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Reinventarsi

Buongiorno, sono da poco passate le sette e trenta. È domenica mattina. Sono rilassato nella consapevolezza di una quotidianità anomala. Il mio relax mi accompagna per poco. Ma ora c’è. C’è anche l’app Calm che può aiutare a concentrarsi sul respiro. 10 minuti dedicati a se stessi. Oggi si parla di reinventarsi. E chi meglio di Prince si è reinventato decine di volte nella carriera. I concerti erano un mix di successi e nuove canzoni. Non lo dico io, lo dice Tamara Levitt dell’app Calm.

Per usare Calm potete cliccare su https://www.calm.com/gp/ehk8j8 Calm è un app per la meditazione e il sonno.

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…vorrei vorrei riavvolgere il nastro un po’ per chi non sa di quel nostro tempo là…

Quanto tempo che ho dedicato alla musica e alla storia di Prince. Non sono stato un grande frequentatore di concerti in giro per il mondo, come tanti amici, ma ho la mia dose di partecipazione alla causa. Questo blog, nelle sue diverse edizioni, prima sulla vecchia splinder, poi su blogger e infine su questa piattaforma, ha rappresentato più di 10 anni della mia vita. Mi piace ripercorrere gli articoli scritti anni fa. Era una persona diversa che utilizzava le risorse aziendali della famiglia. Il primo post aveva data 13 luglio 2003. Qui sotto uno screenshot di quei altri tempi.

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O.T. breve storia dei Pooh

è una di quelle giornate strane. una di quelle giornate dense di emozioni contrastanti. sono giorni dove si alternano momenti di felice calma a momenti di agitata ansia. in questi momenti, sembra inutile usare le maiuscole. anche se sarebbero obbligatorie dall’italiano della crusca, a me sembra che non contengano fibre. in questi momenti, mi batto per ciò che è giusto. Anche se questo sito è dedicato a Prince, credo che un breve viaggio nel mondo dei Pooh possa aiutarmi a descrivermi meglio.

Io non dormo quasi mai,
ma ho fatto un sogno che
mi ha messo in allegria
C’è la nostra batteria che
va da sola ed io
mi siedo in mezzo a voi
Stare qui è un’emozione ma
è un’astronave che
non scende a terra mai
Anche se vorrei sbarcare un po’
sono anni senza fiato e non si può

Anni senza fiato

è morto Stefano D’Orazio, aveva 72 anni ed era il migliore manager con il minore talento dei Pooh. Se i quattro in discorso sono rimasti per così tanto al successo lo devono a SDO. Quando i pooh sono diventati i Pooh con la maiuscola, c’è stato un mix di pazzia, capacità, competizione, serietà e comunicazione. All’inizio degli anni 70 (o alla fine degli anni 60) le band nascevano continuamente. Mettere insieme le forze di più musicisti e fare risparmi di scala per portare a casa un prodotto vendibile era l’unica maniera per sopravvivere. Studi di registrazione imponenti, strumenti scordati nelle cantine e spesso rotti avevano solo una risposta: sghei. Dindi. Dollari. Money. E danee. Cambiàli. Cambiali con qualcosa che funzioni. Case discografiche che pianificavano 3 album per rientrare dell’investimento. Le vendite degli artisti commerciali (o popolari) venivano capitalizzati nella ricerca di cantautori politicamente impegnati. Ricordo una battuta di Ruggeri a Morandi. L’Enrico amava ricordare al Gianni nazionalecantanti che con i soldi che la casa discografica RCA faceva dai facili successi del Morandi, la major li avrebbe poi investiti sui cantautori cattocomunisti degli anni 70. E questa onda impegnata nel sociale e nella politica, si fa per dire, si sarebbe occupata di sparecchiare via Morandi, equiparandolo a qualcosa di obsoleto. Salvo finire i cantautori loro stessi nel calderone delle contestazioni, come accadde a De Gregori al Palalido in Piazzale Stuparich.

Fu l’album della svolta, Poohlover. Con le dovute proporzioni, fu come Dirty Mind per Prince.

Era il 1976. Era il momento in cui i Pooh si scrollavano di dosso la produzione esterna, dividendo per 4 le responsabilità . Fu l’album della svolta, Poohlover. Con le dovute proporzioni, fu come Dirty Mind per Prince. Dove Prince parlava di sesso, senza eufemismi o metafore, i Pooh cantavano l’essere umano, senza eufemismi o metafore. Il faro era puntato sulla realtà delle cose. E degli emarginati. La prostituzione, l’omosessualità, l’uomo che esce di prigione, la moda degli extraterrestri. Fu qui che iniziarono a unire brani commerciali con il racconto della quotidianità. Senza fare la morale e senza giudicare. Ma questo era il talento di Negrini: scrivere di qualcuno senza renderlo ridicolo. Mi ritrovavo osservatore di un film mentre ascoltavo i loro brani. Non un’altra dimensione. Ma, ancora una volta, una realtà aumentata. Come quella di Prince. Con D’Orazio che nei testi giocava sull’ironia: se per sbaglio fossi santo, un miracolo ogni tanto per salvare i fatti miei, lo farei (Fare, Sfare, Dire Indovinare). La poesia di Stefano era disincantata: fossi re, fossi potente, la mia gente con promesse incanterei. Un testo buono per tutte le stagioni da Mani Pulite, ai negazionisti di oggi. In quei giorni, D’Orazio godeva della competizione che si era creata all’interno della band. Ognuno portava quel tanto in più, il valore aggiunto da dimostrare ai colleghi. In Rotolando Respirando, l’album di Dammi solo un minuto, i tamburi della sua batteria caratterizzano il sound della band. Distribuiti tra la sinistra e la destra, senza essere consequenziali, l’arrangiamento ritmico diventa importante. Come in Una domenica da buttare. Trovando un proprio spazio. Una precisa identità. Siamo nel 1977 e si sente l’arrivo di qualcosa di nuovo. Il rock sinfonico viene sorpassato a destra dal rock melodico. Il falsetto di Dodi e di Fogli sanno di vecchio. Negrini vuole scrivere un album urbano e lo dedica alla suo città d’adozione, Milano. Così nasce Rotolando Respirando. Stefano rimane disincantato: qui invece resta tutto al posto suo, solo il tempo passa. E ho ancora addosso il calore delle sere quando c’eri tu. (…) bene non va, però va, manca un po’ di fantasia. (…) e fa notte presto, e il tempo è troppo per pensare a non pensare a te (Che Ne Fai Di Te).

Leggendo le storie dei musicisti, spesso è questo sforzo di rimanere sempre in sella che fa cadere dal cavallo del successo. L’entusiasmo e l’adrenalina iniziale svaniscono. A quel punto hai solo un’opzione, ridurre lo studio musicale e dedicarti agli affari. Succede a tutti i musicisti.

In questa dimensione tra la poesia e la catena di montaggio, i Pooh imparano a gestire la macchina della musica. Una vera e propria industria. A Gabriele Ansaloni, negli anni ottanta D’Orazio aveva spiegato il piano dei conti di una band: ogni concerto che fai devi recuperare le spese dei giorni precedenti, quando non hai suonato. O Dodi, che in un esempio chiariva l’economia di una band dove non tutti sono talentuosi come lui: quando finiscono i concerti, io sto bene da solo, mentre i miei colleghi fanno le necessarie pubbliche relazioni. Chiarendo – una volta per tutte – perché lui che avrebbe potuto lasciare i Pooh in qualsiasi momento e fare una carriera di successo (dividendo per 1 e non per 4 – il compenso di una serata), alla fine non l’aveva fatto. Ed era rimasto con Stefano e soci, che però dovevano fare andare le mani per mantenere la rotta finanziaria. Sempre nelle stesse 24 ore di prima. Leggendo le storie dei musicisti, spesso è questo sforzo di rimanere sempre in sella che fa cadere dal cavallo del successo. L’entusiasmo e l’adrenalina iniziale svaniscono. A quel punto hai solo un’opzione, ridurre lo studio musicale e dedicarti agli affari. Succede a tutti i musicisti. Si fa una sorta di trade-off tra arte e conto corrente. Stefano perderà quella grinta di esplosione e la sua ritmica diventerà piuttosto noiosa. L’album Goodbye registrato dal vivo è impietoso. Stefano ripete per tutto il disco il medesimo fill. A questo punto, però, i Pooh più che di un batterista hanno bisogno del manager D’Orazio che farà da ministro delle finanze della band. Senza dimenticare il suo posto dietro i tamburi, perché si era creata una sorta di immagine da difendere dei 4 moschettieri. In questo periodo nell’ambiente girano voci che D’Orazio non suonerebbe nei dischi, sostituito da un turnista, cioè un musicista che viene pagato per suonare in studio. D’Orazio risponderà scrivendo una lettera che verrà pubblicata sul sito dei Pooh.

Non avranno mai il coraggio di imbracciare momenti di sperimentazione. Barbara D’Urso e Mara Venier a palate. Figli a fare la radio o i talent. Niente più mistero.

Nulla cambierà, perché i Pooh dal vivo proporranno quelle tecnologie di uso comune. Campionamenti. Tracce pre-registrate. Tastiere nascoste. Malgrado un tour acustico, da vivere in dimensioni contenute, i suoni saranno sempre li stessi. Ripetendo i giochi melodici e le ispirazioni, cercano lo sbocco del musical Pinocchio e diventano definitivamente nazionalpopolari. Non avranno mai il coraggio di imbracciare momenti di sperimentazione. Barbara D’Urso e Mara Venier a palate. Figli a fare la radio o i talent. Niente più mistero. Niente più la tensione per un nuovo album. Bisogna raccontarsi da capo a piedi. Ma il racconto è stonato. I Pooh rimangono fedeli alla media aritmetica delle loro capacità, abbassata dalla ritmica, incontrando il mondo della produzione o dell’imprenditoria. Studi di registrazioni, società di consulenza e amori da Novella 2000. Cambiano i tempi. Cambiano i protagonisti anche se rimangono sempre gli stessi. Chi li tiene agganciati alla realtà è il Negrini che sa come si sta dall’altra parte, visto che l’hanno allontanato qualche decennio prima, proprio per dare spazio alla batteria al più figo D’Orazio. In tre riacquistano la musica + 1 batterista vero fanno un album reale Dove Comincia Il Sole, che sembra figlio della PFM di Mauro Pagani, più che dei Ricchi e Poveri. Peccato che durerà poco. Quando Valerio si trasforma, i Pooh possono solo rifare i propri brani. Non c’è più il genio compositivo. Non c’è più la visione del mondo che dava quel qualcosa in più. D’Orazio tornerà alla routine dei musical. Il tour finale, commozione a parte per i momenti in playback, diventa una celebrazione di qualcosa che non c’è più. Come Stefano.

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Il bagno nelle sacre acque

Nell’aria c’è nostalgia di Minneapolis. Tra le dirette che stiamo vedendo, i filmati dentro il Sign o’ the times deluxe e qualche tentativo di uscire da questa clausura che manco fossimo delle monache del Gran Premio di Monza, viene voglia di tornare nel mid-west.

Chissà se capiterà ancora di spaziare tra la Interstate 90 (detta anche I-90) e l’infinita musica tutta uguale delle radio americane. Ho come la sensazione che quando la Delta riaprirà la tratta da Amsterdam ci faranno pagare con gli interessi un biglietto.

Per il momento posso solo offrirvi il filmato di quando ci siamo bagnati nelle acque del Lago Minnetonka. Io sono quello imbambolato con la maglietta nera, che pensa di essere finito in uno sketch con Zuzzurro e Gaspare. Mi sono lavato il collo (indolenzito dalla tracolla della Nikon) e scivolo rischiando di farmi battezzare nel lago come un Testimone di Geova qualunque.

Notate come viaggiano veloci le nuvole sopra di noi.

La domanda è: perché alla fine del video corro come un pazzo?

Sarà stata la felicità…

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“Lo so”

I know there’s a heaven
I know there’s a hell

L’avevano annunciata da qualche tempo e domenica sera, finalmente, c’è stata. La diretta Facebook da Minneapolis di Giordano V che ci ha scarrozzato tra il cielo plumbeo quasi canadese, gli aceri rossi e il simbolo viola che sa tanto di Giò Pomodoro.

Giordano vive dal 2013 poco lontano da Paisley Park dove ha passato milioni di notti. Già nel 1991 (quando io ancora mi facevo la pupù addosso) lui era là, con un misto di pazzia e coraggio. C’è tornato per viverci alla fine degli anni 90, ed ora si gode la famiglia. Domenica sera, in collaborazione con l’Assessore al Minneapolis Sound Luisa G., Giordano e consorte hanno guidato un nutrito gruppo di fan italiani in una viaggio quasi onirico di 2 ore; abbiamo passeggiato tra le ville (o quello che ne rimane) di Prince, lo studio di registrazione, dove si sono infilati nello store ufficiale, condendo il tutto con racconti emozionanti, divertenti e inimmaginabili.

A Chanhassen c’erano 3 gradi, mentre nella periferia dell’est Milano le mie estremità inferiori stavano tiepide grazie ad una borsa dell’acqua calda, che questa volta sono riuscito a prepararmi senza l’ustione di secondo grado. Sbagliando s’impala, direbbe un Testimone di Geova. E mentre una cimice sorvolava la mia postazione da dove scrivo, Giordano ci faceva atterrare nella regione dei 10mila laghi, dei grandi spazi e dei quartieri nuovi. Come un novello Obi-Wan Kenobi, ci istruiva sulle modalità di accesso alla “terra santa” (come avevano soprannominato gli studi di Prince) e su quel mondo irreale che è stato il mondo di Prince. Con il pensiero siamo stati al Glam Slam, a cercare tra le bobine dei master e nello studio seduti al fianco di Prince. Là dove il cuore batte.

Come in una realtà quantistica, la verità della musica di Prince ci permette di dire che egli non è scomparso. E mai lo sarà. Come il gatto di Schrödinger, fino a quando gli eredi, la Warner, la Sony (o chiunque sarà seduto sulla poltrona dell’archivista capo) continueranno a sfornare inediti (più o meno validi) Prince sarà sempre contemporaneamente vivo e morto. Per chi (come la gran parte di noi) stava dall’altra parte dell’oceano, la sola occasione per avvicinarlo erano i concerti dal vivo. Per chi (come me) si faceva la pupù addosso, la musica e internet erano i punti di contatto con lui. E poiché “chi è steso o dorme o muore, oppure fa l’amore“, un giorno (sooner than U think) il mio sistema para-simpatico e pure-antipatico smetterà “sfinito” di operare. E dopo quel giorno i miei nipoti, le loro amiche e gli amanti potranno ascoltare nuovi arrangiamenti e assoli di Eric Leeds che scivoleranno fuori dal Vault. Proprio come G ha predetto. E io non ho paura.

Finite le due ore, io e la cimice ci siamo salutati, abbiamo scambiato due parole su Eriksen dietro le punte. Lei è convinta che sarebbe meglio giocare con il rombo. E ci siamo ritirati ognuno nel proprio letto. E grazie a quel mondo impronunciabile che è la chimica applicata alle sinapsi, ho ripensato a chi mi raccontava del dottore dei pazzi. Pazzi sono quelli che giudicano gli altri pazzi, mi sono detto. E gli specialisti che sono in grado di salvare la vita delle persone? Lo so, è un peccato che non abbiano saputo intercettare il grande dolore precedentemente conosciuto come solitudine. “Quello che è successo” dice Giordano “è successo perché lui era innamorato di noi!” Non sapeva vivere un’altra vita, penso io. Nessuno gliel’aveva insegnata.

Mi addormento. E sogno Prince. Siamo io e lui. Io ho poco più che 25 anni. Siamo sulla provinciale che porta a Lecco. Non so perché. Camminiamo sul ciglio della strada. Lui è nel periodo Parade. Giacca di pelle nera e capello corto. Io ho appena smesso di farmi la pupù addosso. Da lontano frequento cattive compagnie, ma che per me sono buone. Frequento da vicino buone compagnie, ma che alla fine si riveleranno cattive. Se in quel periodo avessi fatto del nero, sarei diventato un uomo prima dei 30 anni. Prince lo sa. Io e lui camminiamo in fila indiana e sono preoccupato per le auto che ci sfiorano. Non so bene cosa dirgli. Prince è serio, ma sorridente. Oppure sorride seriamente. Affianchiamo dei centri commerciali, dei benzinai, e pub irlandesi della brianza alcolica e non parliamo. Prince mi guida da qualche parte. Vorrei dirgli qualcosa, ma non so cosa. Ho paura. Poi mi viene in mente una cosa da dirgli…

Mostra Dopo La Pioggia

Monster diary pt.3

(diario della mostra)

La nostra giornata espositiva è una routine bellissima. Si parcheggia a Città Studi, dove prendiamo il 33 che ci porta in Corso Buenos Aires. I tram con i sedili di legno fanno parte della Milano che conosco. Adoro il tragitto che fa il 33. Il Politecnico che avrei dovuto frequentare. Le ville Liberty di Via Pascoli, dietro alla mia scuola elementare. Viale Romagna con l’edicola di Secondo e della Nelly dove per un giorno ho fatto l’edicolante. Lì ho imparato a contare i biglietti del tram. La Casa dello Studente dove lavorava mia mamma. Quando andavo a trovarla le sue colleghe mi riempivano di complimenti, quelli che non ho mai ricevuto dai miei nonni. Più avanti c’è Piazza Carlo Erba, dove nacque la Rizzoli e dove Giovannino Guareschi raccontava i suoi contemporanei sulle pagine del Bertoldo. È la Milano dove sono cresciuto. Non ho mai amato la città dei grattacieli, tant’è che ne ho sviluppato una fobia. A Milano i grattacieli sono una forzatura. Non abbiamo problemi di spazio come a New York City. E poi non dobbiamo far vedere per forza di essere degli americheni. Meglio copiare gli svizzeri o i tedeschi, che sono europei come noi.

Domenica 4 ottobre è un giorno speciale per la mostra. Luisa e Monica vengono a trovarci da Reggio e con loro incontriamo Sergio e Nikka. E ritorna (grazie!) Francesco. Non ho indossato una delle mie numerose magliette a tema prinsiano e non ho neppure gli orecchini. Ma non c’è problema, i ragazzi rimediano alla mia carenza. Loro mascherine sono spettacolari.

Da sinistra: Francesco DP, Simone (trentuno), Luisa G, Nikka, Sergio G., Luisa G. Giovanna (Ventuno). Pic panoramica by Nikka.
Da sinistra: Francesco DP, Simone (trentuno), Luisa G, Nikka, Sergio G., Luisa G. Giovanna (Ventuno). Pic panoramica by Nikka.

Parlando con loro sento la passione per la musica di Prince. Posso anche usare una parola esagerata, l’amore per Prince. Oggi non ci sono egocentrismi. C’è solo Prince. Ci sono i fan come noi che quel giorno erano a Paisley Park. E ci sono le foto.

gli animali si mettono in pose curiose
“gli animali si mettono in pose curiose”, nella galleria vicino a Paisley Park. pic by S

Anche oggi riesco a fare la mia gaffe quotidiana (scusa Francesco). La felicità di essere insieme a loro (oltre alla clomipramina che sto prendendo da qualche tempo) mi fa passare in fretta anche la vergogna. Parliamo di tutto. Del 21 aprile. Del libro di Maria Letizia Cerica, che contiene un’ipotesi nuova su quel giorno. Del nuovo Sign O’ The Times. Mi pare che tutti lo stiano ascoltando a piccole dosi. Parliamo dei primi concerti. Del più bello. Oggi non ci sono eroi. Oggi c’è Prince e la sua musica. Gli ahdio. L’Npgmusicclub. Poi, ognuno di loro si prende 10 minuti per girarsi la mostra. Bellissimo il gattino con sotto la scritta “Animals strike curious poses”. Ci chiedono: “possiamo fare le foto?”. Sì, per favore. Fate foto. Postatele e usate l’hashtag #dopolapioggiaprince. Qui è tutto gratis. Nikka mi chiede: “ma tu sei simon… ttx?”. Sì, sono io. “Ho riconosciuto lo stile”, mi dice. Non sapevo di averne uno.

Il tempo non esiste, gli orologi sì

Un giorno Prince disse: “il tempo è uno scherzo” (time is a trick) ed è così; mentre parliamo di Prince il tempo con i nostri amici passa in un lampo. In un attimo è ora di pranzare. Noi ci siamo dati una regola e preferiamo stare da soli (almeno fino alla fine del Covid) e così salutiamo il gruppo. In quel momento ripenso alla bellezza dell’amicizia. Penso a Mark e Paula. Penso a tutti quegli amici che ho allontanato per poi richiamarli, chiedendo mille volte scusa. Sono così. Non posso farci nulla. Sono così poco sicuro di me stesso, che devo mettermi sempre alla prova.

Come faceva Prince.