Qualche giorno fa è stato il compleanno di Prince e come sempre mi domando se valga la pena scrivere qualcosa oppure se sia meglio rispettare la sua necessità di non festeggiare il suo compleanno da bravo Testimone di Geova (lui, io non credo in dio). Guardando al passato, non ho scritto molto in questi giorni, solo un paio di articoli (7 giugno 2025 e il 7 giugno 2020), forse perché anch’io non sono un grande fan dei compleanni, mentre preferisco pensare che si debba festeggiare ogni singolo giorno come se fosse l’ultimo. Al netto di queste pippe filosofiche, ché non sono Umberto Galimberti, vediamo un po’ cosa è successo alla Celebration di Minneapolis e dintorni di quest’anno e altre quisquilie cose del genere.
Come al solito, la celebrazione del compleanno di Prince è una cosa esoterica, cioè per pochi eletti, perché a prezzi esorbitanti (1.400 dollari per i biglietti VIP o 900 dollari per i mortali + il viaggio + il controllo dei social alla dogana ecc) permette di vivere un po’ del mondo di Prince, senza alcuna opportunità per chi sta overseas (al di qua dell’oceano).
Parto dalla notiziona musicale, cioè che uscirà il 28 agosto l’album (che non si chiamerà Decades come avevo erroneamente anticipato link), ma Timeless e conterrà 10 brani inediti. Com’è tradizione dei nostri tempi, alcuni singoli stanno uscendo in anteprima sui servizi di streaming; possiamo già ascoltare With This Tear, brano di Prince che a suo tempo era stato interpretato da Celine Dion e Stone un brano scritto da Sandra St. Victor (autrice di Soul Sanctuary su Emancipation), Tom Hammer e Jules Van Even. L’album, che contiene in totale 10 brani, viene presentato dalla Sony che lo distribuirà in questi termini:
Timeless è una nuovissima raccolta di 10 brani che include registrazioni in studio rare e inedite provenienti dal leggendario archivio di Prince. Questo album senza precedenti comprende brani che abbracciano ogni fase della brillante carriera di Prince, dal 1977 al 2016. Il progetto è stato meticolosamente masterizzato dall’ingegnere e produttore Chris James, candidato ai Grammy e ex ingegnere di Prince, che vanta tra i suoi lavori di rilievo HITnRUN Phase Two, Art Official Age e Plectrumelectrum.
I titoli dei brani ve li evito, li trovate ovunque.
Parliamo invece del reportage del canale Kare 11 News (lo vedete qui link) sui festeggiamenti del sessantottesimo compleanno di Prince.
I concerti di Chaka Khan, Cee Lo Green e Morris Day and The Time sono culminati in una festa di quartiere e in un canto collettivo che restituisce la musica alla sua culla geografica.
Poi c’è il People’s Museum for Prince (qui il link al sito), un progetto itinerante ideato dalla curatrice australiana Emma Bala. Ospitata inizialmente alla Robert’s Gallery di North Minneapolis — spazio di Peyton Scott Russell, artista cresciuto alla corte del Glam Slam e di Paisley Park, che racconta:
Avevo un coinquilino che era un fan sfegatato di Prince. E non smetteva mai di parlarne. E poi ha iniziato a darmi dei bootleg. E ho sentito delle cose che non avevo mai sentito prima. Voglio mostrare tutte le dimensioni del modo in cui Prince era importante per le persone.

I visitatori ammirano le “Houses of Prince” e l’allestimento dedicato a North Minneapolis
E ancora.
La mostra capovolge la logica dell’archivio blindato. Non espone cimeli aziendali, ma mappa la memoria polifonica dei fan e i luoghi reali del Genio, inclusa la Brett Anderson Way. È la dimostrazione sociologica che, spenti gli amplificatori dei grandi eventi, il controllo della narrazione e la vera fonte di energia appartengono a chi quella musica la protegge e la vive nel quotidiano.
Poi c’è stato questo evento la sera del 10 giugno. Circa 100 persone dalla comunità locale insieme a persone dalla Francia, Australia, Germania e Paesi Bassi si sono riunite al Capri Theater, nel quartiere North Minneapolis dove Prince esordì in concerto, per una serata dedicata a film, poesia e musica dal vivo, in onore di Prince e delle comunità che la sua musica ha reso immortali. Da Melbourne ad Atlanta, da Sheffield a Minneapolis — un programma di cortometraggi dal basso che segue la comunità mondiale di Prince dal lutto alla celebrazione. Il programma includeva la visione di Sometimes It Snows un breve film del 2016 del registra Bobby Huntley II con le testimonianze dei fan di Atlanta di Prince, tra questi alcuni che l’hanno visto in concerto per l’ultima volta. Lo potete vedere qui sotto.
Quella sera è stato presentato il cortometraggio Dearly Beloved diretto da E.C. Balázs, proveniente dal Film Festival di Minneapolis e St. Paul del 2026 e un nuovo documentario su The Way, il luogo di North Minneapolis che venne costruito dopo gli scontri degli anni 60 per dare un luogo dove incontrarsi alla comunità locale. Il documentario si chiama Finding Our Way: The Way and the Minneapolis Sound ed parte integrante degli esordi di Prince e presentato così sul sito del teatro Capri
Questo breve documentario ripercorre le origini di quello che sarebbe poi stato conosciuto come il “Minneapolis Sound”. Sebbene Prince avrebbe poi aperto la strada, all’epoca era solo uno dei tanti giovani musicisti di talento cresciuti a North Minneapolis in un periodo di disordini civili e cambiamenti culturali. Tutto ebbe inizio con i ragazzi del quartiere che formavano le proprie band, provando in scantinati e garage, spinti dalla passione. Ma poi arrivò il Way Community Center, che prese quella passione e le diede una possibilità. Spazio costruito dalla comunità e nato dai disordini civili della fine degli anni ’60 a Minneapolis, The Way è diventato un rifugio sicuro dove i giovani artisti potevano sviluppare il proprio talento, trovare una guida e immaginare un futuro al di là delle sfide che li circondavano. Attraverso ricerche storiche e le voci della comunità, questo breve documentario svela come un movimento di base a North Minneapolis abbia contribuito a creare ciò che il mondo avrebbe conosciuto come il Minneapolis Sound. Esplora inoltre i disordini civili odierni e si chiede se oggi potremmo creare un altro The Way.
Il Celebration of Life Concert ha trasformato Minneapolis in un tempio vivente della sua eredità. Lo racconta su rollingout Nagashia Jackson con filo di enfasi 😀.
Non è stata una veglia funebre, ma una rinascita: una serata in cui la musica e le lacrime hanno fuso passato, presente e futuro in un unico, indimenticabile abbraccio collettivo. Kat Graham apre il fuoco con “Cold Hearted Snake” (un groove tagliente che sveglia la folla) e “Sometimes”, per chiudere con “What The Funk”, un tributo esplicito al suono funk che Prince ha costruito mattone dopo mattone a Minneapolis. Il gruppo locale Sounds of Blackness porta in scena l’anima di Minneapolis con “Hold On”, “Black Butterfly” e “The Drum”, intrecciando potenza gospel e fondamenti funk. Poi, il momento magico: Jamecia Bennett canta “Nothing Compares 2 U”. Silenzio. Lacrime. Applausi che non finiscono. La folla in piedi, le mani al cielo, l’emozione pura. La serata si chiude in bellezza con “Optimistic”, un inno che solleva il pubblico come solo la musica di Prince sa fare. La serata è entrata nel vivo con l’arrivo degli architetti del suono di Prince. La New Power Generation ha riportato in vita i ritmi che hanno definito un’epoca, mentre Lisa Coleman, con le sue dita che danzavano sui tasti, ha eseguito “1999” come se il tempo non fosse mai passato. E poi Bobby Z, il batterista che ha dato il battito a quelle canzoni indimenticabili, ha completato il cerchio. Era come se Prince fosse lì, in mezzo a loro, a guidare ogni nota. Poi è stato il turno delle voci del presente. Tevin Campbell, con la sua voce intatta, ha cantato “Round and Round” e “Can We Talk”, dimostrando che alcune cose, come il talento, non invecchiano mai. Poi è arrivato Miguel, che ha dominato il palco con “Sure Thing” e “Adorn”, per poi omaggiare Prince con “Little Red Corvette” e “Darling Nikki”. Ogni nota, ogni movimento, era un ponte tra generazioni, una prova che l’influenza di Prince non si esaurisce. E poi Bilal. La sua interpretazione di “Soul Sista” e “The Beautiful Ones” è stata un’esplosione di anima grezza, un omaggio al coraggio che Prince ha sempre infuso nella sua musica. La folla ha urlato, pianto, riso: era vivo, era tutto lì. Ma il vero colpo di scena è arrivato quando Morris Day è salito sul palco, insieme a Jerome Benton, con Jimmy Jam e Terry Lewis a fare da motore. “The Bird”, “777-9311”… era come se il tempo fosse tornato indietro, come se Minneapolis avesse riavvolto il nastro per farci rivivere lo swagger, l’energia, la magia di The Time. La città che ha dato i natali a Prince ha ricordato a tutti da dove viene la grandezza. E poi, il momento. Quello che tutti aspettavano. Miguel, New Power Generation, The Revolution: tutti uniti per “Purple Rain”. Le luci si sono spente, le voci si sono fuse, e per un istante è stato come se il cielo si fosse aperto. La pioggia — sì, la pioggia viola — è scesa su Minneapolis, e in quel momento, Prince era lì. Nella musica, nei cuori, nella folla che urlava ogni parola a squarciagola.
L’articolo di The Source, prova ad elencare le ragioni per cui la celebrazione di Minneapolis è stata un regalo per i fan di Prince e chi ama la sua musica.
Si parte con i fan, che hanno un atteggiamento schietto e protettivo sulle modalità di promozione della musica di Prince. E l’attuale proprietà ha dovuto prendere atto di questo atteggiamento. Ritengo ci sia una sorta di “tensione sotterranea” tra le due parti. Il pubblico di Prince non consuma il prodotto; ne rivendica la tutela. Siamo una fandom-sentinella che critica apertamente le scelte commerciali dell’Estate (l’operazione Decades (sic), la rinuncia ai cofanetti fisici). I fan si pongono come i veri detentori del “capitale simbolico” di Prince. Un passo falso dell’attuale proprietà alienerebbe lo zoccolo duro che mantiene vivo il mito. La fedeltà a Prince si trasforma in militanza culturale contro la mercificazione dell’archivio. Un secondo elemento chiave risiede nello spostamento geografico del Celebration 2026. L’evento ha occupato il centro di Minneapolis, dai nuovi spazi di Royalston Square ai santuari storici come la First Avenue, culminando in una festa di quartiere da 10.000 persone. Siamo al salvataggio di un’eredità dal rischio della musealizzazione. Paisley Park, per quanto rinnovi le sue mostre, rischia di trasformarsi in un mausoleo statico, un involucro che confina Prince nel passato. L’esplosione della musica nelle strade della città e il coinvolgimento dei musicisti delle scuole superiori locali rappresentano una ritorno al territorio. Il Minneapolis Sound si riappropria del cemento, dei club e delle piazze che lo hanno generato. Riportare la musica tra la gente, fuori dai cancelli dorati dello studio di Chanhassen, dimostra che l’eredità di Prince sopravvive solo se feconda il tessuto urbano originario, agganciando le nuove generazioni attraverso l’esperienza collettiva e fisica della performance, invece che con la contemplazione dei cimeli dietro una teca di vetro.
Direttamente da uno degli eventi, in questo video alcuni fan hanno detto la loro
C’è chi, come Pamela pensava di volersene stare a casa; diceva “Sono appena andata dal parrucchiere, non mi serve l’afro!”, ma Prince — da qualche parte, in qualche dimensione parallela — le sussurra: “Mettiti l’afro e scendi giù. Stasera si balla”. La lezione? Prince non se ne è andato: si è solo trasformato in un’energia che ti fa muovere il bacino anche se hai i piedi a mollo nel fiume Mississippi. Poi c’è l’ispirazione che spinge i giovani artisti a rifare le copertine dei suoi album, come quel tizio che ha rifatto “Prince” — il suo album di esordio — ma con un tocco tutto suo: “Voglio che si senta lui, ma anche un po’ me”. Il risultato è quello che è… E poi c’è chi ammette che è strano dire che Prince è morto. “Ha solo cambiato forma. Ora è quell’energia lì, quella che ti fa venire voglia di urlare ‘We love you!’ mentre 500 persone ti rispondono in coro”.
Ma quello che bisogna ascoltare, lo vogliate o no, è L. Londell McMillan che avrebbe detto:
A dieci anni dalla scomparsa di Prince, il suo spirito continua a unire persone provenienti da ogni angolo del mondo attraverso la musica, la creatività, l’amore e lo spirito di comunità. L’edizione di quest’anno della Celebration ci ha ricordato con forza che l’eredità di Prince non solo è stata preservata, ma continua a crescere grazie al sostegno di persone di tutte le generazioni. Siamo profondamente grati agli artisti, ai collaboratori, ai fan, allo staff di Paisley Park e alla città di Minneapolis per aver contribuito a creare un tributo indimenticabile, degno della vita straordinaria e dell’influenza di Prince.
Star Tribune ha intervistato due fan, attivisti sui social network, che hanno detto la loro sulla Celebration del 2026 e più in generale sulla gestione dell’eredità di Prince.
I due fan sono un avvocato di 54 anni di Baltimora, che ha partecipato a tutte e nove le celebrazioni postume dedicate a Prince, oltre alle tre organizzate dallo stesso Prince e che ha assistito a più di 100 concerti di Prince. L’altro è un operatore sociale di 34 anni del New Jersey, che ha partecipato a una precedente edizione del Celebration (nel 2024) e ha visto Prince in concerto solo una volta (nel 2013). Tuttavia, è un suo fan da quando, all’età di 12 anni e ha visto il film “Purple Rain” in televisione. Tra le loro esperienze preferite delle Celebration vedere i film indipendenti “Missing You” e “Finding Our Way” al Capri Theater, che hanno permesso loro di conoscere meglio gli anni dell’infanzia di Prince. L’avvocato newyorkese McMillan, che ha ricoperto il ruolo di presentatore ufficiale in diverse occasioni ed è apparso anche come commentatore in alcuni video del museo Paisley Park è stato oggetto di critiche da parte dei fan per la scarsa diffusione dei brani musicali provenienti dall’archivio di Prince e per il modo in cui ha gestito il patrimonio negli ultimi quattro anni. «Si tratta di una situazione piuttosto imbarazzante dal punto di vista delle pubbliche relazioni, perché il volto della proprietà si è messo in una posizione che crea divisioni», ha detto uno dei due «il che non va bene né per lui, né per la proprietà, né per i fan» mentre l’altro ha aggiunto «Hanno passato più tempo a parlare dell’archivio che a riprodurre brani tratti dall’archivio». Ci si rende conto che metà dei partecipanti alla Celebration desidera ardentemente i contenuti d’archivio, mentre l’altra metà partecipa all’evento principalmente per socializzare con altri fan di Star Wars. «Il pellegrinaggio è importante, ma c’era troppo poco Prince e troppe feste». Il loro timore è che l’eredità artistica, quando era gestita da altri prima che McMillan e Primary Wave ne assumessero la direzione nel 2022, avesse fissato standard molto elevati con album come “Piano and a Microphone 1983” e “Originals” e con le edizioni super deluxe di “1999” e “Sign o’ the Times”, tra gli altri. Mentre “Timeless”, che conterrà 10 brani scelti a caso registrati tra il 1977 e il 2016 — non regge il confronto. I due hanno promosso l’esperienza della città, soprattutto perché si sono recati nella zona nord di Minneapolis e hanno ascoltato i racconti dei musicisti che hanno suonato con Prince durante la sua giovinezza, oltre ad aver incontrato Spike Moss, attivista di lunga data di Minneapolis, che ha svolto un ruolo fondamentale nel centro comunitario Way, dove Prince e i suoi amici si esibivano. In conclusione, “ci stanno mettendo tutto l’impegno possibile e si tratta di un evento grandioso. Alcuni aspetti hanno superato ogni aspettativa. Tanto di cappello per l’impegno profuso. È evidente che chi ha ideato il progetto sia in qualche modo responsabile anche della sua realizzazione. A mio modesto parere, questo di solito porta al fallimento» e ancora «Prince merita di più e di meglio e anche la sua eredità merita di più e di meglio»
Fine Prima Parte.
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