Non sto parlando dei gemelli Jonathan e Drew Scott, ma di Prince Estate che mette in vendita questa proprietà di Prince:
L’indirizzo è 115 King Creek Road, Golden Valley, Minnesota. La casa, tanto simile a un prefabbricato, sembra in una bella proprietà. Ha vicino una pista ciclabile ed è a circa 30 chilometri da Paisley Park, poco più di 22 minuti di auto.
La casa è occupata da Omar Baker (su twitter conosciuto come PRNfamily), fratello di Prince da parte della mamma. Mio coetaneo, che dovrebbe uscire di casa il primo agosto. Come mai so tutte queste cose? Perché sono scritte qui.
Mi era sfuggita questa diretta Facebook che si è tenuta all’interno di Paisley Park durante il lockdown, se non ricordo male era il primo maggio. Anche se la qualità è quella che è, si vede qualche angolo interessante. Si parte dall’atrio dove si trovano le colombe e dove Prince aveva registrato l’album acustico al piano con le colombe nel sottofondo. Le colombe sono 3, due giovani e giocherellone. Una è un po’ vecchiotta ed è sopravvissuta a Prince. Si tratta della femmina Divinity, che avrebbe una ventina di anni. Il maschio della coppia, cioè Majesty sarebbe morto nel 2017. Chi ci fa da guida è Mitch Maguire, che è Legacy Preservationist di Paisley Park, che mi sento di tradurre in Conservatore dell’eredità. Mitch viene affiancato di volta in volta dalle sue collaboratrici. La prima è Rebecca, che introduce, appunto, le colombe. Muovendosi per i corridoi del secondo piano (ai quali non avevamo avuto accesso nelle nostre visite del 2017) si vede sulla moquette il testo di una canzone di Prince:
ask yourself your destination what the source of your inspiration be !!!
Le scarpe della notte degli Oscar del 1985
Dopo il corridoio, Mitch ci porta a incontrare Michela che segue le collezioni di Prince. Si entra in una sala che, se ho capito bene, una volta era la stanza dei giochi, e che ora ospita la collezione di oggetti 2d e 3d. Mitch ci tiene a specificare che non si tratta del Vault. Si tratta del luogo dove è archiviato gran parte del guardaroba di Prince. A quanto pare, gli oggetti che sono stati ritrovati e che vengono conservati sono tantissimi e c’è bisogno di molte stanze per archiviarli correttamente. Per quanto Paisley Park sia grande, così dice Mitch, le stanze non sarebbero sufficienti. Le prime scarpe che emergono dalla scatola sono quelle che Prince indossò alla consegna degli Oscar del 1985. Sono state prodotte da una società che per Prince arrivava a fare anche 30 o 40 paio di scarpe al mese.
Le scarpe con il rinforzo per saltare
Il secondo paio di scarpe, invece, hanno una caratteristica diversa: hanno la suola rinforzata per i concerti e per le esibizioni. Se ho capito bene, anche la parte interna e la parte posteriore erano state rinforzate apposta per permettere a Prince di fare qualsiasi cosa avesse in mente sul palco. Mitch dice: “queste scarpe gli davano sicurezza, non che lui ne avesse bisogno…” Parlando di scarpe, i due anticipano una prossima mostra dedicata proprio alle scarpe di Prince. Pare che verranno mostrate 300 o 400 paio di scarpe di Prince (che rappresentano una parte della sua collezione), raccontando la storia che ogni paio può raccontare anche grazie a testimonianze e filmati. E con questa mostra, dice ancora Mitch, sarà possibile spiegare come Prince spingesse sull’acceleratore per quella che lui chiama l’accettazione sociale. Credo, la possibilità che oggetti tipicamente femminili vengano indossati dagli uomini senza perdere la propria mascolinità.
Mitch alla fine racconta di come siano riusciti a ritrovare il gun-mike, il microfono a forma di arma che Prince usava all’inizio degli anni 90, che per Mitch era un periodo in cui Prince non aveva l’esigenza di essere commerciale, ma dove era più autentico. Questo microfono, dice Mitch, ci aspettavamo fosse conservato accuratamente, mentre in realtà Prince lo teneva (o l’aveva dimenticato) dentro a una road-case, cioè valigia professionale, rinforzata agli angoli e utilizzata quando si fanno i tour. La valigia aveva un’etichetta con scritto gun-mike, dice Mitch, ma il microfono era impacchettato in mezzo a dei tovaglioli e in compagnia di un po ‘ di candele. Quindi non era accuratamente conservato, ma era piuttosto profumato.
Non penso Prince abbia mai scritto una canzone intitolata Underdog. Forse perché sarebbe stato pleonastico.
In inglese Underdog significa tante cose. A me piace il significato legato alla competizione dove l’underdog sarebbe il partecipante che non ha i “favori del pronostico”. Nella sua pazza stagione degli anni 90, Prince rappresentò un ottimo esempio di Underdog. Scomparso dai radar della musica mainstream, Prince preferiva combattere la sua battaglia contro il sistema (o contro il “governo” avrebbero detto i milanesi Elio e le Storie Tese) da solo, dalla sua cameretta a Chanhassen (cameretta, si fa per dire…).
Ho una simpatia naturale verso gli Underdog. Chi lo sa, forse vale un po’ per tutti; ci stanno simpatici quelli che fanno più fatica degli altri nel raggiungere il risultato. Anche se non arrivano primi, quando conosciamo la loro storia diventiamo dei loro fan. In fondo, è questo ciò che è sempre capitato a Prince. Raccontare la propria vita nel film Purple Rain fu il trampolino di lancio della sua carriera. Anche se per qualche tempo ha snobbato quel periodo (mi riferisco sempre a quella pazza stagione degli anni 90) in fin dei conti Prince non esisterebbe senza Purple Rain. O forse sarebbe stato un Underdog per tutta la vita.
C’è questo video su Youtube che sta ricostruendo la vita di Prince attraverso le voci dei protagonisti. Si chiama “Once Upon a Time in Minneapolis”. Il documentario viene pubblicato su un account misterioso chiamato Sinnik22. Anche qui siamo di fronte all’Underdog della serie di Netflix dedicata a Prince e della quale abbiamo perso le tracce tempo fa. Nel 2018 ci avevano detto che la regista del momento Ava DuVerney si sarebbe dedicata alla produzione della serie, mentre nell’agosto di un anno fa lei stessa dichiarava di essersi chiamata fuori dal progetto. Come sia possibile che nel 2020, esista qualcuno che decida di non lavorare sul materiale di Prince mi è sconosciuto. Mah…
Tornando a parlare della serie “Once Upon a Time in Minneapolis”, la qualità scadente e la difficoltà nel comprendere gran parte dei termini inglesi non mi stanno disturbando. Anzi il low-budget rende il tutto più interessante, riservato a pochi e persino eccitante. D’altronde, alcune testimonianze sono davvero gustose.
C’era una volta a Minneapolis
Nella prima puntata che potete vedere qui sopra (la playlist comprendente tutta la serie), il racconto inizia con la premiere di Purple Rain al Mann Chinese Theater di Hollywood, Los Angeles, cioè il simbolo del cinema americano (il teatro che ha ospitato la consegna degli Oscar e che nel pavimento davanti all’entrata ospita le impronte delle mani degli attori). A parlare è Alan Leeds, a quel tempo Tour Manager di Prince, che si trova nella limousine con Prince stesso. Alan è seduto di fianco a Prince. Mentre davanti, di fianco all’autista c’è seduto Big Chick, la mastodontica guardia del corpo di Prince. Le limousine si avvicinano in fila indiana. In una, dice Alan, ci sono Wendy e Lisa. In una c’è Bobby e Fink. E così via. I protagonisti del film stanno facendo il loro ingresso nel mondo delle celebrità.
Al teatro li aspettano una sacco di VIP, di attori, di cantanti e di personaggi già famosi. Mentre le auto si avvicinano, Big Chick viene aggiornato dai suoi colleghi via walkie-talkie su ciò che avviene al teatro. Quando sono a cinque o sei isolati dal teatro, uno dei ragazzi della sicurezza racconta ciò che vede e parla di una cosa mai vista prima, “ci sono migliaia di ragazzi e la polizia sta impazzendo per controllare la folla”. Prince sente queste parole uscire dall’interfono e qualcosa succede nella sua testa (qualcosa si rompe, dice Alan). Con un filo di voce, Prince chiede a Big Chick: “cos’hanno detto?”. Alan osserva il viso di Prince e ha di fronte uno sguardo di stupore misto a paura (Alan usa la frase idiomatica “deer in the headlights“) e prosegue il racconto così:
Nel cervello di Prince passano tutte le immagini legate all’impegno profuso in quel periodo. Gli accordi per fare il film, la registrazione dell’album, le anteprime al First Avenue. Tutto era servito a questo momento. Tutto ciò che era nato dalla sua immaginazione. Per una frazione di secondo era perso. Mi ha preso la mano e ha ripetuto, sempre con un filo di voce tremolante “cosa ha detto? digli di ripeterlo!”. La sua mano tremava. Questa cosa sarà durata 10 o 15 secondi. Poi, improvvisamente, Prince si è irrigidito, ha indossato la sua (imperturbabile e imperscrutabile) faccia da poker e da quel momento in poi è tornato Prince.
3rdeyegirl era la band che ha accompagnato Prince nell’ultimo periodo della sua vita. Insieme hanno registrato Plectrumelectrum. Pubblicato dalla Warner alla fine di settembre 2014, contemporaneamente con Art Official Age. Mentre il primo è un album rock, dove le chitarre e la batteria fanno tutto, registrato credo dal vivo negli studi di Paisley Park, il secondo è un album da studio. Denso di sintetizzatori e elettronica. Nel primo album collaborano Hannah Welton (batteria e voce), Donna Grantis (chitarra e voce) e Ida Kristine Nielsen (basso e voce). Nel secondo invece Prince fa tutto con il marito Hannah, Joshua che lo affianca alla produzione (una sorta di passaggio di consegne che Joshua mai realizzato). Gli album che escono da queste collaborazioni sono curiosi e (per quanto possibile con Prince) nuovi.
Ida Nielsen mi firma Plectrumelectrum – Musikmesse di Francoforte 2019
In Plectrumelectrum, 3rdeyegirl suonano senza paura. Forse qualche incisione potrebbe essere ripetuta per fare spazio a momenti più precisi e contenuti, ma l’obiettivo è quello di fare un prodotto reale. Senza sbavature corrette in studio. L’album ospita Lizzo in Boytrouble, brano dove la cantante spende tutta la sua energia. Uno dei momenti migliori del disco.
In Art Official Age, Prince prova a rivedere il Minneapolis Sound con l’aiuto del produttore Welton, mentre ospita Lianne Le Havas che si integra con la musica di Prince e fa da voce fuori campo nei brani con cui Prince saluta definitivamente il suo pubblico.
Ho preparato una playlist da Youtube, dove ho raccolto i brani migliori delle due produzioni.
Sono entrato in possesso di un account dell’applicazione Chartmetric.
Essere un musicista fallito ha i suoi vantaggi.
un musicista fallito fa questa fine
Chartmetric è un servizio che permette fare analisi sui dati che arrivano dai big data nel mondo dell’intrattenimento. Chartmetric usa i dati di Spotify, Youtube, iTunes, Amazon music e altri servizi di streaming. Aggrega le informazioni con quelle dei Social Media (Instagram, Facebook, Twitter). Da questo pandomonio di dati, tira fuori delle analisi, che gli americheni hanno già chiamato analytics.
Geniali.
geniale!
Prince, per dire, ha una forte e nutrita popolazione di fan su Spotify, superando gli 8 milioni di fan. Madonna ne ha poco più di 4 e MJ più di 14 milioni. Alla faccia delle merendine del mulino bianco…
Purtroppo, i fan di Prince su Spotify non sembrano essere degli affezionati ascoltatori.
WTF
Guardate questa statistica:
Conversion Ratio di Prince su Spotify. Fonte: chartmetric.com
La linea verde continua, che inesorabilmente scende da marzo ad oggi, racconta il Conversion Ratio della musica di Prince su Spotify.
Il Conversion Ratio è il rapporto tra il numero di fan e gli ascoltatori. Come dicono quelli di Chartmetric, il rapporto d’ascolto può essere relativo a un interesse molto attivo o recente, oppure a una popolarità passiva e da un solo ascolto.
In altre parole, è il rapporto tra quelli che seguono Prince su Spotify e quelli che effettivamente ascoltano la sua musica.
Come si vede bene dal grafico, all’inizio (intorno al 22 marzo) il rapporto era sopra il 50%. Oggi 23 giugno siamo intorno al 48%.
Capisch?
Tutto chiaro? 🙂
Come mai questa differenza negativa? In questo periodo il numero di fan di Prince su Spotify è passato dagli 8 milioni di fine marzo ai 9 milioni del 23 giugno. Un bel aumento di fan (circa 1 milione e 100 mila in più). Purtroppo, però, a questo aumento di fan non è corrisposto un aumento di ascolti. Prince in questi 3 mesi ha aumentato gli ascolti di solo 200mila brani (erano 4 milioni e 200mila il 23 marzo e 4 milioni e 400mila il 23 giugno).
Se l’è sucess?
Come mai l’ascolto della musica di Prince non sembra aumentare con l’aumento dei fan?
Provo a fare un’ipotesi, quella delle playlist.
Guardate il numero di playlist che contengono brani di MJ, Madonna e Prince:
MJ: 64.483
Madonna: 42.332
Prince: 26.616
Quindi, consiglio per Prince Estate: “intervenite su chi prepara le playlist su Spotify!” Ricordate: diventare fan di Prince su Spotify non porta soldi a Prince Estate, ma ascoltare la sua musica, sì.
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Oggi è il 7 giugno. Prince avrebbe compiuto 62 anni. Auguri Prince!
Prince, testimone di Geova da qualche tempo, seguiva le regole e (a quanto pare) non festeggiava più compleanni. Forse il divieto stesso non lo entusiasmava; pare se ne fosse lamentato anche con Michelle Obama:
volevamo portare Prince, ma le nostre feste alla Casa Bianca erano dei compleanni e lui non celebrava compleanni. Mi diceva: “vorrei tanto venire, ma non posso.” Alla fine ci siamo inventati qualcosa che non fosse un compleanno.
Michelle Obama
Ognuno di noi ha la sua opinione dei compleanni. C’è chi non ha bisogno di un anniversario per fare festa. C’è chi ha figli e vuole creare degli assembramenti di mocciosi senza FFP2. Altri aspettano solo l’arrivo della torta-gelato e il resto non conta.
In contraddizione con le regole dei TDG, fin dagli anni 2000 Prince ricorse alla sua data di nascita per organizzare le prime Celebration. Il primo anno, il 2000, le feste iniziarono in corrispondenza con il 7 di giugno. Mentre il secondo anno, quando venne presentato il mistico The Rainbow Children, partiranno l’11. Quindi, li festeggiava o non li festeggiava i compleanni? Non lo so.
Ma poco importa. Possiamo rendere nostra questa data e goderci una giornata dedicata a Prince.
Così ha fatto Kirk J. L’ex tuttofare di Prince ha ricordato il suo boss in una riunion virtuale dove tanti collaboratori di Prince hanno unito le forze per cantare e suonare The Cross.
Il video!
La scelta della canzone pare sia frutto di un sondaggio tra i fan di Prince sui social. Il testo di Prince contiene delle immagini toccanti che sembrano scritte in queste settimane di scontri a Minneapolis. Ma anche in questo caso, non seguiamo alla lettera ciò in cui Prince credeva. Già nel 1998 Prince (allora The Artist) aveva presentato una nuova versione di The Cross rinominata The Christ introducendola così: “Stauros: per definizione, un palo di legno spinto nel terreno, usato per causare torture o morte. Stauros – forse qualcuno ha mentito sul modo in cui qualcuno è morto.” Infatti, la simbologia della croce non appartiene ai Testimoni di Geova. Secondo loro Gesù non sarebbe morto sulla croce, ma bensì su un palo. Interrogato sul nuovo titolo, Prince (ancora, The Artist) dirà “Inizialmente, quando avevo scritto la canzone devo ammettere che ero un po’ spaventato nel chiamarla Il Cristo. Il mio caro amico Larry mi ha incoraggiato ad alcune cose, e mi ha risvegliato.”
Che dire, caro amico Larry? Grazie anche da parte nostra.
Buon compleanno, Prince.
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