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Prince: Dalla Ribellione al Marchio Immortale

Il capitalismo non perdona nemmeno i profeti. Anzi, li ama soprattutto loro, perché i profeti — quando muoiono — diventano marchi. E i marchi, si sa, sono immortali. O almeno così sembra a me, visto che il famigerato vault di Prince sembra custodito da un San Pietro secolarizzato, con la differenza che invece di aprire le porte del Paradiso, sblocca il vault a rate. Un vault che, a sentir le voci in giro, è talmente sterminato da far sembrare la Discografia Completa di Stockhausen un EP di inediti di Ligabue.

Dieci anni dopo la morte, Prince è ancora vivo. O meglio: è più vivo che mai, come tutti i morti che si rispettino nell’era dell’attention economy. Il suo corpo — o ciò che ne rimane — è sepolto sotto una lapide di diritto d’autore, mentre la sua anima fluttua tra Primary Wave e Prince Legacy LLC (Prince Estate non esiste più), due entità che, per ironia della sorte, suonano come i titoli di due brani inediti degli anni ’80. Poi ci sono i manager e salvatori, custodi della fiamma sacra.

Il nuovo album di inediti annunciato per l’estate 2026 (sì, un altro annuncio di materiale dal vault) è l’ennesima conferma che l’arte, una volta mortifica, diventa merce. E non una merce qualsiasi: una merce di lusso, esclusiva, vintage. Come un orologio Rolex o una borsa Hermès, ma con la differenza che, invece di un quadrante o un logo, ti vendono l’idea di ribellione. Perché Prince, in vita, era il Nemico Numero Uno delle major, quello che si scriveva «Slave» in faccia per protestare contro la Warner. Ora, la sua musica esce a rate programmate, come una serie Netflix, con tanto di interviste, newletter, teaser, spoiler e hype mediatico.

McMillan, in un’intervista a NewsNation, dice di aver evitato la vendita di Paisley Park (forse agli Obama, aggiungo io). «Voleva che (Paisley Park) fosse conservato a lungo», dice, con la solennità di un notaio che firma un testamento. Sembra che il musical di Purple Rain atterrerà a Broadway (2027 o 2028, «dipende dagli editing») e forse avremo la riedizione di Parade per il 40° anniversario. Magari un attimo prima che il mio testamento biologico sarà letto da qualcuno, vedete voi.

McMillan non è solo l’avvocato che ha bloccato il documentario di Ezra Edelman («Non permetterò che si manchi di rispetto a Prince finché ci sarò io», ha tuonato, come un padre che difende l’onore della figlia). È anche l’uomo che, secondo Jay-Z, vedrebbe solo il verde nei suoi occhi viola. «Quel tizio aveva la scritta «Schiavo» sul viso / Pensi che volesse essere padrone dei suoi master?» rappa in 4:44, accusandolo di aver trasformato la rivoluzione in royalties.

Ma attenti a bollare McMillan come il cattivo della situazione. Lui, in fondo, fa solo il suo mestiere. Il vero problema è che viviamo un’epoca in cui tutto è content, anche la ribellione diventa un format. E io Prince me lo immagino bruciare il contratto prima ancora di leggerlo, mentre è il brand più cool del catalogo Primary Wave.

I fan, dal canto loro, sono divisi e commentano, commentano e commentano. C’è chi sperava nel Messia e ora si accontenta di briciole dal vault, e chi sospetta che dietro ogni uscita ci sia solo il calcolo commercial. Alcuni, addirittura, teorizzano che Prince sia stato ucciso per il suo archivio (come se fosse un De Vinci Code in salsa funk). Altri, più pragmatici, si limitano a commentare: «Altro repackage con due inediti e note di copertina nuove. Li milkano da anni».

Eppure, c’è qualcosa di fascinosamente grottesco in tutto questo. Perché, mentre McMillan negozia i diritti e i fan litigano su Instagram, Prince — quello vero — ride da qualche parte. Lui, che oditava le major, che disprezzava i contratti, che cambiava nome per sfuggire ai vincoli, ora è il prodotto più redditizio di un sistema che ha sempre combattuto. Ma allora, chi ha ragione? McMillan, che preserva l’eredità (e intasca i diritti)? I fan, che vogliono tutto e subito? Jay-Z, che denuncia lo sfruttamento?

O nessuno, perché in fondo Prince è già altrove, e ciò che rimane è solo un’ombra — bellissima, incontrollabile, impossibile da imbrigliare — che continua a ballare su un palco che non esiste più?

Forse dovremmo fare un film su tutto questo.

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My name is Apollonia

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Sì, lo so: ci mancava solo questa.

Apollonia, al secolo Patricia Kotero, ha intentato causa contro gli eredi di Prince, accusandoli di volerle sottrarre il controllo dei marchi legati al suo nome professionale.

La notizia arriva a ridosso dell’annuncio ufficiale del cast del musical ispirato a Purple Rain (ne avevo già parlato qui).

Ma la vicenda è ben più intricata (come racconta anche questo articolo).

Apollonia aveva registrato il marchio Apollonia 6 già nel 2016 (veloce, vero?), Apollonia nel 2018 e, negli anni successivi, ulteriori marchi con il suo nome.

Gli eredi di Prince, però, hanno cercato più volte di bloccare questa bulimia di registrazioni e alcune azioni legali sono ancora in corso. Se queste si concludessero a favore dell’eredità di Prince, Apollonia potrebbe ricevere un classico ordine di cease and desist, cioè il divieto di usare il marchio, lei che c’ha fondato tutto il suo business.

La sua recente denuncia sembra proprio una mossa preventiva per tutelarsi e garantirsi il diritto di utilizzare quei nomi. Secondo lei, infatti, Prince non le avrebbe mai proibito di usare quel nome, anzi l’avrebbe “invitata” a usarlo; e qualunque accordo firmato all’epoca, che lei avrebbe firmato nel 1983 e nel 1984, sempre a suo dire, oggi non avrebbe più alcuna validità.

L’identità di Apollonia sarebbe anche in pericolo. Un’ironia quando si parla di un artista (Prince), che per diverso tempo dimenticò il proprio nome.

In altre parole, per lei Prince aveva taciuto, anzi insistito e quindi aveva acconsentito. Che potrebbe essere un nuovo modo di dire.

Ma, attenzione, Apollonia non era il suo secondo nome, come da qualcuno insinuato. Si tratta di un nome di origine greca che deriva dal nome del “dio Apollo, la divinità della luce, della musica e della poesia nella mitologia greca che era associato a bellezza, perfezione e talento artistico.”

Finisco con il casting del musical. L’attore scelto per interpretare The Kid, il personaggio di Prince in Purple Rain, richiama fortemente i tratti e la carismatica ambiguità del musicista. Al contrario, la nuova protagonista femminile non somiglia affatto all’Apollonia originale, latina e inconfondibile.

Non è una semplice coincidenza.

People.comReuters (la notizia sta facendo il giro del mondo, tranne che in Italia)

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Traduzione

Alla cerimonia dei Grammy l’ex avvocato di Prince ha detto che il controverso documentario di Netflix non andrà in onda.

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Forse ne faranno uno loro nel 2026/2027?

Fonte: di Jon Bream
| Il Minnesota Star Tribune link

Sabato a Prince è stato consegnato un Grammy alla carriera nel corso di una cerimonia di premiazione speciale che ha premiato sette artisti, tra cui Frankie Valli, Taj Mahal e i Clash, la sera prima della 67a edizione dei Grammy Awards.


Secondo George Varga del San Diego Union Tribune, la presentazione di Prince ha occupato 23 minuti straordinariamente lunghi di un programma di due ore. Al Wilshire Ebell Theatre di Los Angeles, con una capienza di 1.200 posti, si è svolta una sfilata di oratori a favore del Purple One.


Il segmento dedicato a Prince è stato introdotto dal produttore vincitore di un Grammy Jimmy Jam, ex collaboratore di Prince ai tempi e membro della Rock & Roll Hall of Fame. Jam è l’ex presidente della Recording Academy, che gestisce i Grammy.


Ad accettare il trofeo alla carriera è stata Breanna Nelson, nipote di Prince accompagnata da tre dei suoi figli. Ha sottolineato che Prince “viveva secondo le sue regole”.


E questo significava anche quando si trattava dei Grammy.


A differenza degli altri premiati di sabato, le persone di Prince hanno dominato il palco.


Tra gli altri oratori, gli ex collaboratori di Prince Jerome Benton del Time, Bobby Z di Prince & the Revolution, l’avvocato Londell McMillan della Prince Legacy LLC e André Cymone, amico d’infanzia di Prince e suo primo compagno di band.


Cymone ha detto che lui e Prince sognavano i Grammy quando erano bambini a Minneapolis e guardavano i programmi musicali e di premiazione in TV. Sapeva che i Grammy significavano molto per il suo amico, ha dichiarato domenica al Minnesota Star Tribune.


“Si comportava come se non lo fossero”, ha detto Cymone, che ha conosciuto Prince in seconda media. “Faceva finta di niente. Puoi ingannare alcune persone, ma non puoi ingannare me.


“Alla fine della giornata, essere riconosciuti per il duro lavoro, la lotta, tutte le cose che devi fare per dimostrare il tuo valore, queste cicatrici sono rettificate solo se le persone riconoscono che hai talento”.


Prince, morto nel 2016, ha ricevuto sette Grammy in vita e 38 nomination. Si è esibito alla cerimonia di premiazione nel 1984 e nel 2004, e nel 2015 ha presentato il trofeo per l’album dell’anno, dichiarando: “Come i libri e le vite dei neri, gli album sono ancora importanti”.


Domenica Prince è stato finalista per il miglior album storico con “Diamonds and Pearls (Super Deluxe Edition)”. Il premio è andato a “Centennial”, con registrazioni del 1923 della King Oliver’s Creole Jazz Band.


Sabato, sul podio, McMillan ha forse lasciato cadere una notizia. Dopo aver invitato la gente a venire a Chanhassen per visitare il complesso di studi di Prince a Paisley Park, trasformato in museo, ha detto che il controverso documentario autorizzato di nove ore di Netflix, diretto dal premio Oscar Ezra Edelman, non sarà trasmesso.


“Non ci sarà alcun documentario salace”, ha detto McMillan. “Abbiamo voltato pagina per fare la giusta luce su Prince”.


Non è chiaro se lo stato del documentario sia un dato di fatto o un pio desiderio. Né McMillan né un produttore o un addetto stampa di Netflix hanno risposto alle telefonate di domenica.


Tuttavia, nel numero di fine anno 2024 della rivista Billboard, la Prince Legacy LLC ha pubblicato un annuncio di due pagine che includeva una menzione di un documentario nel 2026-27.


Lo scorso dicembre, Charles Spicer della Prince Legacy LLC ha dichiarato al Minnesota Star Tribune: “Non abbiamo in mente Netflix. Speriamo di poter realizzare un documentario che rifletta la vita di Prince, un documentario definitivo”.