo per collezione. Questa viola andrà in Australia (nella foto), mentre questa colore pesca andrà in Francia. Una volta è venuta qui una ragazza di 26 anni, che ovviamente è diventata fan di Prince solo di recente e quando le ho messo in mano la chitarra mi ha detto: “ma io non la so suonare”.

La morte di Prince fu una sorpresa, ma anche no

Sulla sua morte so solo che Takumi, il suo tecnico delle chitarre, mi aveva confessato che Prince soffriva da almeno 25 anni di dolori alla schiena. Prendeva medicinali per questi problemi. All’inizio sono rimasto sorpreso per la sua morte, ma poi ho pensato che avrebbe dovuto morire prima per i problemi alle anche. Mi sono domandato anche del testamento, come mai non ne aveva fatto uno? mi sono chiesto. Forse perché pensava che quando sarebbe morto non sarebbero stati problemi suoi.

Usciamo dalla villa di Dave sapendo di avere trovato un nuovo amico. Non passa manco qualche ora che siamo già sulla sua pagina Facebook, con una descrizione che sembriamo i principi di Monaco. Sappiamo che Dave ci ha raccontato tante cose, che sono scritte nella mia memoria. Così come la sensazione che Prince usasse gli oggetti e forse anche le persone per il suo fine ultimo: la musica. Non c’era altro per lui. Come la storia della scarsa manutenzione delle chitarra. Cosa che avvenne anche per la chitarra del Superbowl; durante la visita a Paisley Park, ci avevano confermato che dopo averla usata sotto la pioggia battente fu rovinata dall’umidità, perché ancora bagnata venne riposta dentro alla custodia. Un sacrilegio. Ma forse fu anche la maniera in cui curò la proprio vita negli ultimi mesi.

Traduzione

La città precedentemente conosciuta come Minneapolis

La strada in cui è stato assassinato George Floyd, che ha scatenato la più grande mobilitazione contro il razzismo in mezzo secolo, è sospesa nel limbo. Proprio come la casa in cui morì Prince.

di Amanda Mars (trad Simone)

Un ultimo viaggio in auto, 560 miglia (cioè 900 chilometri) per raggiungere Minneapolis, destinazione finale del percorso che ha avuto inizio a New Orleans e termina nello stato settentrionale del Minnesota. La fine e la nascita del fiume Mississippi. Per arrivare da St. Louis (Missouri) devi attraversare tutta L’Iowa, un paesaggio infinito di campi di grano dove inizia la corsa per essere presidente degli Stati Uniti. È una di quelle stranezze della politica USA: i primi Caucus o le assemblee elettive per ottenere la candidatura del partito si svolgono in questi piccoli villaggi agricoli e per una settimana all’anno diventano il centro del mondo.

Waterloo, Cedar Falls, Waverly, Nashua. L’ingresso alle città appaiono lungo la strada in un paesaggio completamente diverso dall’inverno. Non c’è più neve, speranze della Casa Bianca o centinaia di giornalisti che seguano le sue orme. Questa estate solitaria, tramonto d’oro è molto di più; ricorda le immagini Clint Eastwood in quel film d’amore, Madison Bridges, che ha anche messo quel piccolo pezzo di Iowa sulla mappa.

L’ingresso in Minnesota è quasi a mezzanotte e, anche se è agosto, la bassa temperatura chiarisce che si è vicino al Canada. Quasi 2.500 chilometri dalla partenza sulla costa della Louisiana, sette stati in 10 giorni. “Jazz è nato a New Orleans, tra il zydeco (ndt: una sorta di musica dance americana nera originaria della Louisiana meridionale, caratterizzata da fisarmonica e chitarra) e il bayou (ndt: negli Stati Uniti meridionali uno sbocco paludoso di un lago o di un fiume), il blues ha avuto origine nel Delta, mentre il rock e roll è emerso da Memphis”, scrive Paul Schneider nel suo grande libro sul Mississippi, Old Man River, che descrive un percorso simile a quello di questa serie attraverso l’america nera.

È un peccato che Schneider non abbia seguito la linea per finire a Minneapolis, la città che ci ha regalato Prince. Aveva un senso terminare il viaggio nella città di un artista che scappava dagli stereotipi di razza e di genere. La città in cui un paio di mesi fa è stata scatenata la più grande ondata di mobilitazioni anti-razzismo in mezzo secolo.

Nel pomeriggio del 25 maggio, George Floyd è morto sotto il ginocchio di un poliziotto bianco, che ha premuto il collo di Floyd contro il cemento per circa nove minuti mentre l’afro-americano gridava che non riusciva a respirare. Quattro agenti lo hanno arrestato con l’accusa di aver cercato di comprare tabacco in un supermercato di quartiere, Cup Foods, con un falso $ 20 bill. Era all’interno di una macchina parcheggiata di fronte alla proprietà, a 3759 Chicago Avenue. La strada dove è successo ora è diventato un luogo sacro e il negozio che ha chiamato la polizia, un luogo maledetto.

“Abbiamo fatto quello che dovevamo, non siamo responsabili di ciò che è successo dopo: si arrabbiano con le persone sbagliate”, spiega un po’ scoraggiato il proprietario, Mahmoud Abumayyaleh, all’interno dello stabilimento. È il 4 agosto, il negozio ha riaperto da due giorni, più di due mesi dopo la tragedia. Hanno provato a metà giugno, ma c’erano così tante proteste che hanno chiuso di nuovo. Anche oggi i manifestanti sono tornati al negozio, ma questa volta hanno deciso di andare avanti.

Niente sarà lo stesso per quel negozio, che è in città da 31 anni. L’intero marciapiede e il vialetto, popolato di disegni, candele e fiori, sono diventati un enorme luogo di culto per la figura di Floyd, un uomo di 46 anni e una vita complicata eretta a un’icona mondiale della lotta contro il razzismo. Coppie bianche e gruppi di amici e turisti sono qui per scattare foto.

Il Cup Foods sembra un piccolo negozio dall’esterno, quando era circondato dalla tensione delle rivolte a maggio, ma entrando si dimostra un grande supermercato, una luogo dove comprare pasti preparati, il tabacco e alcuni oggetti di elettronica. Ora hanno un portavoce afro-americano, Jamar Nelson. Secondo lui, il dipendente che ha fatto la chiamata alla polizia quel fatidico 25 maggio non sta bene e riceve un aiuto psicologico. “Le persone hanno tutto il diritto di essere arrabbiate, ma stanno andando nella direzione sbagliata, è tempo che il negozio riapra e le persone recuperino il lavoro”, insiste.

Prince, l’eroe locale

Minneapolis era piena di giornalisti durante quei giorni di incendi e saccheggi. Non così tanti erano arrivati da tanti paesi diversi dalla morte del Prince. C’erano quelli che hanno scritto articoli chiedendosi cosa l’artista avrebbe pensato di tutto questo. Prince Rogers Nelson nato nel 1958 nel nord della città in una famiglia di musicisti neri. Suo padre, John L. Nelson, era un compositore jazz della Louisiana e sua madre, Mattie Shaw, una cantante. Tuttavia, molti media lo hanno definito per anni “bi-razziale”, principalmente per il personaggio del film del 1984 Purple Rain che è ispirato da se stesso, anche se sceneggiato, dove aveva una coppia mista come genitori.

Nel 1981 il critico musicale Robert Palmer scrisse: “Prince trascende gli stereotipi razziali perché, come disse una volta: non sono cresciuto in una particolare cultura”. Si sospetta che, col passare del tempo, sempre più pop americano rifletta quell’orientamento bi-razziale. “Prince sembrava piuttosto in ebollizione permanente, sempre turbato; dal suo famoso cambio di nome negli anni novanta alle sue stravaganze da divo. Il mito si è concluso con la sua morte il 21 aprile 2016, da un’overdose di fentanil. Lo trovarono nell’ascensore di Paisley Park, un complesso di sale da registrazione e da concerto a 30 minuti da Minneapolis, dove visse anche lui. Dall’esterno, sembra una grande conceria o la sede di un’azienda in un poligono. E ‘ un antiGraceland. Sobrio, oggi con l’inconfondibile simbolo dell’artista sulla porta come unico segno di identità. Le guardie di sicurezza indossano abiti neri e cravatte viola. A causa della pandemia, e anche in contrasto con Graceland, non ci sono quasi visitatori.

È difficile immaginare una stella della sua altezza che finisce la sua vita tra quelle mura. Prince era molto amato a Minneapolis in gran parte per questo, perché a differenza di Bob Dylan, anche lui del Minnesota, non ha mai lasciato quella terra gelida. Non si è trasferito a New York o in California, come avrebbe dovuto seguendo la sceneggiatura di personaggi come il suo. Era indomabile anche per quello. Poco prima della sua morte, era diventato un habitué di Electric Fetus, un negozio di musica fondato nel turbolento 1968 da alcuni amici che volevano stimolare i nervi controculturali della città, programmando spettacoli, conferenze.

Il suo erede e attuale capo, Bob Fuchs, 39 anni, parla malinconicamente di quella che sembrava essere “una relazione duratura”. “Avevamo progetti in corso, gli piaceva quello che stavamo facendo, veniva spesso per aiutarci, comprava anche dischi e la gente rispettava molto la sua privacy, era timido”, dice. L’ultima cosa che ha portato a casa è stato qualcosa di Stevie Wonder, Santana, Chambers Brothers. Nel negozio, incentrato sul vinile, la sua discografia occupa un intero display. “Il cosiddetto Minneapolis Sound che ha creato è reale. Come città musicale, Minneapolis è uno dei segreti meglio custoditi, la gente pensa solo a New York, Nashville… ”, sottolinea Fuchs.

Nel famoso club di First Avenue, un murale di stelle ricorda gli artisti che sono passati. Prince è evidenziato in oro e, nelle vicinanze, uno dei tanti con il motto Black Lives Matter (Black lives matter), che è spuntato ovunque dopo la morte di Floyd. Su Lake Street, quella che ha subito i danni maggiori, le macerie erano scomparse e i lotti erano rimasti. La stazione di polizia che hanno bruciato, murata, sembrava essere in fase di riabilitazione. Minneapolis è una città viva e la città distrutta sarà presto ricostruita. La sua storia, tuttavia, è cambiata per sempre.

Prima di andare all’aeroporto sono andata a dare un’ultima occhiata al letto marrone del fiume Mississippi. La gente del posto parla delle sue acque torbide con uno strano orgoglio. Jonathan Raban lo descrisse in Old Glory. “La gente vede questa agitazione come un’incarnazione della loro interiorità. Si vantano con gli estranei della loro perversità, del loro appetito per problemi e distruzione, inondazioni e annegamento, c’è una nota nelle loro voci che dice: è dentro di me, so come si sente.”

Fonte: elpais.com/revista-de-verano/2020-08-27/la-ciudad-antes-conocida-como-minneapolis.html

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Live from Minneapolis, the Paisley Park Digital Hall

Alla fine degli anni 90 avevo l’abbonamento alla sinfonica della scala che ascoltavo dalla seconda balconata. Sperimentale. Più di recente, per motivi di tempo, seguo e sono stato abbonato alla stagione dei Berliner Philarmoniker, o Berliner. L’orchestra sinfonica di Berlino. L’orchestra sinfonica è quella formazione orchestrale che può arrivare a includere tutti gli strumenti musicali. Si va da una formazione di 40 elementi a più di 100 elementi. Ascoltare 100 musicisti che suonano contemporaneamente è un’esperienza unica. Trascendentale. I Berliner li ascolto attraverso la loro Digital Concert Hall che trasmette in diretta su internet i concerti dell’orchestra.

Come funziona la Digital Concert Hall dei Berliner?

Per fare un prodotto di questo genere, però, bisogno fare molta attenzione ai dettagli: le qualità dell’audio e del video devono essere ai massimi (a Berlino usano l’ultra hd e il 4K per il video, mentre l’audio è nel formato AAC a 320 kb/sec). Puntualità negli orari, ospiti e scelta del programma di circa 40 concerti annuali deve essere curata senza sconti. L’archivio dei Berliner, oltretutto, contiene un mondo unico di 2.000 opere, oltre a film, interviste e speciali. Per poter ascoltare in diretta i concerti dei Berliner è necessario un televisore smart, quasi tutte le marche supportano l’app della Digital Concert Hall, oppure un qualsiasi prodotto android/apple; anche sul cellulare è possibile ascoltare la musica in diretta da Berlino.

Quanto costa l’abbonamento?

L’abbonamento annuale costa 149 euro, ma tutti gli anni c’è uno sconto del 10% se faccio l’iscrizione prima del 28 agosto, giorno dell’inaugurazione. Quindi vado a pagare, circa 134 euro. In più, fino al 31 dicembre posso regalare un abbonamento di 7 giorni a un amico (se vi interessa scrivetemi blog@trentunoventuno.com). E ogni anno, verso la fine di luglio mi arriva un lettera in italiano dove mi spiegano le offerte, le eventuali avvertenze (quest’anno il Corona Virus) e il libro (in inglese) con tutti i concerti, i protagonisti e il programma.

Cosa potrebbero fare ai Pasley Park?

Quando ho letto dell’immenso archivio dei Berliner, ho subito pensato al Vault di Prince. So che un giorno tutto l’archivio video di Prince sarà accessibile su internet, pagando un unico abbonamento. In quei giorni sarà possibile accedere anche alle interviste dei suoi collaboratori o musicisti, come gli interessanti incontri della PRN Alumin Foundation (prnalumni.org), o alle dirette della celebration di aprile/giugno. Le anteprime dei libri, e la scoperta delle stanze di Paisley Park. Interagendo.

Quanto potrebbe costare una Paisley Park Digital Hall?

Così, per gioco, ho provato a immaginare quanto potrebbero farcela pagare… ops. Quanto ci potrebbe costare un abbonamento annuale alle dirette di Paisley Park; ho provato a fare un calcolo per difetto, partendo dal numero di appassionati di Prince che ci sono su Spotify. Su Spotify Prince ha circa 4 milioni e mezzo di followers. Appassionati che hanno volontariamente cliccato su “segui” sotto l’immagine di Prince. Generalmente, il rapporto di conversione su internet è dell’1%, che porterebbe quindi a circa 45.000 abbonati. Se i Berliner, per un pubblico già abituato agli impegni dei concerti fanno pagare 149 euro, quelli Paisley Park Digital Hall potrebbero abbassare ai classici 99,99 euro annuali, portando a casa 4 milioni e mezzi di euro all’anno. Credo che con 4 milioni di euro si potrebbe organizzare una splendida stagione, coprendo anche le spese tecnologiche. Ma se partiamo da altre cifre come i 9 milioni di ascoltatori mensili. O, ancora, le 22 milioni di visualizzazioni su youtube, gli ipotetici abbonati salirebbero di molto.

Conclusioni

Prince ha un archivio immenso. Si chiama Vault. Disperdere il potenziale della musica e dell’opera di Prince sarebbe un peccato. Lo sappiamo bene: ci sono centinaia di concerti mai visti. Album inesplorati. Chissà cos’altro; interviste? Film? Documentari? Prince Estate fa bene a lavorare con chi è già del mestiere (Spotify per la distribuzione della musica, o con Netflix per il misterioso documentario sulla vita di Prince). Eppure penso che farebbero bene a mettere insieme qualcosa di loro. Di personale. Che porti avanti la passione di Prince per la musica. E qui sarebbe utile mettere insieme la Paisley Park Digital Hall (o Vault Digital Hall?). Magari chiedendo una mano a quelli di Internet Initiative Japan che distribuiscono lo streaming dei Berliner.

100 euro all’anno per avere accesso a eventi in diretta da Paisley Park io li spenderei. E voi?

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