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O.T. breve storia dei Pooh

è una di quelle giornate strane. una di quelle giornate dense di emozioni contrastanti. sono giorni dove si alternano momenti di felice calma a momenti di agitata ansia. in questi momenti, sembra inutile usare le maiuscole. anche se sarebbero obbligatorie dall’italiano della crusca, a me sembra che non contengano fibre. in questi momenti, mi batto per ciò che è giusto. Anche se questo sito è dedicato a Prince, credo che un breve viaggio nel mondo dei Pooh possa aiutarmi a descrivermi meglio.

Io non dormo quasi mai,
ma ho fatto un sogno che
mi ha messo in allegria
C’è la nostra batteria che
va da sola ed io
mi siedo in mezzo a voi
Stare qui è un’emozione ma
è un’astronave che
non scende a terra mai
Anche se vorrei sbarcare un po’
sono anni senza fiato e non si può

Anni senza fiato

è morto Stefano D’Orazio, aveva 72 anni ed era il migliore manager con il minore talento dei Pooh. Se i quattro in discorso sono rimasti per così tanto al successo lo devono a SDO. Quando i pooh sono diventati i Pooh con la maiuscola, c’è stato un mix di pazzia, capacità, competizione, serietà e comunicazione. All’inizio degli anni 70 (o alla fine degli anni 60) le band nascevano continuamente. Mettere insieme le forze di più musicisti e fare risparmi di scala per portare a casa un prodotto vendibile era l’unica maniera per sopravvivere. Studi di registrazione imponenti, strumenti scordati nelle cantine e spesso rotti avevano solo una risposta: sghei. Dindi. Dollari. Money. E danee. Cambiàli. Cambiali con qualcosa che funzioni. Case discografiche che pianificavano 3 album per rientrare dell’investimento. Le vendite degli artisti commerciali (o popolari) venivano capitalizzati nella ricerca di cantautori politicamente impegnati. Ricordo una battuta di Ruggeri a Morandi. L’Enrico amava ricordare al Gianni nazionalecantanti che con i soldi che la casa discografica RCA faceva dai facili successi del Morandi, la major li avrebbe poi investiti sui cantautori cattocomunisti degli anni 70. E questa onda impegnata nel sociale e nella politica, si fa per dire, si sarebbe occupata di sparecchiare via Morandi, equiparandolo a qualcosa di obsoleto. Salvo finire i cantautori loro stessi nel calderone delle contestazioni, come accadde a De Gregori al Palalido in Piazzale Stuparich.

Fu l’album della svolta, Poohlover. Con le dovute proporzioni, fu come Dirty Mind per Prince.

Era il 1976. Era il momento in cui i Pooh si scrollavano di dosso la produzione esterna, dividendo per 4 le responsabilità . Fu l’album della svolta, Poohlover. Con le dovute proporzioni, fu come Dirty Mind per Prince. Dove Prince parlava di sesso, senza eufemismi o metafore, i Pooh cantavano l’essere umano, senza eufemismi o metafore. Il faro era puntato sulla realtà delle cose. E degli emarginati. La prostituzione, l’omosessualità, l’uomo che esce di prigione, la moda degli extraterrestri. Fu qui che iniziarono a unire brani commerciali con il racconto della quotidianità. Senza fare la morale e senza giudicare. Ma questo era il talento di Negrini: scrivere di qualcuno senza renderlo ridicolo. Mi ritrovavo osservatore di un film mentre ascoltavo i loro brani. Non un’altra dimensione. Ma, ancora una volta, una realtà aumentata. Come quella di Prince. Con D’Orazio che nei testi giocava sull’ironia: se per sbaglio fossi santo, un miracolo ogni tanto per salvare i fatti miei, lo farei (Fare, Sfare, Dire Indovinare). La poesia di Stefano era disincantata: fossi re, fossi potente, la mia gente con promesse incanterei. Un testo buono per tutte le stagioni da Mani Pulite, ai negazionisti di oggi. In quei giorni, D’Orazio godeva della competizione che si era creata all’interno della band. Ognuno portava quel tanto in più, il valore aggiunto da dimostrare ai colleghi. In Rotolando Respirando, l’album di Dammi solo un minuto, i tamburi della sua batteria caratterizzano il sound della band. Distribuiti tra la sinistra e la destra, senza essere consequenziali, l’arrangiamento ritmico diventa importante. Come in Una domenica da buttare. Trovando un proprio spazio. Una precisa identità. Siamo nel 1977 e si sente l’arrivo di qualcosa di nuovo. Il rock sinfonico viene sorpassato a destra dal rock melodico. Il falsetto di Dodi e di Fogli sanno di vecchio. Negrini vuole scrivere un album urbano e lo dedica alla suo città d’adozione, Milano. Così nasce Rotolando Respirando. Stefano rimane disincantato: qui invece resta tutto al posto suo, solo il tempo passa. E ho ancora addosso il calore delle sere quando c’eri tu. (…) bene non va, però va, manca un po’ di fantasia. (…) e fa notte presto, e il tempo è troppo per pensare a non pensare a te (Che Ne Fai Di Te).

Leggendo le storie dei musicisti, spesso è questo sforzo di rimanere sempre in sella che fa cadere dal cavallo del successo. L’entusiasmo e l’adrenalina iniziale svaniscono. A quel punto hai solo un’opzione, ridurre lo studio musicale e dedicarti agli affari. Succede a tutti i musicisti.

In questa dimensione tra la poesia e la catena di montaggio, i Pooh imparano a gestire la macchina della musica. Una vera e propria industria. A Gabriele Ansaloni, negli anni ottanta D’Orazio aveva spiegato il piano dei conti di una band: ogni concerto che fai devi recuperare le spese dei giorni precedenti, quando non hai suonato. O Dodi, che in un esempio chiariva l’economia di una band dove non tutti sono talentuosi come lui: quando finiscono i concerti, io sto bene da solo, mentre i miei colleghi fanno le necessarie pubbliche relazioni. Chiarendo – una volta per tutte – perché lui che avrebbe potuto lasciare i Pooh in qualsiasi momento e fare una carriera di successo (dividendo per 1 e non per 4 – il compenso di una serata), alla fine non l’aveva fatto. Ed era rimasto con Stefano e soci, che però dovevano fare andare le mani per mantenere la rotta finanziaria. Sempre nelle stesse 24 ore di prima. Leggendo le storie dei musicisti, spesso è questo sforzo di rimanere sempre in sella che fa cadere dal cavallo del successo. L’entusiasmo e l’adrenalina iniziale svaniscono. A quel punto hai solo un’opzione, ridurre lo studio musicale e dedicarti agli affari. Succede a tutti i musicisti. Si fa una sorta di trade-off tra arte e conto corrente. Stefano perderà quella grinta di esplosione e la sua ritmica diventerà piuttosto noiosa. L’album Goodbye registrato dal vivo è impietoso. Stefano ripete per tutto il disco il medesimo fill. A questo punto, però, i Pooh più che di un batterista hanno bisogno del manager D’Orazio che farà da ministro delle finanze della band. Senza dimenticare il suo posto dietro i tamburi, perché si era creata una sorta di immagine da difendere dei 4 moschettieri. In questo periodo nell’ambiente girano voci che D’Orazio non suonerebbe nei dischi, sostituito da un turnista, cioè un musicista che viene pagato per suonare in studio. D’Orazio risponderà scrivendo una lettera che verrà pubblicata sul sito dei Pooh.

Non avranno mai il coraggio di imbracciare momenti di sperimentazione. Barbara D’Urso e Mara Venier a palate. Figli a fare la radio o i talent. Niente più mistero.

Nulla cambierà, perché i Pooh dal vivo proporranno quelle tecnologie di uso comune. Campionamenti. Tracce pre-registrate. Tastiere nascoste. Malgrado un tour acustico, da vivere in dimensioni contenute, i suoni saranno sempre li stessi. Ripetendo i giochi melodici e le ispirazioni, cercano lo sbocco del musical Pinocchio e diventano definitivamente nazionalpopolari. Non avranno mai il coraggio di imbracciare momenti di sperimentazione. Barbara D’Urso e Mara Venier a palate. Figli a fare la radio o i talent. Niente più mistero. Niente più la tensione per un nuovo album. Bisogna raccontarsi da capo a piedi. Ma il racconto è stonato. I Pooh rimangono fedeli alla media aritmetica delle loro capacità, abbassata dalla ritmica, incontrando il mondo della produzione o dell’imprenditoria. Studi di registrazioni, società di consulenza e amori da Novella 2000. Cambiano i tempi. Cambiano i protagonisti anche se rimangono sempre gli stessi. Chi li tiene agganciati alla realtà è il Negrini che sa come si sta dall’altra parte, visto che l’hanno allontanato qualche decennio prima, proprio per dare spazio alla batteria al più figo D’Orazio. In tre riacquistano la musica + 1 batterista vero fanno un album reale Dove Comincia Il Sole, che sembra figlio della PFM di Mauro Pagani, più che dei Ricchi e Poveri. Peccato che durerà poco. Quando Valerio si trasforma, i Pooh possono solo rifare i propri brani. Non c’è più il genio compositivo. Non c’è più la visione del mondo che dava quel qualcosa in più. D’Orazio tornerà alla routine dei musical. Il tour finale, commozione a parte per i momenti in playback, diventa una celebrazione di qualcosa che non c’è più. Come Stefano.

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Il bagno nelle sacre acque

Nell’aria c’è nostalgia di Minneapolis. Tra le dirette che stiamo vedendo, i filmati dentro il Sign o’ the times deluxe e qualche tentativo di uscire da questa clausura che manco fossimo delle monache del Gran Premio di Monza, viene voglia di tornare nel mid-west.

Chissà se capiterà ancora di spaziare tra la Interstate 90 (detta anche I-90) e l’infinita musica tutta uguale delle radio americane. Ho come la sensazione che quando la Delta riaprirà la tratta da Amsterdam ci faranno pagare con gli interessi un biglietto.

Per il momento posso solo offrirvi il filmato di quando ci siamo bagnati nelle acque del Lago Minnetonka. Io sono quello imbambolato con la maglietta nera, che pensa di essere finito in uno sketch con Zuzzurro e Gaspare. Mi sono lavato il collo (indolenzito dalla tracolla della Nikon) e scivolo rischiando di farmi battezzare nel lago come un Testimone di Geova qualunque.

Notate come viaggiano veloci le nuvole sopra di noi.

La domanda è: perché alla fine del video corro come un pazzo?

Sarà stata la felicità…

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“Lo so”

I know there’s a heaven
I know there’s a hell

L’avevano annunciata da qualche tempo e domenica sera, finalmente, c’è stata. La diretta Facebook da Minneapolis di Giordano V che ci ha scarrozzato tra il cielo plumbeo quasi canadese, gli aceri rossi e il simbolo viola che sa tanto di Giò Pomodoro.

Giordano vive dal 2013 poco lontano da Paisley Park dove ha passato milioni di notti. Già nel 1991 (quando io ancora mi facevo la pupù addosso) lui era là, con un misto di pazzia e coraggio. C’è tornato per viverci alla fine degli anni 90, ed ora si gode la famiglia. Domenica sera, in collaborazione con l’Assessore al Minneapolis Sound Luisa G., Giordano e consorte hanno guidato un nutrito gruppo di fan italiani in una viaggio quasi onirico di 2 ore; abbiamo passeggiato tra le ville (o quello che ne rimane) di Prince, lo studio di registrazione, dove si sono infilati nello store ufficiale, condendo il tutto con racconti emozionanti, divertenti e inimmaginabili.

A Chanhassen c’erano 3 gradi, mentre nella periferia dell’est Milano le mie estremità inferiori stavano tiepide grazie ad una borsa dell’acqua calda, che questa volta sono riuscito a prepararmi senza l’ustione di secondo grado. Sbagliando s’impala, direbbe un Testimone di Geova. E mentre una cimice sorvolava la mia postazione da dove scrivo, Giordano ci faceva atterrare nella regione dei 10mila laghi, dei grandi spazi e dei quartieri nuovi. Come un novello Obi-Wan Kenobi, ci istruiva sulle modalità di accesso alla “terra santa” (come avevano soprannominato gli studi di Prince) e su quel mondo irreale che è stato il mondo di Prince. Con il pensiero siamo stati al Glam Slam, a cercare tra le bobine dei master e nello studio seduti al fianco di Prince. Là dove il cuore batte.

Come in una realtà quantistica, la verità della musica di Prince ci permette di dire che egli non è scomparso. E mai lo sarà. Come il gatto di Schrödinger, fino a quando gli eredi, la Warner, la Sony (o chiunque sarà seduto sulla poltrona dell’archivista capo) continueranno a sfornare inediti (più o meno validi) Prince sarà sempre contemporaneamente vivo e morto. Per chi (come la gran parte di noi) stava dall’altra parte dell’oceano, la sola occasione per avvicinarlo erano i concerti dal vivo. Per chi (come me) si faceva la pupù addosso, la musica e internet erano i punti di contatto con lui. E poiché “chi è steso o dorme o muore, oppure fa l’amore“, un giorno (sooner than U think) il mio sistema para-simpatico e pure-antipatico smetterà “sfinito” di operare. E dopo quel giorno i miei nipoti, le loro amiche e gli amanti potranno ascoltare nuovi arrangiamenti e assoli di Eric Leeds che scivoleranno fuori dal Vault. Proprio come G ha predetto. E io non ho paura.

Finite le due ore, io e la cimice ci siamo salutati, abbiamo scambiato due parole su Eriksen dietro le punte. Lei è convinta che sarebbe meglio giocare con il rombo. E ci siamo ritirati ognuno nel proprio letto. E grazie a quel mondo impronunciabile che è la chimica applicata alle sinapsi, ho ripensato a chi mi raccontava del dottore dei pazzi. Pazzi sono quelli che giudicano gli altri pazzi, mi sono detto. E gli specialisti che sono in grado di salvare la vita delle persone? Lo so, è un peccato che non abbiano saputo intercettare il grande dolore precedentemente conosciuto come solitudine. “Quello che è successo” dice Giordano “è successo perché lui era innamorato di noi!” Non sapeva vivere un’altra vita, penso io. Nessuno gliel’aveva insegnata.

Mi addormento. E sogno Prince. Siamo io e lui. Io ho poco più che 25 anni. Siamo sulla provinciale che porta a Lecco. Non so perché. Camminiamo sul ciglio della strada. Lui è nel periodo Parade. Giacca di pelle nera e capello corto. Io ho appena smesso di farmi la pupù addosso. Da lontano frequento cattive compagnie, ma che per me sono buone. Frequento da vicino buone compagnie, ma che alla fine si riveleranno cattive. Se in quel periodo avessi fatto del nero, sarei diventato un uomo prima dei 30 anni. Prince lo sa. Io e lui camminiamo in fila indiana e sono preoccupato per le auto che ci sfiorano. Non so bene cosa dirgli. Prince è serio, ma sorridente. Oppure sorride seriamente. Affianchiamo dei centri commerciali, dei benzinai, e pub irlandesi della brianza alcolica e non parliamo. Prince mi guida da qualche parte. Vorrei dirgli qualcosa, ma non so cosa. Ho paura. Poi mi viene in mente una cosa da dirgli…

blog · Mostra Dopo La Pioggia

Monster diary pt.1

(diario della mostra)

I due giorni di allestimento mi hanno distrutto. Sono stato travolto dall’emozione e sono partito come un razzo. Ma anni di “lavoro” davanti a un computer mi hanno trasformato in una mammoletta; quando c’è da darsi da fare veramente con martello, ramazza e chiodi perdo le forze. Poi mi guardo in giro e vedo l’energia e il sentimento che abbiamo portato in questo luogo e riprendo a lavorare.

Corriamo avanti e indietro, perché abbiamo solo un martello, le puntine sono nella scatola e dobbiamo ancora decidere quale ricordo giallo vorremmo appendere. Avevamo contato una ventina di foto, ma è così complicato sceglierle. Non è complicato. È impossibile. Se Artepassante c’avesse dato altro spazio saremmo andati avanti fino alle soglie della fermata di San Babila.

All’ultimo momento mi rendo conto che manca la musica. Portiamo l’ingombrante lettore cd o le casse neroazzurre senza fili? Ma sono scariche, diamine! (Beh, non ho proprio detto diamine…). In auto usiamo Spotify per creare una playlist per la mostra. La regola è semplice: un brano per ogni disco. Ci sono With You (la nostra canzone), The Morning Papers, Condition of the Heart, Electric Intercourse.

Arriviamo ma è ancora chiuso. Allora, via a prendere le chiavi. “Il suo nome?” mi chiede il tipo della stazione. Sbrigate le formalità, con le chiavi corriamo ad aprire. C’è da rifinire la recinzione di Paisley Park. È bellissima! È uguale a quella di Chanhassen dei primi giorni di giugno. Provo lo stesso senso di assenza e di presenza; avremmo voluto sentire la sua musica in quel luogo suburbano. Tyka non ci ha mai risposto.

Francesco è il primo ad arrivare. Ci chiede “cosa avete provato quando eravate là?” Quel luogo, gli dico, è immenso per un uomo così piccolo. L’ha costruito solo con la sua immaginazione. Ancora mi guardo in giro. Guardo le foto e cerco uno scatto che riesca a far capire alle persone le dimensioni di Paisley Park. Poi, gli vorrei dire, che strano pensare che alla fine ci viveva da solo. Come un anziano nonno in compagnia dei suoi ricordi. Da lì sono passati tutti. Kim Basinger, Madonna, Alicia Keys, Lenny Kravitz, le sue mille donne, Mayte e i loro sogni di una famiglia. E chissà quante altre storie che solo lui sapeva.

Due ragazze si fermano a chiederci notizie: “perché avete scritto che non festeggiava più il compleanno?” Sorrido dentro di me, perché sento che ha funzionato quella voglia di stuzzicare la curiosità verso Prince. Rispondiamo, quasi in coro e con l’aiuto di Francesco. Raccontiamo la storia dei Testimoni di Geova, del figlio con Mayte e dell’arrivo del cattivone che lo porterà sulla cattiva strada.

Arrivano altri amici fan di Prince come noi e entriamo in quel luogo surreale che Prince ci ha regalato. Quel senso di fratellanza, che avevo scoperto a Paisley Park. Abbiamo un amico in comune, che ci ha dato tanti bei momenti e ora non c’è più. Vorrei tanto raccontare la nostra storia. Ci sono le foto. Ognuno di noi ha un racconto. Li ascoltiamo diligentemente tutti. Ognuno racconta la propria storia come se fosse speciale. Come se Prince fosse solo suo. Tutti sono proprietari di un pezzetto di Prince. E mentre gli altri parlano mi viene in mente che la nostra mostra fotografica nasce proprio per dire agli altri che Prince è di tutt. Non solo nostro. Poi mi ricordo dell’immagine dell’entrata degli studi. 7501 Audubon Road. Del cartello.

Prince non c’è più.

blog · Intervista

David Rusan – il liutaio della Cloud Guitar

Nei due viaggi a Minneapolis tra il 2016 e il 2017, abbiamo potuto conoscere tante persone. Poiché Minneapolis non è una destinazione classica per un viaggio negli USA, la prima domanda che ti fanno tutti è: “come siete finiti qui?”. E quando rispondi: “siamo qui per Prince” molti ti raccontano una storia su di lui. C’è chi ha lavorato dentro Paisley Park dove ha tirato i fili dei collegamenti internet (un albergatore di Ely) o qualcuno che ci ricorda di passare da First Avenue (un cameriere di un fast food).

Prince, in fin dei conti, è stato bravo anche in questo. Quel senso di fratellanza che il pellegrinaggio ci ha fatto scoprire ci ha permesso di avvicinarci a tanti come noi. Qualcuno di questi, a dire la verità, l’abbiamo perso di vista. Perché la vita, in fin dei conti, è quello che ti succede mentre fai dei programmi. Ma qualcun altro ci è rimasto vicino. Come David Rusan. Non dovrei neppure presentarlo, ma lui è il liutaio che costruì per primo la Cloud Guitar usata da Prince in Purple Rain, che nella finzione del film gli viene regalata da Apollonia.

Dave si mette in posa con la Cloud Guitar viola diretta in Australia e che non ci ha permesso di sfiorare.
Mentre abbiamo potuto toccare quella grezza sul tavolo.

David o Dave è un tipo tranquillo. Vive e lavora nella sua villa in un quartiere residenziale, Bloomington, in mezzo al verde. Ci siamo arrivati il 27 agosto del 2017, durante il secondo viaggio, alla fine della giornata che avevamo dedicato ad Henderson, per capirci il finto lago Minnetonka di Purple Rain. Una giornata estiva, densa di temporali, nuvole passeggere alla Raspberry Beret e un pranzo nelle loro fantastiche stazioni di benzina. Noi sempre in anticipo, come da tradizione austroungarica, quando abbiamo suonato Dave ci ha messo un po’ ad aprirci perché era ancora sotto la doccia. Ma non si è scomposto; ci ha fatto entrare accogliendoci nel suo negozio e laboratorio. Pensavamo saremmo rimasti 10 minuti, alla fine abbiamo trascorso l’intero pomeriggio.

Dave, che per lungo tempo chiamerò Rusan, parla di tutto. Racconta volentieri come è nata la sua collaborazione con Prince e non nasconde il suo amore per l’Italia (“in una vita passata devo essere stato un antico romano e un giorno verrò a visitare il vostro paese” ci dice). Noi alterniamo le risposte alle sue curiosità sull’Italia con le nostre incursioni nel mondo di Prince. In fin dei conti, Dave è un testimone diretto del Minneapolis Sound.

Cosa ho da perdere?

Lavoravo in un negozio di strumenti musicali frequentato da Prince e da altri musicisti del suo giro. A quei tempi i negozi di strumenti musicali erano gestiti da persone anziane e per i musicisti andare nei negozi era imbarazzante come andare a trovare i genitori la domenica a pranzo. Invece il nostro era un negozio gestito da giovani. C’era un bel clima. Ma io prima di fare le Cloud Guitar non avevo mai costruito una chitarra. Siccome avevano visto che le aggiustavo, hanno pensato che potessi costruirne una. Sono rimasto sorpreso che avessero scelto proprio me, ma poi mi sono detto: “cosa ho da perdere?”. Mi portarono il basso che Prince aveva preso a New York City quando era andato con la sorella per fare ascoltare la sua musica, ma dove aveva avuto poco successo. In realtà, il basso originale era leggermente differente dalla Cloud Guitar che poi ho costruito. Prince non mi diede delle indicazioni. Mi aspettavo di essere guidato come un architetto che deve fare un appartamento per un committente. Ma Prince non mi disse nulla.

I nuovi Earth Wind & Fire

Un giorno è arrivato in negozio David Z (il fratello del batterista dei Revolution, Bobby) con un grande mangianastri con le casse e ci ha fatto ascoltare un brano. Io gli ho chiesto: “hai trovato i nuovi Earth Wind & Fire?” David mi ha risposto: “guarda che è un solo ragazzo che suona tutti gli strumenti.” Era Prince. Quando Prince veniva in negozio faceva dei piccoli show. Un giorno l’ho visto suonare con la mano sinistra la chitarra e con la destra la tastiera. Tanto per dire che talento dimostrava a tutti. Era una tipo strano. Alcuni dicono che fosse un tipo divertente, amabile, altri del suo giro raccontano che fosse schivo e sbrigativo. Io sono stato fortunato di essere stato lì in quel momento, Quando hai un colpo di fortuna devi essere pronto per approfittarne e così mi sono lanciato in questa nuova sfida.

Viola come la moto

La prima chitarra era finta. Venne usata per girare il film, ma non era fatta per funzionare. Durante il film ne ho costruite 3 nel giro di 3 mesi. Mi avevano detto che la chitarra doveva avere lo stesso colore viola della moto guidata da Prince. Nel corso degli anni Prince me ne avrebbe chieste altre, ma io non ero più disponibile e allora si è rivolto ad altri produttori. Era un chitarrista, ma non un collezionista. Non aveva molta pazienza per pulirle o manutenerle.

Denunciami, tanto non ho più nulla

Per i musicisti di Minneapolis, il contratto di Prince con la Warner fu importante. Minneapolis non era un posto con studi di registrazione e con produttori. Qualcosa è successo con i suoi primi 4 album, ma aveva avuto dei problemi nel farsi accettare dal pubblico bianco. Quando ha fatto Purple Rain tutto è cambiato. Per i Revolution le cose sono andate diversamente dopo che hanno lasciato Prince. Wendy e Lisa hanno avuto ancora successo. Le colonne sonore e i Grammy lo dimostrano. Gli altri componenti dei Revolution, no. Tipo Matt Fink. Lui aveva uno studio di registrazione che non andava molto bene. Era in rosso e così si è unito a una tribute band di Prince. Il cantante di questa band è molto bravo e simile a Prince, ma è bianco, pelato ed ebreo. Quando Prince ha saputo che Fink suonava con loro, lo ha chiamato e gli ha detto: “cosa fai? io ti denuncio!”. Matt gli ha risposto: “fai pure. Sono senza soldi. Puoi denunciarmi, tanto non ho più nulla.” Prince alla fine ha lasciato perdere. Quando ho incontrato i membri della band mi hanno raccontato dei problemi che hanno. Si sa che Bobby ha avuto dei problemi di cuore. E io mi sono reso conto che siamo tutti invecchiati.

Creatività + duro lavoro = successo

Prince metteva insieme la grande forza creativa con il duro lavoro. Due cose che è difficile vedere in una persona sola. Forse era questo il suo segreto. E poi era un grande uomo d’affari. Eppure ha preso delle decisioni che non ho mai capito. Per esempio, non ha mai registrato il marchio della Cloud Guitar.

Legno di acero

Oggi le chitarre vengono fatte in circa 3 settimane, lavorando tutti i giorni. Sono fatte in legno di acero, che è molto duro. Arriva dall’ovest. Per evitare che si rompa uso un pezzo unico che viene lavorato completamente. Questo aiuta la qualità e la limpidezza del suono. Funziona molto bene con gli effetti, mentre ha un suono diverso da una chitarra jazz. Sono anch’io un musicista e parto da questo per costruire le chitarre. Ci sono altri liutai che lavorano bene il legno e partono dalle misure per farle, ma il problema arriva quando devono provarle. Devono capire, per esempio, come scorre la mano sinistra sulla tastiera. Sono particolari che solo un chitarrista sa valutare. Molti comprano le chitarre solo per collezione. Questa viola andrà in Australia (nella foto), mentre questa colore pesca andrà in Francia. Una volta è venuta qui una ragazza di 26 anni, che ovviamente è diventata fan di Prince solo di recente e quando le ho messo in mano la chitarra mi ha detto: “ma io non la so suonare”.

La morte di Prince fu una sorpresa, ma anche no

Sulla sua morte so solo che Takumi, il suo tecnico delle chitarre, mi aveva confessato che Prince soffriva da almeno 25 anni di dolori alla schiena. Prendeva medicinali per questi problemi. All’inizio sono rimasto sorpreso per la sua morte, ma poi ho pensato che avrebbe dovuto morire prima per i problemi alle anche. Mi sono domandato anche del testamento, come mai non ne aveva fatto uno? mi sono chiesto. Forse perché pensava che quando sarebbe morto non sarebbero stati problemi suoi.

Usciamo dalla villa di Dave sapendo di avere trovato un nuovo amico. Non passa manco qualche ora che siamo già sulla sua pagina Facebook, con una descrizione che sembriamo i principi di Monaco. Sappiamo che Dave ci ha raccontato tante cose, che sono scritte nella mia memoria. Così come la sensazione che Prince usasse gli oggetti e forse anche le persone per il suo fine ultimo: la musica. Non c’era altro per lui. Come la storia della scarsa manutenzione delle chitarra. Cosa che avvenne anche per la chitarra del Superbowl; durante la visita a Paisley Park, ci avevano confermato che dopo averla usata sotto la pioggia battente fu rovinata dall’umidità, perché ancora bagnata venne riposta dentro alla custodia. Un sacrilegio. Ma forse fu anche la maniera in cui curò la proprio vita negli ultimi mesi.

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Live from Minneapolis, the Paisley Park Digital Hall

Alla fine degli anni 90 avevo l’abbonamento alla sinfonica della scala che ascoltavo dalla seconda balconata. Sperimentale. Più di recente, per motivi di tempo, seguo e sono stato abbonato alla stagione dei Berliner Philarmoniker, o Berliner. L’orchestra sinfonica di Berlino. L’orchestra sinfonica è quella formazione orchestrale che può arrivare a includere tutti gli strumenti musicali. Si va da una formazione di 40 elementi a più di 100 elementi. Ascoltare 100 musicisti che suonano contemporaneamente è un’esperienza unica. Trascendentale. I Berliner li ascolto attraverso la loro Digital Concert Hall che trasmette in diretta su internet i concerti dell’orchestra.

Come funziona la Digital Concert Hall dei Berliner?

Per fare un prodotto di questo genere, però, bisogno fare molta attenzione ai dettagli: le qualità dell’audio e del video devono essere ai massimi (a Berlino usano l’ultra hd e il 4K per il video, mentre l’audio è nel formato AAC a 320 kb/sec). Puntualità negli orari, ospiti e scelta del programma di circa 40 concerti annuali deve essere curata senza sconti. L’archivio dei Berliner, oltretutto, contiene un mondo unico di 2.000 opere, oltre a film, interviste e speciali. Per poter ascoltare in diretta i concerti dei Berliner è necessario un televisore smart, quasi tutte le marche supportano l’app della Digital Concert Hall, oppure un qualsiasi prodotto android/apple; anche sul cellulare è possibile ascoltare la musica in diretta da Berlino.

Quanto costa l’abbonamento?

L’abbonamento annuale costa 149 euro, ma tutti gli anni c’è uno sconto del 10% se faccio l’iscrizione prima del 28 agosto, giorno dell’inaugurazione. Quindi vado a pagare, circa 134 euro. In più, fino al 31 dicembre posso regalare un abbonamento di 7 giorni a un amico (se vi interessa scrivetemi blog@trentunoventuno.com). E ogni anno, verso la fine di luglio mi arriva un lettera in italiano dove mi spiegano le offerte, le eventuali avvertenze (quest’anno il Corona Virus) e il libro (in inglese) con tutti i concerti, i protagonisti e il programma.

Cosa potrebbero fare ai Pasley Park?

Quando ho letto dell’immenso archivio dei Berliner, ho subito pensato al Vault di Prince. So che un giorno tutto l’archivio video di Prince sarà accessibile su internet, pagando un unico abbonamento. In quei giorni sarà possibile accedere anche alle interviste dei suoi collaboratori o musicisti, come gli interessanti incontri della PRN Alumin Foundation (prnalumni.org), o alle dirette della celebration di aprile/giugno. Le anteprime dei libri, e la scoperta delle stanze di Paisley Park. Interagendo.

Quanto potrebbe costare una Paisley Park Digital Hall?

Così, per gioco, ho provato a immaginare quanto potrebbero farcela pagare… ops. Quanto ci potrebbe costare un abbonamento annuale alle dirette di Paisley Park; ho provato a fare un calcolo per difetto, partendo dal numero di appassionati di Prince che ci sono su Spotify. Su Spotify Prince ha circa 4 milioni e mezzo di followers. Appassionati che hanno volontariamente cliccato su “segui” sotto l’immagine di Prince. Generalmente, il rapporto di conversione su internet è dell’1%, che porterebbe quindi a circa 45.000 abbonati. Se i Berliner, per un pubblico già abituato agli impegni dei concerti fanno pagare 149 euro, quelli Paisley Park Digital Hall potrebbero abbassare ai classici 99,99 euro annuali, portando a casa 4 milioni e mezzi di euro all’anno. Credo che con 4 milioni di euro si potrebbe organizzare una splendida stagione, coprendo anche le spese tecnologiche. Ma se partiamo da altre cifre come i 9 milioni di ascoltatori mensili. O, ancora, le 22 milioni di visualizzazioni su youtube, gli ipotetici abbonati salirebbero di molto.

Conclusioni

Prince ha un archivio immenso. Si chiama Vault. Disperdere il potenziale della musica e dell’opera di Prince sarebbe un peccato. Lo sappiamo bene: ci sono centinaia di concerti mai visti. Album inesplorati. Chissà cos’altro; interviste? Film? Documentari? Prince Estate fa bene a lavorare con chi è già del mestiere (Spotify per la distribuzione della musica, o con Netflix per il misterioso documentario sulla vita di Prince). Eppure penso che farebbero bene a mettere insieme qualcosa di loro. Di personale. Che porti avanti la passione di Prince per la musica. E qui sarebbe utile mettere insieme la Paisley Park Digital Hall (o Vault Digital Hall?). Magari chiedendo una mano a quelli di Internet Initiative Japan che distribuiscono lo streaming dei Berliner.

100 euro all’anno per avere accesso a eventi in diretta da Paisley Park io li spenderei. E voi?

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