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It is my name

“The first step I have taken towards the ultimate goal of emancipation from the chains that bind me to Warner Bros. was to change my name from Prince to the . Prince is the name that my Mother gave me at birth. Warner Bros. took the name, trademarked it, and used it as the main marketing tool to promote all of the music that I wrote. The company owns the name Prince and all related music marketed under Prince. I became merely a pawn used to produce more money for Warner Bros….I was born Prince and did not want to adopt another conventional name. The only acceptable replacement for my name, and my identity, was the , a symbol with no pronunciation, that is a representation of me and what my music is about. This symbol is present in my work over the years; it is a concept that has evolved from my frustration; it is who I am. It is my name.”

da qui

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Janet Jackson al concerto di Prince

Janet Jackson racconta la sua esperienza di sedicenne al concerto di Prince:

Quando avevo 16 anni, all’epoca promuovevo il mio album, sono andata con mia Madre a vedere il concerto dei Time e Prince. Non volevo sedermi vicino a mia Madre, perché sapevo che erano decisamente volgari. Ho provato a rilassarmi e a stare calma, ma al solo pensiero sudavo come una matta! Come potevo stare a fianco di mia Madre e vedere il concerto delle Vanity Six, di Prince e dei Time? Lei avrebbe pensato: “Dio mio, cosa è successo alla mia bambina? Ha bisogno di Dio nella sua vita! Dove ho sbagliato?” Potevo sentire mia madre prendersela con sé stessa per tutto. Fortunatamente, qualcuno ha scambiato il posto con me e mi sono goduta il concerto alla grande, come se lei non fosse presente.

Prince and the Time are dirty

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Allora aveva ragione Prince?

C’era una volta un artista che, in polemica con la propria casa discografica, cambiò il proprio nome, si scrisse schiavo sul viso, distribuì direttamente ai propri fan la sua musica usando internet.

Quel tale artista era Prince.

Ora sostituite a Prince qualsiasi altro cantante del 2008 e avrete (più o meno) lo stesso risultato. Ma prima che il resto dell’industria discografica raggiunga il modello di business di Prince ci vorranno altri 15 anni.

Il sito del Guardian dedica allo sviluppo della crisi discografica un articolo dove il protagonista è Prince.

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Prince, il genio

Il Telegraph pubblica la classifica del 100 geni viventi e tra questi include anche Prince, che ottiene un onorevole 32esimo posto.

Complimenti.

E non solo: Prince, nella categoria musicisti, viene preceduto dal direttore d’orchestra argentino-israeliano Daniel_Barenboim.

Dietro di Prince ci sono Brian_Wilson (dei Beach Boys), il Beatle Paul_McCartney, Leonard_Cohen, Aretha_Franklin, David_Bowie, Niles Rogers e Rick_Rubin.

Al primo posto il chimico Albert_Hofmann, famoso per LSD e al settimo posto l’italiano Dario Fo.

Approfondimento: Top 100 living geniuses

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Parade (1986)

Quei quattro brani, messi uno dietro l’altro senza un attimo di pausa, all’inizio di Parade erano e rimangono ancora oggi un grande momento musicale. Nei primi tre, Prince accantona le melodie e preferisce sottolineare con la ritmica ciò che vuole trasmettere. Poi arriva il piano che a forza di semitoni si fa strada nella tenerezza della canzone.

Prince inizia con Parade il suo tragitto nel mondo delle ritmiche, le grancasse non sono programmate a caso, ma sempre secondo una costruzione che prevede di lasciare l’ascoltatore senza fiato. Come uno che ti stringe la mano con la mano sinistra.

Ecco cosa mancherà al Prince di questi giorni, fin dagli anni novanta, la voglia di ricercare. Di stupire l’ascoltatore, mentre quasi tutto quello che produce oggi sembra registrato alla prima stesura, senza quella pre-produzione che una volta faceva parte del modus operandi di Prince.