Ho letto con piacere il libro di Rudy Giorgio Panizzi “A volte nevica in aprile”.
Quella che leggete di seguito e’ l’opinione di un altro fan di Prince, cioè la mia, che non definirei una recensione.
Continua a leggere “A volte nevica in aprile”Ho letto con piacere il libro di Rudy Giorgio Panizzi “A volte nevica in aprile”.
Quella che leggete di seguito e’ l’opinione di un altro fan di Prince, cioè la mia, che non definirei una recensione.
Continua a leggere “A volte nevica in aprile”Un anno fa alle 9:30 circa (16:30 italiane) Prince è stato trovato senza vita a Chanhassen. Chi mi conosce sa l’importanza che la musica di Prince ha avuto sulla mia vita. Le sue canzoni hanno accompagnato tutti i momenti più importanti della mia quotidianità che non potrei elencarli qui senza dimenticare qualcosa.
Anche se la sua assenza ha un sapore surreale, quel momento quando ho letto su Facebook che la polizia era a Paisley Park è fisso nella mia testa.
Ricordo perfettamente i nostri visi tristi quando eravamo a casa.
Ho ancora quel magone nascosto in qualche cassetto delle mie emozioni, un magone che già conoscevo bene. Il giorno dopo mentre tornavo a lavorare le lacrime scendevano lentamente sulla mia guancia, mentre le persone assonnate si preparavano al weekend con i loro trolley.
Ma dal 22 aprile Prince non c’era più e con lui è morta una parte della mia vita.
Non ho più 17 anni quando, mentre uscivo, a Milano c’era il concerto di uno che voleva tutti vestiti con i colori pesca e nero. Non ho più 18 anni quando, contro il giudizio di tutti i miei amici, ho comprato in Corso Buenos Aires il Lovesexy. Non ho più 19 anni quando come colonna sonora di un video con mia zia e mia mamma ho messo il suo Batman (e solo Giuliano se n’è accorto). Non ho più 20 anni quando ho ascoltato alla radio il funk di New Power Generation di Graffiti Bridge. Non ho più 21 anni quando a militare ad Albenga davano su MTV continuamente il video di Money don’t matter 2nite. Non ho più 21 anni quando in Piazza Bottini ho comprato Sexy Mf (cd e videocassetta). Non ho più 22 anni quando ascoltavo solo e soltanto e sempre il Love Symbol. Non ho più 23 anni quando a Bibione sul giornale c’era scritto che non si chiamava più Prince, ma neppure Victor. Non ho più 24 anni quando comprai Come, The Black Album e The Exodus, 3 album nello stesso anno. Non ho più 25 anni quando Prince era solo su Internet. E pure io esistevo solo su internet. Non ho più 26 anni quando comprai Emancipation ma (cazzo!) non avevo il lettore cd sull’auto della ditta. Non ho più 27 anni quando a Boston sul piano del residence dove dormivo suonai e cantai Starfish and Coffee e ricevetti il mio primo (e unico) applauso all’estero. Non ho più 28 anni quando sull’esempio di Days of Wild, scrissi Solosolo (che sarà il mio inno). Non ho più 29 anni quando imparai Bambi alla chitarra. Non ho più 30 anni quando tornò Prince. Non ho più 31 anni quando uscì The rainbow children e conobbi la magia della batteria suonata da John Blackwell. Non ho più 32 anni quando andai a vederlo per la prima volta dal vivo e pensai “che voce bassa che ha quando parla”. Non ho più 33 anni quando a Bruxelles a un piano suonai Condition of the heart
e Raspberry Beret davanti a un piccolo pubblico stupito perché si aspettava la Pausini o Nek. Non ho più 34 anni quando 3121 in italiano mi diede l’idea del nome del blog. Non ho più 35 anni quando giravo da solo per Berlino a fare foto grazie alla forza della sua musica.
Tutto questo è morto il 21 aprile del 2016. Tranne ciò che è iniziato l’estate del 2006 quando tu mi hai scritto una mail e contro le persone che ci giudicano è nata la nostra bellissima storia. D’altronde c’era una scala da salire e la stiamo scalando. Con uno come Prince non puoi fare finta di essere qualcun altro, come fanno quasi tutti intorno a me.
tutti quelli che mi conoscono sanno della nostra passione per la musica di Prince e io non so nascondere la mia tristezza il giorno dopo la sua morte: il sapere che a migliaia di chilometri di distanza lui stava lavorando su un brano che poi avrebbe riempito le mie giornate mi dava un senso di armonia con il mondo. armonia che è molto più della bellezza, perché armonia significa controllo, conoscenza e passione. la sua musica era fatta di tutto questo. e quando uno di questi fattori sbilanciava gli altri, lui interveniva.
pensavo che fosse oltre il circo delle condoglianze e delle dichiarazioni di queste ore. forse perché quando segui un artista sembra che parli solo a te.
sono così triste: è il primo giorno della nostra vita senza Prince
#tbt dal blog Trentuno Ventuno (formerly known as TreUnoDueUno).
Forse sarò l’unico sulla terra, ma io adoro “Come”. Lo acquistai in condizioni casuali, come spesso mi accadeva all’epoca, ero di passaggio al centro commerciale Iper di Brembate e mentre si girava cercando qualcosa di interessante (è vero che ogni volta che si cambia supermercato, ci si sente smarriti?) mi è venuta la voglia di vedere se era uscito qualcosa di nuovo – ma non necessariamente di Prince – e vedo questa foto in bianco e nero.
Una volta a casa (niente lettori cd in auto all’epoca) prendo il quotidiano del giorno e Marco Mangiarotti scrive del nuovo album e di una simil-recensione di Lorenzo J Cherubini. I due erano grandi fan di Prince e ne parlano bene “a prescindere”. Io non mi fido, soprattutto di Cherubini, e mi ascolto in alta fedeltà (allora si usava) “Come”.
Alla fine della mia sessione musicale mi ritrovo ad amare questo lavoro contraddistinto da brani con titoli brevi. Space, Dark, Race e soprattutto Solo (che Mangiarotti – se non sbaglio – interpretava come una visione di Prince dell’opera lirica). Tra le note di copertina leggo che Prince avrebbe scritto Solo con un certo David Henry Hwang. Allora il vuvuvu non offriva nulla e così io ero senza notizie (se non quelle del solito Mangiarotti).
Dall’uscita di Come sono passati 20 anni (quasi) e finalmente ho capito chi è David Henry Hwang e come nacque Solo. Anzi, è lui stesso che lo racconta in questo articolo.
Sono cresciuto ascoltando un sacco di musica, ma i due artisti più importanti per me erano David Bowie e Prince. Ho scoperto Prince grazie al suo album del 1980 Dirty Mind. (…) Non capivo cosa fosse Dirty Mind. Una roba tipo R&B, New Wave, disco, forse Punk? Come faceva a metterli tutti assieme? Il suono non era nero, non era bianco. Era tutto. O nessuno dei due. Sta di fatto che era totalmente nuovo. E brillante. Ballabile. E… realmente pieno di porno.
Da allora ho acquistato tutti i brani di Prince il giorno in cui uscivano, perlustrando i negozi di dischi per anteprime e bootleg, e andavo a tutti i concerti. Ho visto il concerto di Prince a Minneapolis la vigilia di Natale.
A questo punto potete immaginare come batteva il mio cuore nel 1989 quanto ho aperto People Magazine e mi sono trovato di fronte una foto di Prince che aveva appena visto il mio spettacolo di Broadway M.Butterfly!
Gli era piaciuto? Perché non me l’avevano detto? Avrei dovuto esserci! Avrei potuto chiacchierare con lui: “Ehi, Prince, come stai?” Ma la gente lo chiamava ancora Prince?
Quattro anni dopo il mio agente mi aveva avvertito che Prince voleva incontrarmi. Voleva parlare di un musical. Due settimane dopo una donna di Paisley Park mi avrebbe telefonato: “è disponibile a parlare con Prince?”
Lo chiamavano ancora Prince!
“Bene, potrebbe chiamarti domani”
Un paio di giorni dopo ancora: “è disponibile a parlare con Prince?”
Finalmente: “la chiamerà domani alle 2 del pomeriggio”
Intorno alle 2, il telefono suona: “Prince vorrebbe parlare con te” e io sono definitivamente in coma da fan.
“Hi” è lui, conosco quella voce! Eccomi, un ragazzo cinese di San Gabriel, cresciuto indossando occhiali da fondo di bottiglia della coca e con un acne terribile, il contrario del figo. Sono al telefono con Prince!
“Hi!” rispondo automaticamente “sono davvero felice di incontrarti al telefono perché la tua musica è molto importante per me e grazie per avere pensato a me”
Silenzio assoluto: dall’altra parte della linea neppure un respiro.
“Allora, tu sei interessato forse in un musical, sono molto felice di parlarne con te e della possibilità di lavorare insieme”
Prince riprende a parlare, vuole incontrarmi di persona, a New York.
Incontro Prince nell’attico del Riga Royal Hotel sulla 54esima ovest. Lui occupa tutto il piano. La porta si apre ed lui è lì. Prince. Ma, il vero Prince. Quello con i tacchi, il trucco e la giacca viola. Per il nostro incontro lui indossa il classico travestimento da Prince. O forse così è come lui gira nella sua stanza di hotel tutto il giorno, chi lo sa? Tutto ciò che so è che la stessa persona che ho visto sul palco un numero infinito di volte. Sugli album, sui bootleg e sulle riviste dei fan… e io mi sono preparato con un sacco di cose da dire, perché, come è noto, lui potrebbe non parlare.
Questa volta, però, Prince è una persona normale. Per lui. Ci sediamo e beviamo, tipo, acqua con soda, e lui mi racconta questa storia basata sulla sua personale esperienza. Una sua relazione con una fan che diventa particolarmente ossessiva e strana (da un punto di vista sessuale, ovviamente). Lui vorrebbe farne uno spettacolo.
Io sono sul pezzo. Vado a casa. Preparo una bozza della sceneggiatura e gliela mando. Iniziamo a lavorarci, ma non parliamo di soldi o di contratti. Lavoro senza committenza. Dopo tutto, non vedevo l’ora di lavorare con Prince.
Ancora una cosa. Lui vorrebbe io scrivessi una poesia per lui. Una poesia sulla perdita. Come ci si sente quando perdi qualcuno che ami e sai che non tornerà mai più. E come da quel momento sai che per tutta la tua vita ti sentirai da solo. Prince ha in mente una canzone che improvvisamente ha una parte parlata. Prince rotea i suoi occhi: “questa volta diranno: il ragazzo (Prince) è davvero fuori!”
L’intero incontro dura mezz’ora. Ho incontrato il mio idolo. La più grande pop star della decade e noi stiamo lavorando insieme.
Torno a Los Angeles ed un paio di giorni dopo ricevo una busta. Da Paisley Park. Contiene una cassetta. Sono nuove canzoni di Prince per lo spettacolo. Questo è il massimo dei bootleg. Aspetta, tecnicamente non è un bootleg. Sono… brani non ancora pubblicati. Li sto ascoltando prima del resto del mondo. Perché? Ma sì. Perché sto lavorando con Prince.
Interessante: tutte le canzoni hanno un punto in mezzo dove la musica diminuisce di volume. Poi la canzone come se n’era andata, ritorna.
Scrivo la poesia sull’amore e la perdita. La faxo a Paisley Park. Qualche giorno dopo arriva un’altra cassetta. Una nuova canzone che contiene la mia poesia. Non proprio come una parte parlata, ma come parte del testo cantato. Il titolo è Solo. Ho scritto un brano. Con Prince. Proprio così.
Il musical non si farà mai e non ho mai più avuto la possibilità di parlare con Prince, ma dopo un anno ho ricevuto una telefonata da una tipa di Paisley Park: “Volevo solo dirti che l’album sta per uscire. Conterrà anche Solo. Probabilmente sarà il lato B del primo singolo. Sono contenta perché è una delle mie canzoni preferite”
L’album si chiama Come ed il primo singolo “LetItGo” includerà proprio Solo come lato B. Sui crediti ci sono anch’io: “Prince with David Henry Hwang.” Nessun contratto tra di noi. Nulla di scritto su un foglio, ma lui si era ricordato che avevamo lavorato insieme.
A tutt’oggi, Come è l’album di Prince che ha venduto meno, ma è pur sempre un Gold Record. Onestamente, Solo non è la miglior canzone scritta da Prince, ma non importa, non è vero? Sono stato parte della discografia di Prince. E se questo non fosse orgasmico di per sé, Paisley Park mi ha anche spedito un album d’oro. Un grande pezzo della mia collezione.
I luoghi dove ha vissuto e lavorato Prince, ecco la mappa di Minneapolis.
Dopo anni di ricerche (?) sono riuscito a trovare il luogo dove Robert Whitman nel 1978 fotografa un Prince giovanissimo (di cui avevo già parlato qui). E’ possibile acquistare la foto in questo sito (si va da 750$ fino a + di 4000…)
Alle spalle di Prince il murales opera della Schmitt Music Company, una società americana storica in campo musicale; fondata da Paul A. Schmitt nel 1926 e che dal 1941 si trasferì in questa zona di downtown Minneapolis (all’incrocio tra la 10th Street e Marquette Avenue). Il murales fu un’idea di Robert P. Schmitt (figlio di Paul A.). Negli anni settanta gli Schmitt, infatti, decisero di murare le 32 finestre presenti sul muro, lo ripararono e chiesero ad una propria dipendente di scegliere quale spartito fosse l’ideale per essere stampato sul muro perché più attraente graficamente. La scelta cadde su “Gaspard de la Nuit” di Maurice Ravel. Anche se la Schmitt Music Company non ha più qui il quartier generale, il murales è rimasto.
In questa altra foto – scattata molto probabilmente lo stesso giorno, Prince è a lato del murales.
L’indirizzo preciso è 94 S 10th St Minneapolis, MN 55402, Stati Uniti.
Muore all’età di 83 anni il compositore Clare Fischer; Clare ha accompagnato con gusto la musica di Prince e le armonie jazz dei Revolution. E’ stato uno degli artefici di quel suono così colorato ed espressivo che rese Prince immortale.
Riprendo, grazie a Prince.org, un’intervista che Clare diede a housequake.com:
Come hai iniziato a lavorare con Prince?