I due giorni di allestimento mi hanno distrutto. Sono stato travolto dall’emozione e sono partito come un razzo. Ma anni di “lavoro” davanti a un computer mi hanno trasformato in una mammoletta; quando c’è da darsi da fare veramente con martello, ramazza e chiodi perdo le forze. Poi mi guardo in giro e vedo l’energia e il sentimento che abbiamo portato in questo luogo e riprendo a lavorare.
Corriamo avanti e indietro, perché abbiamo solo un martello, le puntine sono nella scatola e dobbiamo ancora decidere quale ricordo giallo vorremmo appendere. Avevamo contato una ventina di foto, ma è così complicato sceglierle. Non è complicato. È impossibile. Se Artepassante c’avesse dato altro spazio saremmo andati avanti fino alle soglie della fermata di San Babila.
All’ultimo momento mi rendo conto che manca la musica. Portiamo l’ingombrante lettore cd o le casse neroazzurre senza fili? Ma sono scariche, diamine! (Beh, non ho proprio detto diamine…). In auto usiamo Spotify per creare una playlist per la mostra. La regola è semplice: un brano per ogni disco. Ci sono With You (la nostra canzone), The Morning Papers, Condition of the Heart, Electric Intercourse.
Arriviamo ma è ancora chiuso. Allora, via a prendere le chiavi. “Il suo nome?” mi chiede il tipo della stazione. Sbrigate le formalità, con le chiavi corriamo ad aprire. C’è da rifinire la recinzione di Paisley Park. È bellissima! È uguale a quella di Chanhassen dei primi giorni di giugno. Provo lo stesso senso di assenza e di presenza; avremmo voluto sentire la sua musica in quel luogo suburbano. Tyka non ci ha mai risposto.
Francesco è il primo ad arrivare. Ci chiede “cosa avete provato quando eravate là?” Quel luogo, gli dico, è immenso per un uomo così piccolo. L’ha costruito solo con la sua immaginazione. Ancora mi guardo in giro. Guardo le foto e cerco uno scatto che riesca a far capire alle persone le dimensioni di Paisley Park. Poi, gli vorrei dire, che strano pensare che alla fine ci viveva da solo. Come un anziano nonno in compagnia dei suoi ricordi. Da lì sono passati tutti. Kim Basinger, Madonna, Alicia Keys, Lenny Kravitz, le sue mille donne, Mayte e i loro sogni di una famiglia. E chissà quante altre storie che solo lui sapeva.
Due ragazze si fermano a chiederci notizie: “perché avete scritto che non festeggiava più il compleanno?” Sorrido dentro di me, perché sento che ha funzionato quella voglia di stuzzicare la curiosità verso Prince. Rispondiamo, quasi in coro e con l’aiuto di Francesco. Raccontiamo la storia dei Testimoni di Geova, del figlio con Mayte e dell’arrivo del cattivone che lo porterà sulla cattiva strada.
Arrivano altri amici fan di Prince come noi e entriamo in quel luogo surreale che Prince ci ha regalato. Quel senso di fratellanza, che avevo scoperto a Paisley Park. Abbiamo un amico in comune, che ci ha dato tanti bei momenti e ora non c’è più. Vorrei tanto raccontare la nostra storia. Ci sono le foto. Ognuno di noi ha un racconto. Li ascoltiamo diligentemente tutti. Ognuno racconta la propria storia come se fosse speciale. Come se Prince fosse solo suo. Tutti sono proprietari di un pezzetto di Prince. E mentre gli altri parlano mi viene in mente che la nostra mostra fotografica nasce proprio per dire agli altri che Prince è di tutt. Non solo nostro. Poi mi ricordo dell’immagine dell’entrata degli studi. 7501 Audubon Road. Del cartello.
Nei due viaggi a Minneapolis tra il 2016 e il 2017, abbiamo potuto conoscere tante persone. Poiché Minneapolis non è una destinazione classica per un viaggio negli USA, la prima domanda che ti fanno tutti è: “come siete finiti qui?”. E quando rispondi: “siamo qui per Prince” molti ti raccontano una storia su di lui. C’è chi ha lavorato dentro Paisley Park dove ha tirato i fili dei collegamenti internet (un albergatore di Ely) o qualcuno che ci ricorda di passare da First Avenue (un cameriere di un fast food).
Prince, in fin dei conti, è stato bravo anche in questo. Quel senso di fratellanza che il pellegrinaggio ci ha fatto scoprire ci ha permesso di avvicinarci a tanti come noi. Qualcuno di questi, a dire la verità, l’abbiamo perso di vista. Perché la vita, in fin dei conti, è quello che ti succede mentre fai dei programmi. Ma qualcun altro ci è rimasto vicino. Come David Rusan. Non dovrei neppure presentarlo, ma lui è il liutaio che costruì per primo la Cloud Guitar usata da Prince in Purple Rain, che nella finzione del film gli viene regalata da Apollonia.
Dave si mette in posa con la Cloud Guitar viola diretta in Australia e che non ci ha permesso di sfiorare. Mentre abbiamo potuto toccare quella grezza sul tavolo.
David o Dave è un tipo tranquillo. Vive e lavora nella sua villa in un quartiere residenziale, Bloomington, in mezzo al verde. Ci siamo arrivati il 27 agosto del 2017, durante il secondo viaggio, alla fine della giornata che avevamo dedicato ad Henderson, per capirci il finto lago Minnetonka di Purple Rain. Una giornata estiva, densa di temporali, nuvole passeggere alla Raspberry Beret e un pranzo nelle loro fantastiche stazioni di benzina. Noi sempre in anticipo, come da tradizione austroungarica, quando abbiamo suonato Dave ci ha messo un po’ ad aprirci perché era ancora sotto la doccia. Ma non si è scomposto; ci ha fatto entrare accogliendoci nel suo negozio e laboratorio. Pensavamo saremmo rimasti 10 minuti, alla fine abbiamo trascorso l’intero pomeriggio.
Dave, che per lungo tempo chiamerò Rusan, parla di tutto. Racconta volentieri come è nata la sua collaborazione con Prince e non nasconde il suo amore per l’Italia (“in una vita passata devo essere stato un antico romano e un giorno verrò a visitare il vostro paese” ci dice). Noi alterniamo le risposte alle sue curiosità sull’Italia con le nostre incursioni nel mondo di Prince. In fin dei conti, Dave è un testimone diretto del Minneapolis Sound.
Cosa ho da perdere?
Lavoravo in un negozio di strumenti musicali frequentato da Prince e da altri musicisti del suo giro. A quei tempi i negozi di strumenti musicali erano gestiti da persone anziane e per i musicisti andare nei negozi era imbarazzante come andare a trovare i genitori la domenica a pranzo. Invece il nostro era un negozio gestito da giovani. C’era un bel clima. Ma io prima di fare le Cloud Guitar non avevo mai costruito una chitarra.Siccome avevano visto che le aggiustavo, hanno pensato che potessi costruirne una. Sono rimasto sorpreso che avessero scelto proprio me, ma poi mi sono detto: “cosa ho da perdere?”. Mi portarono il basso che Prince aveva preso a New York City quando era andato con la sorella per fare ascoltare la sua musica, ma dove aveva avuto poco successo. In realtà, il basso originale era leggermente differente dalla Cloud Guitar che poi ho costruito. Prince non mi diede delle indicazioni. Mi aspettavo di essere guidato come un architetto che deve fare un appartamento per un committente. Ma Prince non mi disse nulla.
I nuovi Earth Wind & Fire
Un giorno è arrivato in negozio David Z (il fratello del batterista dei Revolution, Bobby) con un grande mangianastri con le casse e ci ha fatto ascoltare un brano. Io gli ho chiesto: “hai trovato i nuovi Earth Wind & Fire?” David mi ha risposto: “guarda che è un solo ragazzo che suona tutti gli strumenti.” Era Prince. Quando Prince veniva in negozio faceva dei piccoli show. Un giorno l’ho visto suonare con la mano sinistra la chitarra e con la destra la tastiera. Tanto per dire che talento dimostrava a tutti. Era una tipo strano. Alcuni dicono che fosse un tipo divertente, amabile, altri del suo giro raccontano che fosse schivo e sbrigativo. Io sono stato fortunato di essere stato lì in quel momento, Quando hai un colpo di fortuna devi essere pronto per approfittarne e così mi sono lanciato in questa nuova sfida.
Viola come la moto
La prima chitarra era finta. Venne usata per girare il film, ma non era fatta per funzionare. Durante il film ne ho costruite 3 nel giro di 3 mesi. Mi avevano detto che la chitarra doveva avere lo stesso colore viola della moto guidata da Prince. Nel corso degli anni Prince me ne avrebbe chieste altre, ma io non ero più disponibile e allora si è rivolto ad altri produttori. Era un chitarrista, ma non un collezionista. Non aveva molta pazienza per pulirle o manutenerle.
Denunciami, tanto non ho più nulla
Per i musicisti di Minneapolis, il contratto di Prince con la Warner fu importante. Minneapolis non era un posto con studi di registrazione e con produttori. Qualcosa è successo con i suoi primi 4 album, ma aveva avuto dei problemi nel farsi accettare dal pubblico bianco. Quando ha fatto Purple Rain tutto è cambiato. Per i Revolution le cose sono andate diversamente dopo che hanno lasciato Prince. Wendy e Lisa hanno avuto ancora successo. Le colonne sonore e i Grammy lo dimostrano. Gli altri componenti dei Revolution, no. Tipo Matt Fink. Lui aveva uno studio di registrazione che non andava molto bene. Era in rosso e così si è unito a una tribute band di Prince. Il cantante di questa band è molto bravo e simile a Prince, ma è bianco, pelato ed ebreo. Quando Prince ha saputo che Fink suonava con loro, lo ha chiamato e gli ha detto: “cosa fai? io ti denuncio!”. Matt gli ha risposto: “fai pure. Sono senza soldi. Puoi denunciarmi, tanto non ho più nulla.” Prince alla fine ha lasciato perdere. Quando ho incontrato i membri della band mi hanno raccontato dei problemi che hanno. Si sa che Bobby ha avuto dei problemi di cuore. E io mi sono reso conto che siamo tutti invecchiati.
Creatività + duro lavoro = successo
Prince metteva insieme la grande forza creativa con il duro lavoro. Due cose che è difficile vedere in una persona sola. Forse era questo il suo segreto. E poi era un grande uomo d’affari. Eppure ha preso delle decisioni che non ho mai capito. Per esempio, non ha mai registrato il marchio della Cloud Guitar.
Legno di acero
Oggi le chitarre vengono fatte in circa 3 settimane, lavorando tutti i giorni. Sono fatte in legno di acero, che è molto duro. Arriva dall’ovest. Per evitare che si rompa uso un pezzo unico che viene lavorato completamente. Questo aiuta la qualità e la limpidezza del suono. Funziona molto bene con gli effetti, mentre ha un suono diverso da una chitarra jazz. Sono anch’io un musicista e parto da questo per costruire le chitarre. Ci sono altri liutai che lavorano bene il legno e partono dalle misure per farle, ma il problema arriva quando devono provarle. Devono capire, per esempio, come scorre la mano sinistra sulla tastiera. Sono particolari che solo un chitarrista sa valutare. Molti comprano le chitarre solo per collezione. Questa viola andrà in Australia (nella foto), mentre questa colore pesca andrà in Francia. Una volta è venuta qui una ragazza di 26 anni, che ovviamente è diventata fan di Prince solo di recente e quando le ho messo in mano la chitarra mi ha detto: “ma io non la so suonare”.
La morte di Prince fu una sorpresa, ma anche no
Sulla sua morte so solo che Takumi, il suo tecnico delle chitarre, mi aveva confessato che Prince soffriva da almeno 25 anni di dolori alla schiena. Prendeva medicinali per questi problemi. All’inizio sono rimasto sorpreso per la sua morte, ma poi ho pensato che avrebbe dovuto morire prima per i problemi alle anche. Mi sono domandato anche del testamento, come mai non ne aveva fatto uno? mi sono chiesto. Forse perché pensava che quando sarebbe morto non sarebbero stati problemi suoi.
Usciamo dalla villa di Dave sapendo di avere trovato un nuovo amico. Non passa manco qualche ora che siamo già sulla sua pagina Facebook, con una descrizione che sembriamo i principi di Monaco. Sappiamo che Dave ci ha raccontato tante cose, che sono scritte nella mia memoria. Così come la sensazione che Prince usasse gli oggetti e forse anche le persone per il suo fine ultimo: la musica. Non c’era altro per lui. Come la storia della scarsa manutenzione delle chitarra. Cosa che avvenne anche per la chitarra del Superbowl; durante la visita a Paisley Park, ci avevano confermato che dopo averla usata sotto la pioggia battente fu rovinata dall’umidità, perché ancora bagnata venne riposta dentro alla custodia. Un sacrilegio. Ma forse fu anche la maniera in cui curò la proprio vita negli ultimi mesi.
Alla fine degli anni 90 avevo l’abbonamento alla sinfonica della scala che ascoltavo dalla seconda balconata. Sperimentale. Più di recente, per motivi di tempo, seguo e sono stato abbonato alla stagione dei Berliner Philarmoniker, o Berliner. L’orchestra sinfonica di Berlino. L’orchestra sinfonica è quella formazione orchestrale che può arrivare a includere tutti gli strumenti musicali. Si va da una formazione di 40 elementi a più di 100 elementi. Ascoltare 100 musicisti che suonano contemporaneamente è un’esperienza unica. Trascendentale. I Berliner li ascolto attraverso la loro Digital Concert Hall che trasmette in diretta su internet i concerti dell’orchestra.
Come funziona la Digital Concert Hall dei Berliner?
Per fare un prodotto di questo genere, però, bisogno fare molta attenzione ai dettagli: le qualità dell’audio e del video devono essere ai massimi (a Berlino usano l’ultra hd e il 4K per il video, mentre l’audio è nel formato AAC a 320 kb/sec). Puntualità negli orari, ospiti e scelta del programma di circa 40 concerti annuali deve essere curata senza sconti. L’archivio dei Berliner, oltretutto, contiene un mondo unico di 2.000 opere, oltre a film, interviste e speciali. Per poter ascoltare in diretta i concerti dei Berliner è necessario un televisore smart, quasi tutte le marche supportano l’app della Digital Concert Hall, oppure un qualsiasi prodotto android/apple; anche sul cellulare è possibile ascoltare la musica in diretta da Berlino.
Quanto costa l’abbonamento?
L’abbonamento annuale costa 149 euro, ma tutti gli anni c’è uno sconto del 10% se faccio l’iscrizione prima del 28 agosto, giorno dell’inaugurazione. Quindi vado a pagare, circa 134 euro. In più, fino al 31 dicembre posso regalare un abbonamento di 7 giorni a un amico (se vi interessa scrivetemi blog@trentunoventuno.com). E ogni anno, verso la fine di luglio mi arriva un lettera in italiano dove mi spiegano le offerte, le eventuali avvertenze (quest’anno il Corona Virus) e il libro (in inglese) con tutti i concerti, i protagonisti e il programma.
Cosa potrebbero fare ai Pasley Park?
Quando ho letto dell’immenso archivio dei Berliner, ho subito pensato al Vault di Prince. So che un giorno tutto l’archivio video di Prince sarà accessibile su internet, pagando un unico abbonamento. In quei giorni sarà possibile accedere anche alle interviste dei suoi collaboratori o musicisti, come gli interessanti incontri della PRN Alumin Foundation (prnalumni.org), o alle dirette della celebration di aprile/giugno. Le anteprime dei libri, e la scoperta delle stanze di Paisley Park. Interagendo.
Quanto potrebbe costare una Paisley Park Digital Hall?
Così, per gioco, ho provato a immaginare quanto potrebbero farcela pagare… ops. Quanto ci potrebbe costare un abbonamento annuale alle dirette di Paisley Park; ho provato a fare un calcolo per difetto, partendo dal numero di appassionati di Prince che ci sono su Spotify. Su Spotify Prince ha circa 4 milioni e mezzo di followers. Appassionati che hanno volontariamente cliccato su “segui” sotto l’immagine di Prince. Generalmente, il rapporto di conversione su internet è dell’1%, che porterebbe quindi a circa 45.000 abbonati. Se i Berliner, per un pubblico già abituato agli impegni dei concerti fanno pagare 149 euro, quelli Paisley Park Digital Hall potrebbero abbassare ai classici 99,99 euro annuali, portando a casa 4 milioni e mezzi di euro all’anno. Credo che con 4 milioni di euro si potrebbe organizzare una splendida stagione, coprendo anche le spese tecnologiche. Ma se partiamo da altre cifre come i 9 milioni di ascoltatori mensili. O, ancora, le 22 milioni di visualizzazioni su youtube, gli ipotetici abbonati salirebbero di molto.
Conclusioni
Prince ha un archivio immenso. Si chiama Vault. Disperdere il potenziale della musica e dell’opera di Prince sarebbe un peccato. Lo sappiamo bene: ci sono centinaia di concerti mai visti. Album inesplorati. Chissà cos’altro; interviste? Film? Documentari? Prince Estate fa bene a lavorare con chi è già del mestiere (Spotify per la distribuzione della musica, o con Netflix per il misterioso documentario sulla vita di Prince). Eppure penso che farebbero bene a mettere insieme qualcosa di loro. Di personale. Che porti avanti la passione di Prince per la musica. E qui sarebbe utile mettere insieme la Paisley Park Digital Hall (o Vault Digital Hall?). Magari chiedendo una mano a quelli di Internet Initiative Japan che distribuiscono lo streaming dei Berliner.
100 euro all’anno per avere accesso a eventi in diretta da Paisley Park io li spenderei. E voi?
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Gli Stati Uniti devono essere alla ricerca di una nuova spiritualità, di qualcosa che li aiuti ad uscire dalla depressione, economica e non, che li sta soffocando: non si spiegherebbe altrimenti come un piccolo film come Graffiti Bridge ultima fatica musical-cinematografica di Prince, uscita il 2 novembre,stia facendo spendere a critici e a pubblico parole altisonanti come paradiso, nuovo Messia, nobile scopo.
C’ è anche un altro aspetto di queste e di altre vicende cinematografiche della stagione: alcuni giornali sembrano apprezzare la clandestinità delle uscite cinematografiche; in altre parole: meno si è bombardati da trailer, cartelloni e gadget, più il film merita di essere visto. Graffiti Bridge, strano ma vero, conoscendo il narcisismo del suo protagonista, è uno di questi film usciti in silenzio. A New York è proiettato in otto sale di Manhattan, in sei di Brooklyn, in sette del Bronx e in sette del Queens.
Dal modo in cui la Warner Bros sta provando a scaricare Graffiti Bridge su un pubblico impreparato (nessuna anteprima per la stampa, distribuzione relativamente limitata, nessuna anticipazione, e in più la voce che presto finirà in cassetta) potreste pensare che il film sia uno schifo scrive il Village Voice. Ed invece no, secondo il settimanale Graffiti Bridge, che riprende molti dei protagonisti di Purple Rain, grande successo del 1984, è un piccolo delizioso quadretto, una love story rock-funky-spiritual-soft core degli anni Novanta, riservata agli amatori. Questo non vuol dire che non abbia i suoi problemi. Che sono ovviamente quelli del suo protagonista, Prince, il quale stavolta arriva a proporsi come il nuovo Gesù Cristo e nella scena finale del film quella in cui i buoni vincono sui cattivi, canta addirittura Thieves in the temple, ladroni nel tempio.
Graffiti Bridge è quasi tutto girato in studio, con un’ atmosfera che è una via di mezzo tra quella di Purple Rain e di Sign of the times. Tre gli ambienti principali: la casa di Prince (che è un giovane ispirato musicista perseguitato dal cattivo Morris Day), sui muri della quale lui scrive versetti tutt’ altro che satanici; poi c’ è un isolato nei bassifondi di una città indefinita con le insegne al neon di tre locali notturni nei quali il cattivo spadroneggia: sono il Glam Slam, nel quale Prince era solito esibirsi prima di essere cacciato da Day e dare inizio alla storiella. Poi c’ è il Clinton’ s House gestito dal cantante George Clinton (che vediamo in un bel cammeo) e il Melody Cool gestito dalla cantante Mavis Staples, alla quale dobbiamo un numero finale, quasi un gospel, di tutto rispetto. Mavis nel film è la madre di Tevin Campbell, un ragazzino nero di forte voce e buone gambe, nuovo prodotto della Paisley Park, l’ etichetta discografica di Prince, che vediamo in un personale videoclip. L’ ambiente meno frequentato, ma più importante del film, è il ponte dei graffiti.
E’ un set tutto scarabocchiato scrive il New York Times che nel film simboleggia il paradiso. E Prince vuole che lo prendiate sul serio. Lì lui aspetta il ritorno del padre, scrive poemi sull’ amore, si atteggia con espressioni da Gesù Cristo mentre si veste in un modo che farebbe arrossire un chierichetto. Al ponte dei graffiti si reca anche Aura (Ingrid Chavez, la sua starlet del momento), una specie di creatura angelicata che nel film ripete le tre seguenti frasi-tormentone: E’ proprio dietro l’ angolo, non mollare, non perderai, tutto quello che mi chiederai io lo farò. Il cattivo Day s’ innamora di Aura che per convincerlo a stare dalla sua parte, quella dei buoni, smette i vestitini da collegiale ed entra in quelli neri di una maliarda sexy sui tacchi a spillo. Love machine, un duetto tra Day e la Chavez è tra i momenti videomusicali più alti del film. La ragazza però eccede nel bere e Day le somministra una pozione che al risveglio dopo la sbronza la farà innamorare della prima persona che vedrà. Indovinate un po’ ? Prince il buono, pazzo di lei, la rapisce nel sonno e al risveglio i due iniziano a fare un amore softcore, tutto bacini e sguardi languidi. Alla fine Aura pagherà a caro prezzo la conversione del cattivo mentre Prince avrà per sé un finale alla Jesus Christ Superstar. Tra gli altri interpreti la band dei Time al completo e la bella Jill Jones nella parte della fidanzata del protagonista che lo lascia per andare a lavorare con il cattivo.
Il tema del film scrive ancora il Voice avere qualcosa in cui credere, l’ assoluzione attraverso l’ amore, qualcuno che muore per i peccati altrui e roba del genere, è un po’ irritante. Ma secondo il New York Times le idee spirituali del film non sono minimizzate dal fatto che su molte ci puoi ballare sopra. Prince crede chiaramente che il paradiso è dove riesce a trovarlo. E c’ è da dire che, storia a parte, per chi ama la musica di Prince, Graffiti Bridge offre davvero un’ ora e mezzo in paradiso.
Non sto parlando dei gemelli Jonathan e Drew Scott, ma di Prince Estate che mette in vendita questa proprietà di Prince:
L’indirizzo è 115 King Creek Road, Golden Valley, Minnesota. La casa, tanto simile a un prefabbricato, sembra in una bella proprietà. Ha vicino una pista ciclabile ed è a circa 30 chilometri da Paisley Park, poco più di 22 minuti di auto.
La casa è occupata da Omar Baker (su twitter conosciuto come PRNfamily), fratello di Prince da parte della mamma. Mio coetaneo, che dovrebbe uscire di casa il primo agosto. Come mai so tutte queste cose? Perché sono scritte qui.
Mi era sfuggita questa diretta Facebook che si è tenuta all’interno di Paisley Park durante il lockdown, se non ricordo male era il primo maggio. Anche se la qualità è quella che è, si vede qualche angolo interessante. Si parte dall’atrio dove si trovano le colombe e dove Prince aveva registrato l’album acustico al piano con le colombe nel sottofondo. Le colombe sono 3, due giovani e giocherellone. Una è un po’ vecchiotta ed è sopravvissuta a Prince. Si tratta della femmina Divinity, che avrebbe una ventina di anni. Il maschio della coppia, cioè Majesty sarebbe morto nel 2017. Chi ci fa da guida è Mitch Maguire, che è Legacy Preservationist di Paisley Park, che mi sento di tradurre in Conservatore dell’eredità. Mitch viene affiancato di volta in volta dalle sue collaboratrici. La prima è Rebecca, che introduce, appunto, le colombe. Muovendosi per i corridoi del secondo piano (ai quali non avevamo avuto accesso nelle nostre visite del 2017) si vede sulla moquette il testo di una canzone di Prince:
ask yourself your destination what the source of your inspiration be !!!
Le scarpe della notte degli Oscar del 1985
Dopo il corridoio, Mitch ci porta a incontrare Michela che segue le collezioni di Prince. Si entra in una sala che, se ho capito bene, una volta era la stanza dei giochi, e che ora ospita la collezione di oggetti 2d e 3d. Mitch ci tiene a specificare che non si tratta del Vault. Si tratta del luogo dove è archiviato gran parte del guardaroba di Prince. A quanto pare, gli oggetti che sono stati ritrovati e che vengono conservati sono tantissimi e c’è bisogno di molte stanze per archiviarli correttamente. Per quanto Paisley Park sia grande, così dice Mitch, le stanze non sarebbero sufficienti. Le prime scarpe che emergono dalla scatola sono quelle che Prince indossò alla consegna degli Oscar del 1985. Sono state prodotte da una società che per Prince arrivava a fare anche 30 o 40 paio di scarpe al mese.
Le scarpe con il rinforzo per saltare
Il secondo paio di scarpe, invece, hanno una caratteristica diversa: hanno la suola rinforzata per i concerti e per le esibizioni. Se ho capito bene, anche la parte interna e la parte posteriore erano state rinforzate apposta per permettere a Prince di fare qualsiasi cosa avesse in mente sul palco. Mitch dice: “queste scarpe gli davano sicurezza, non che lui ne avesse bisogno…” Parlando di scarpe, i due anticipano una prossima mostra dedicata proprio alle scarpe di Prince. Pare che verranno mostrate 300 o 400 paio di scarpe di Prince (che rappresentano una parte della sua collezione), raccontando la storia che ogni paio può raccontare anche grazie a testimonianze e filmati. E con questa mostra, dice ancora Mitch, sarà possibile spiegare come Prince spingesse sull’acceleratore per quella che lui chiama l’accettazione sociale. Credo, la possibilità che oggetti tipicamente femminili vengano indossati dagli uomini senza perdere la propria mascolinità.
Mitch alla fine racconta di come siano riusciti a ritrovare il gun-mike, il microfono a forma di arma che Prince usava all’inizio degli anni 90, che per Mitch era un periodo in cui Prince non aveva l’esigenza di essere commerciale, ma dove era più autentico. Questo microfono, dice Mitch, ci aspettavamo fosse conservato accuratamente, mentre in realtà Prince lo teneva (o l’aveva dimenticato) dentro a una road-case, cioè valigia professionale, rinforzata agli angoli e utilizzata quando si fanno i tour. La valigia aveva un’etichetta con scritto gun-mike, dice Mitch, ma il microfono era impacchettato in mezzo a dei tovaglioli e in compagnia di un po ‘ di candele. Quindi non era accuratamente conservato, ma era piuttosto profumato.
Non penso Prince abbia mai scritto una canzone intitolata Underdog. Forse perché sarebbe stato pleonastico.
In inglese Underdog significa tante cose. A me piace il significato legato alla competizione dove l’underdog sarebbe il partecipante che non ha i “favori del pronostico”. Nella sua pazza stagione degli anni 90, Prince rappresentò un ottimo esempio di Underdog. Scomparso dai radar della musica mainstream, Prince preferiva combattere la sua battaglia contro il sistema (o contro il “governo” avrebbero detto i milanesi Elio e le Storie Tese) da solo, dalla sua cameretta a Chanhassen (cameretta, si fa per dire…).
Ho una simpatia naturale verso gli Underdog. Chi lo sa, forse vale un po’ per tutti; ci stanno simpatici quelli che fanno più fatica degli altri nel raggiungere il risultato. Anche se non arrivano primi, quando conosciamo la loro storia diventiamo dei loro fan. In fondo, è questo ciò che è sempre capitato a Prince. Raccontare la propria vita nel film Purple Rain fu il trampolino di lancio della sua carriera. Anche se per qualche tempo ha snobbato quel periodo (mi riferisco sempre a quella pazza stagione degli anni 90) in fin dei conti Prince non esisterebbe senza Purple Rain. O forse sarebbe stato un Underdog per tutta la vita.
C’è questo video su Youtube che sta ricostruendo la vita di Prince attraverso le voci dei protagonisti. Si chiama “Once Upon a Time in Minneapolis”. Il documentario viene pubblicato su un account misterioso chiamato Sinnik22. Anche qui siamo di fronte all’Underdog della serie di Netflix dedicata a Prince e della quale abbiamo perso le tracce tempo fa. Nel 2018 ci avevano detto che la regista del momento Ava DuVerney si sarebbe dedicata alla produzione della serie, mentre nell’agosto di un anno fa lei stessa dichiarava di essersi chiamata fuori dal progetto. Come sia possibile che nel 2020, esista qualcuno che decida di non lavorare sul materiale di Prince mi è sconosciuto. Mah…
Tornando a parlare della serie “Once Upon a Time in Minneapolis”, la qualità scadente e la difficoltà nel comprendere gran parte dei termini inglesi non mi stanno disturbando. Anzi il low-budget rende il tutto più interessante, riservato a pochi e persino eccitante. D’altronde, alcune testimonianze sono davvero gustose.
C’era una volta a Minneapolis
Nella prima puntata che potete vedere qui sopra (la playlist comprendente tutta la serie), il racconto inizia con la premiere di Purple Rain al Mann Chinese Theater di Hollywood, Los Angeles, cioè il simbolo del cinema americano (il teatro che ha ospitato la consegna degli Oscar e che nel pavimento davanti all’entrata ospita le impronte delle mani degli attori). A parlare è Alan Leeds, a quel tempo Tour Manager di Prince, che si trova nella limousine con Prince stesso. Alan è seduto di fianco a Prince. Mentre davanti, di fianco all’autista c’è seduto Big Chick, la mastodontica guardia del corpo di Prince. Le limousine si avvicinano in fila indiana. In una, dice Alan, ci sono Wendy e Lisa. In una c’è Bobby e Fink. E così via. I protagonisti del film stanno facendo il loro ingresso nel mondo delle celebrità.
Al teatro li aspettano una sacco di VIP, di attori, di cantanti e di personaggi già famosi. Mentre le auto si avvicinano, Big Chick viene aggiornato dai suoi colleghi via walkie-talkie su ciò che avviene al teatro. Quando sono a cinque o sei isolati dal teatro, uno dei ragazzi della sicurezza racconta ciò che vede e parla di una cosa mai vista prima, “ci sono migliaia di ragazzi e la polizia sta impazzendo per controllare la folla”. Prince sente queste parole uscire dall’interfono e qualcosa succede nella sua testa (qualcosa si rompe, dice Alan). Con un filo di voce, Prince chiede a Big Chick: “cos’hanno detto?”. Alan osserva il viso di Prince e ha di fronte uno sguardo di stupore misto a paura (Alan usa la frase idiomatica “deer in the headlights“) e prosegue il racconto così:
Nel cervello di Prince passano tutte le immagini legate all’impegno profuso in quel periodo. Gli accordi per fare il film, la registrazione dell’album, le anteprime al First Avenue. Tutto era servito a questo momento. Tutto ciò che era nato dalla sua immaginazione. Per una frazione di secondo era perso. Mi ha preso la mano e ha ripetuto, sempre con un filo di voce tremolante “cosa ha detto? digli di ripeterlo!”. La sua mano tremava. Questa cosa sarà durata 10 o 15 secondi. Poi, improvvisamente, Prince si è irrigidito, ha indossato la sua (imperturbabile e imperscrutabile) faccia da poker e da quel momento in poi è tornato Prince.