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O.T. breve storia dei Pooh

è una di quelle giornate strane. una di quelle giornate dense di emozioni contrastanti. sono giorni dove si alternano momenti di felice calma a momenti di agitata ansia. in questi momenti, sembra inutile usare le maiuscole. anche se sarebbero obbligatorie dall’italiano della crusca, a me sembra che non contengano fibre. in questi momenti, mi batto per ciò che è giusto. Anche se questo sito è dedicato a Prince, credo che un breve viaggio nel mondo dei Pooh possa aiutarmi a descrivermi meglio.

Io non dormo quasi mai,
ma ho fatto un sogno che
mi ha messo in allegria
C’è la nostra batteria che
va da sola ed io
mi siedo in mezzo a voi
Stare qui è un’emozione ma
è un’astronave che
non scende a terra mai
Anche se vorrei sbarcare un po’
sono anni senza fiato e non si può

Anni senza fiato

è morto Stefano D’Orazio, aveva 72 anni ed era il migliore manager con il minore talento dei Pooh. Se i quattro in discorso sono rimasti per così tanto al successo lo devono a SDO. Quando i pooh sono diventati i Pooh con la maiuscola, c’è stato un mix di pazzia, capacità, competizione, serietà e comunicazione. All’inizio degli anni 70 (o alla fine degli anni 60) le band nascevano continuamente. Mettere insieme le forze di più musicisti e fare risparmi di scala per portare a casa un prodotto vendibile era l’unica maniera per sopravvivere. Studi di registrazione imponenti, strumenti scordati nelle cantine e spesso rotti avevano solo una risposta: sghei. Dindi. Dollari. Money. E danee. Cambiàli. Cambiali con qualcosa che funzioni. Case discografiche che pianificavano 3 album per rientrare dell’investimento. Le vendite degli artisti commerciali (o popolari) venivano capitalizzati nella ricerca di cantautori politicamente impegnati. Ricordo una battuta di Ruggeri a Morandi. L’Enrico amava ricordare al Gianni nazionalecantanti che con i soldi che la casa discografica RCA faceva dai facili successi del Morandi, la major li avrebbe poi investiti sui cantautori cattocomunisti degli anni 70. E questa onda impegnata nel sociale e nella politica, si fa per dire, si sarebbe occupata di sparecchiare via Morandi, equiparandolo a qualcosa di obsoleto. Salvo finire i cantautori loro stessi nel calderone delle contestazioni, come accadde a De Gregori al Palalido in Piazzale Stuparich.

Fu l’album della svolta, Poohlover. Con le dovute proporzioni, fu come Dirty Mind per Prince.

Era il 1976. Era il momento in cui i Pooh si scrollavano di dosso la produzione esterna, dividendo per 4 le responsabilità . Fu l’album della svolta, Poohlover. Con le dovute proporzioni, fu come Dirty Mind per Prince. Dove Prince parlava di sesso, senza eufemismi o metafore, i Pooh cantavano l’essere umano, senza eufemismi o metafore. Il faro era puntato sulla realtà delle cose. E degli emarginati. La prostituzione, l’omosessualità, l’uomo che esce di prigione, la moda degli extraterrestri. Fu qui che iniziarono a unire brani commerciali con il racconto della quotidianità. Senza fare la morale e senza giudicare. Ma questo era il talento di Negrini: scrivere di qualcuno senza renderlo ridicolo. Mi ritrovavo osservatore di un film mentre ascoltavo i loro brani. Non un’altra dimensione. Ma, ancora una volta, una realtà aumentata. Come quella di Prince. Con D’Orazio che nei testi giocava sull’ironia: se per sbaglio fossi santo, un miracolo ogni tanto per salvare i fatti miei, lo farei (Fare, Sfare, Dire Indovinare). La poesia di Stefano era disincantata: fossi re, fossi potente, la mia gente con promesse incanterei. Un testo buono per tutte le stagioni da Mani Pulite, ai negazionisti di oggi. In quei giorni, D’Orazio godeva della competizione che si era creata all’interno della band. Ognuno portava quel tanto in più, il valore aggiunto da dimostrare ai colleghi. In Rotolando Respirando, l’album di Dammi solo un minuto, i tamburi della sua batteria caratterizzano il sound della band. Distribuiti tra la sinistra e la destra, senza essere consequenziali, l’arrangiamento ritmico diventa importante. Come in Una domenica da buttare. Trovando un proprio spazio. Una precisa identità. Siamo nel 1977 e si sente l’arrivo di qualcosa di nuovo. Il rock sinfonico viene sorpassato a destra dal rock melodico. Il falsetto di Dodi e di Fogli sanno di vecchio. Negrini vuole scrivere un album urbano e lo dedica alla suo città d’adozione, Milano. Così nasce Rotolando Respirando. Stefano rimane disincantato: qui invece resta tutto al posto suo, solo il tempo passa. E ho ancora addosso il calore delle sere quando c’eri tu. (…) bene non va, però va, manca un po’ di fantasia. (…) e fa notte presto, e il tempo è troppo per pensare a non pensare a te (Che Ne Fai Di Te).

Leggendo le storie dei musicisti, spesso è questo sforzo di rimanere sempre in sella che fa cadere dal cavallo del successo. L’entusiasmo e l’adrenalina iniziale svaniscono. A quel punto hai solo un’opzione, ridurre lo studio musicale e dedicarti agli affari. Succede a tutti i musicisti.

In questa dimensione tra la poesia e la catena di montaggio, i Pooh imparano a gestire la macchina della musica. Una vera e propria industria. A Gabriele Ansaloni, negli anni ottanta D’Orazio aveva spiegato il piano dei conti di una band: ogni concerto che fai devi recuperare le spese dei giorni precedenti, quando non hai suonato. O Dodi, che in un esempio chiariva l’economia di una band dove non tutti sono talentuosi come lui: quando finiscono i concerti, io sto bene da solo, mentre i miei colleghi fanno le necessarie pubbliche relazioni. Chiarendo – una volta per tutte – perché lui che avrebbe potuto lasciare i Pooh in qualsiasi momento e fare una carriera di successo (dividendo per 1 e non per 4 – il compenso di una serata), alla fine non l’aveva fatto. Ed era rimasto con Stefano e soci, che però dovevano fare andare le mani per mantenere la rotta finanziaria. Sempre nelle stesse 24 ore di prima. Leggendo le storie dei musicisti, spesso è questo sforzo di rimanere sempre in sella che fa cadere dal cavallo del successo. L’entusiasmo e l’adrenalina iniziale svaniscono. A quel punto hai solo un’opzione, ridurre lo studio musicale e dedicarti agli affari. Succede a tutti i musicisti. Si fa una sorta di trade-off tra arte e conto corrente. Stefano perderà quella grinta di esplosione e la sua ritmica diventerà piuttosto noiosa. L’album Goodbye registrato dal vivo è impietoso. Stefano ripete per tutto il disco il medesimo fill. A questo punto, però, i Pooh più che di un batterista hanno bisogno del manager D’Orazio che farà da ministro delle finanze della band. Senza dimenticare il suo posto dietro i tamburi, perché si era creata una sorta di immagine da difendere dei 4 moschettieri. In questo periodo nell’ambiente girano voci che D’Orazio non suonerebbe nei dischi, sostituito da un turnista, cioè un musicista che viene pagato per suonare in studio. D’Orazio risponderà scrivendo una lettera che verrà pubblicata sul sito dei Pooh.

Non avranno mai il coraggio di imbracciare momenti di sperimentazione. Barbara D’Urso e Mara Venier a palate. Figli a fare la radio o i talent. Niente più mistero.

Nulla cambierà, perché i Pooh dal vivo proporranno quelle tecnologie di uso comune. Campionamenti. Tracce pre-registrate. Tastiere nascoste. Malgrado un tour acustico, da vivere in dimensioni contenute, i suoni saranno sempre li stessi. Ripetendo i giochi melodici e le ispirazioni, cercano lo sbocco del musical Pinocchio e diventano definitivamente nazionalpopolari. Non avranno mai il coraggio di imbracciare momenti di sperimentazione. Barbara D’Urso e Mara Venier a palate. Figli a fare la radio o i talent. Niente più mistero. Niente più la tensione per un nuovo album. Bisogna raccontarsi da capo a piedi. Ma il racconto è stonato. I Pooh rimangono fedeli alla media aritmetica delle loro capacità, abbassata dalla ritmica, incontrando il mondo della produzione o dell’imprenditoria. Studi di registrazioni, società di consulenza e amori da Novella 2000. Cambiano i tempi. Cambiano i protagonisti anche se rimangono sempre gli stessi. Chi li tiene agganciati alla realtà è il Negrini che sa come si sta dall’altra parte, visto che l’hanno allontanato qualche decennio prima, proprio per dare spazio alla batteria al più figo D’Orazio. In tre riacquistano la musica + 1 batterista vero fanno un album reale Dove Comincia Il Sole, che sembra figlio della PFM di Mauro Pagani, più che dei Ricchi e Poveri. Peccato che durerà poco. Quando Valerio si trasforma, i Pooh possono solo rifare i propri brani. Non c’è più il genio compositivo. Non c’è più la visione del mondo che dava quel qualcosa in più. D’Orazio tornerà alla routine dei musical. Il tour finale, commozione a parte per i momenti in playback, diventa una celebrazione di qualcosa che non c’è più. Come Stefano.

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