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Il bagno nelle sacre acque

Nell’aria c’è nostalgia di Minneapolis. Tra le dirette che stiamo vedendo, i filmati dentro il Sign o’ the times deluxe e qualche tentativo di uscire da questa clausura che manco fossimo delle monache del Gran Premio di Monza, viene voglia di tornare nel mid-west.

Chissà se capiterà ancora di spaziare tra la Interstate 90 (detta anche I-90) e l’infinita musica tutta uguale delle radio americane. Ho come la sensazione che quando la Delta riaprirà la tratta da Amsterdam ci faranno pagare con gli interessi un biglietto.

Per il momento posso solo offrirvi il filmato di quando ci siamo bagnati nelle acque del Lago Minnetonka. Io sono quello imbambolato con la maglietta nera, che pensa di essere finito in uno sketch con Zuzzurro e Gaspare. Mi sono lavato il collo (indolenzito dalla tracolla della Nikon) e scivolo rischiando di farmi battezzare nel lago come un Testimone di Geova qualunque.

Notate come viaggiano veloci le nuvole sopra di noi.

La domanda è: perché alla fine del video corro come un pazzo?

Sarà stata la felicità…

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“Lo so”

I know there’s a heaven
I know there’s a hell

L’avevano annunciata da qualche tempo e domenica sera, finalmente, c’è stata. La diretta Facebook da Minneapolis di Giordano V che ci ha scarrozzato tra il cielo plumbeo quasi canadese, gli aceri rossi e il simbolo viola che sa tanto di Giò Pomodoro.

Giordano vive dal 2013 poco lontano da Paisley Park dove ha passato milioni di notti. Già nel 1991 (quando io ancora mi facevo la pupù addosso) lui era là, con un misto di pazzia e coraggio. C’è tornato per viverci alla fine degli anni 90, ed ora si gode la famiglia. Domenica sera, in collaborazione con l’Assessore al Minneapolis Sound Luisa G., Giordano e consorte hanno guidato un nutrito gruppo di fan italiani in una viaggio quasi onirico di 2 ore; abbiamo passeggiato tra le ville (o quello che ne rimane) di Prince, lo studio di registrazione, dove si sono infilati nello store ufficiale, condendo il tutto con racconti emozionanti, divertenti e inimmaginabili.

A Chanhassen c’erano 3 gradi, mentre nella periferia dell’est Milano le mie estremità inferiori stavano tiepide grazie ad una borsa dell’acqua calda, che questa volta sono riuscito a prepararmi senza l’ustione di secondo grado. Sbagliando s’impala, direbbe un Testimone di Geova. E mentre una cimice sorvolava la mia postazione da dove scrivo, Giordano ci faceva atterrare nella regione dei 10mila laghi, dei grandi spazi e dei quartieri nuovi. Come un novello Obi-Wan Kenobi, ci istruiva sulle modalità di accesso alla “terra santa” (come avevano soprannominato gli studi di Prince) e su quel mondo irreale che è stato il mondo di Prince. Con il pensiero siamo stati al Glam Slam, a cercare tra le bobine dei master e nello studio seduti al fianco di Prince. Là dove il cuore batte.

Come in una realtà quantistica, la verità della musica di Prince ci permette di dire che egli non è scomparso. E mai lo sarà. Come il gatto di Schrödinger, fino a quando gli eredi, la Warner, la Sony (o chiunque sarà seduto sulla poltrona dell’archivista capo) continueranno a sfornare inediti (più o meno validi) Prince sarà sempre contemporaneamente vivo e morto. Per chi (come la gran parte di noi) stava dall’altra parte dell’oceano, la sola occasione per avvicinarlo erano i concerti dal vivo. Per chi (come me) si faceva la pupù addosso, la musica e internet erano i punti di contatto con lui. E poiché “chi è steso o dorme o muore, oppure fa l’amore“, un giorno (sooner than U think) il mio sistema para-simpatico e pure-antipatico smetterà “sfinito” di operare. E dopo quel giorno i miei nipoti, le loro amiche e gli amanti potranno ascoltare nuovi arrangiamenti e assoli di Eric Leeds che scivoleranno fuori dal Vault. Proprio come G ha predetto. E io non ho paura.

Finite le due ore, io e la cimice ci siamo salutati, abbiamo scambiato due parole su Eriksen dietro le punte. Lei è convinta che sarebbe meglio giocare con il rombo. E ci siamo ritirati ognuno nel proprio letto. E grazie a quel mondo impronunciabile che è la chimica applicata alle sinapsi, ho ripensato a chi mi raccontava del dottore dei pazzi. Pazzi sono quelli che giudicano gli altri pazzi, mi sono detto. E gli specialisti che sono in grado di salvare la vita delle persone? Lo so, è un peccato che non abbiano saputo intercettare il grande dolore precedentemente conosciuto come solitudine. “Quello che è successo” dice Giordano “è successo perché lui era innamorato di noi!” Non sapeva vivere un’altra vita, penso io. Nessuno gliel’aveva insegnata.

Mi addormento. E sogno Prince. Siamo io e lui. Io ho poco più che 25 anni. Siamo sulla provinciale che porta a Lecco. Non so perché. Camminiamo sul ciglio della strada. Lui è nel periodo Parade. Giacca di pelle nera e capello corto. Io ho appena smesso di farmi la pupù addosso. Da lontano frequento cattive compagnie, ma che per me sono buone. Frequento da vicino buone compagnie, ma che alla fine si riveleranno cattive. Se in quel periodo avessi fatto del nero, sarei diventato un uomo prima dei 30 anni. Prince lo sa. Io e lui camminiamo in fila indiana e sono preoccupato per le auto che ci sfiorano. Non so bene cosa dirgli. Prince è serio, ma sorridente. Oppure sorride seriamente. Affianchiamo dei centri commerciali, dei benzinai, e pub irlandesi della brianza alcolica e non parliamo. Prince mi guida da qualche parte. Vorrei dirgli qualcosa, ma non so cosa. Ho paura. Poi mi viene in mente una cosa da dirgli…

Mostra Dopo La Pioggia

Monster diary pt.3

(diario della mostra)

La nostra giornata espositiva è una routine bellissima. Si parcheggia a Città Studi, dove prendiamo il 33 che ci porta in Corso Buenos Aires. I tram con i sedili di legno fanno parte della Milano che conosco. Adoro il tragitto che fa il 33. Il Politecnico che avrei dovuto frequentare. Le ville Liberty di Via Pascoli, dietro alla mia scuola elementare. Viale Romagna con l’edicola di Secondo e della Nelly dove per un giorno ho fatto l’edicolante. Lì ho imparato a contare i biglietti del tram. La Casa dello Studente dove lavorava mia mamma. Quando andavo a trovarla le sue colleghe mi riempivano di complimenti, quelli che non ho mai ricevuto dai miei nonni. Più avanti c’è Piazza Carlo Erba, dove nacque la Rizzoli e dove Giovannino Guareschi raccontava i suoi contemporanei sulle pagine del Bertoldo. È la Milano dove sono cresciuto. Non ho mai amato la città dei grattacieli, tant’è che ne ho sviluppato una fobia. A Milano i grattacieli sono una forzatura. Non abbiamo problemi di spazio come a New York City. E poi non dobbiamo far vedere per forza di essere degli americheni. Meglio copiare gli svizzeri o i tedeschi, che sono europei come noi.

Domenica 4 ottobre è un giorno speciale per la mostra. Luisa e Monica vengono a trovarci da Reggio e con loro incontriamo Sergio e Nikka. E ritorna (grazie!) Francesco. Non ho indossato una delle mie numerose magliette a tema prinsiano e non ho neppure gli orecchini. Ma non c’è problema, i ragazzi rimediano alla mia carenza. Loro mascherine sono spettacolari.

Da sinistra: Francesco DP, Simone (trentuno), Luisa G, Nikka, Sergio G., Luisa G. Giovanna (Ventuno). Pic panoramica by Nikka.
Da sinistra: Francesco DP, Simone (trentuno), Luisa G, Nikka, Sergio G., Luisa G. Giovanna (Ventuno). Pic panoramica by Nikka.

Parlando con loro sento la passione per la musica di Prince. Posso anche usare una parola esagerata, l’amore per Prince. Oggi non ci sono egocentrismi. C’è solo Prince. Ci sono i fan come noi che quel giorno erano a Paisley Park. E ci sono le foto.

gli animali si mettono in pose curiose
“gli animali si mettono in pose curiose”, nella galleria vicino a Paisley Park. pic by S

Anche oggi riesco a fare la mia gaffe quotidiana (scusa Francesco). La felicità di essere insieme a loro (oltre alla clomipramina che sto prendendo da qualche tempo) mi fa passare in fretta anche la vergogna. Parliamo di tutto. Del 21 aprile. Del libro di Maria Letizia Cerica, che contiene un’ipotesi nuova su quel giorno. Del nuovo Sign O’ The Times. Mi pare che tutti lo stiano ascoltando a piccole dosi. Parliamo dei primi concerti. Del più bello. Oggi non ci sono eroi. Oggi c’è Prince e la sua musica. Gli ahdio. L’Npgmusicclub. Poi, ognuno di loro si prende 10 minuti per girarsi la mostra. Bellissimo il gattino con sotto la scritta “Animals strike curious poses”. Ci chiedono: “possiamo fare le foto?”. Sì, per favore. Fate foto. Postatele e usate l’hashtag #dopolapioggiaprince. Qui è tutto gratis. Nikka mi chiede: “ma tu sei simon… ttx?”. Sì, sono io. “Ho riconosciuto lo stile”, mi dice. Non sapevo di averne uno.

Il tempo non esiste, gli orologi sì

Un giorno Prince disse: “il tempo è uno scherzo” (time is a trick) ed è così; mentre parliamo di Prince il tempo con i nostri amici passa in un lampo. In un attimo è ora di pranzare. Noi ci siamo dati una regola e preferiamo stare da soli (almeno fino alla fine del Covid) e così salutiamo il gruppo. In quel momento ripenso alla bellezza dell’amicizia. Penso a Mark e Paula. Penso a tutti quegli amici che ho allontanato per poi richiamarli, chiedendo mille volte scusa. Sono così. Non posso farci nulla. Sono così poco sicuro di me stesso, che devo mettermi sempre alla prova.

Come faceva Prince.