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30 anni di Diamonds & Pearls

Questo post è disponibile anche in formato podcast (link)

Scrivere e registrare la prima puntata del podcast mi è servito per ricordarmi chi sono. Ho rivisto quel ragazzotto trentenne che si sfogava scrivendo di Prince. Mi è piaciuta l’idea iniziale: raccogliere notizie su Prince e la sua musica. Come in questo post.

Steven Van Zandt per lungo tempo è stato il chitarrista di Bruce Springsteen (lo è ancora? non lo so). In questa intervista parlerebbe anche di Prince.

Prince non era un grande conversatore. Mi è capitato di incontrarlo e abbiamo scambiato due chiacchiere, ma nulla di sostanziale. Non posso dire di essere stato un suo amico, ma c’era una sorta di conoscenza amichevole. Prince era uno dei pochi che potevi davvero chiamare genio. Agli artisti continuo a dire: non producete voi stessi. Ho fatto alcuni errori producendo me stesso e nessuno davvero dovrebbe farlo. Ma Prince era l’unica eccezione; non perdeva il suo tocco producendo se stesso: è un importante risultato non perdersi qualcosa d’importante. Per fare un grande disco ci vuole un battaglione di persone e lui era un battaglione formato da una sola persona.

Contact Music ha dedicato un articolo ai 30 anni di Diamonds & Pearls (che uscì il primo ottobre 1991). Nell’articolo di Andrew Lockwood si festeggiano i successi nelle classifiche del primo album dell’era New Power Generation: l’album finì primo in Australia, al terzo posto in UK e al secondo negli USA. Ricordo bene Diamonds & Pearls. Dopo le mie tappe di avvicinamento di Batman e Graffiti Bridge, D&P fu il primo album che posso dire di avere visto nascere. Adoravo il suo impegno solitario e le sonorità, ma non avevo dubbi: Prince non era quello di Purple Rain. Non c’erano i vocalizzi delle “ragazze”, ma c’era la sua eterosessualità su tutto. Infatti, non sono tanto d’accordo quando Lockwood parla così di Thunder:

Thunder mostra le abilità di Prince nel creare musica con elementi Funk e Pop. Si tratta di una canzone che assomiglia più al Prince di Purple Rain che a gran parte del suo materiale dei sette anni precedenti. Anche il piano in crescendo, le chitarre invertite e le voci armonizzate risalgono al 1984.

Come le cose sono state dimostrate, per quel album Prince aveva lasciato gran parte della produzione ai New Power Generation (di allora). Non aveva neppure la voglia di dire loro cosa fare e come farlo; come avrebbe potuto: qualcuno degli NPG (Sonny Thompson) era stato un suo maestro. Se invece vogliamo tornare al 1984, la Swatch ha deciso di produrre di nuovo i suoi orologi di quel tempo.

Diamonds & Pearls è ancora protagonista di questo articolo di Stereo Williams su Mic. Un bel articolo che presenta l’album usando le parole di Prince.

Dopo essersi lanciato con il film e la colonna sonora di Purple Rain , Prince aveva trascorso la seconda metà degli anni ’80 mostrando l’ampiezza della sua tavolozza sonora e chiarendo quanto potesse essere implacabile la sua produzione. (…) i critici credevano che si stesse ampliando troppo, un sensazione che la sua etichetta avrebbe presto echeggiato. Si diceva anche che l’eclettismo di Prince lo stesse danneggiando. C’era la percezione che Prince non avesse realizzato un album “abbastanza nero”, “abbastanza mainstream” o “abbastanza radiofonico” da anni. Così Prince a Rolling Stone nel 1990 “Non c’è niente che un critico possa dirmi da cui io possa imparare. Se fossero musicisti, forse. Ma odio leggere cosa pensa di me un tizio seduto a una scrivania. Cose tipo: “È tornato ed è nero” o “È tornato ed è cattivo”. Wow! Ora, su Graffiti Bridge , dicono che sono tornato e sono più tradizionale. Beh, “Thieves in the Temple” e “Tick, Tick, Bang” non suonano come niente che abbia mai fatto prima”. C’era anche l’affermazione che l’audace abilità artistica di Prince fosse stata sconvolta dall’emergere dell’Hip-Hop, un genere che l’iconoclasta musicale aveva apparentemente denunciato in “Dead On It”, una traccia persa dal Black Album del 1986 . Così Prince a Sky Magazine all’uscita di Diamonds and Pearls “Beh, prima di tutto non ho mai detto che non mi piace il rap. Ho solo detto che gli unici buoni rapper erano quelli che sapevano di cosa stavano parlando. Non mi piaceva tutta quella roba da spaccone. ‘Sono cattivo, sono questo. Io sono quello.’ In ogni caso, tutti hanno il diritto di cambiare idea”. Con megahit come “Gett Off”, “Cream” e la title track, Prince e i New Power Generation hanno pubblicato il progetto più radiocentrico degli ultimi anni. Ma in qualche modo non assomigliava a nulla che Prince avesse mai fatto prima. Ancora Prince nel 1991 “Nessuna band può fare tutto. Ad esempio, questa band con cui sono ora è funky. Con loro, posso prolungare “Baby I’m a Star” per tutta la notte! Continuo a cambiare marcia e succederà qualcos’altro di strano. Questo non potevo farlo con i Revolution. Erano un tipo diverso di funky, più elettronico e freddo. I Revolution potrebbero stravolgere “Darling Nikki”, che è stata la canzone più fredda mai scritta. Ma non penserei mai di suonare quella canzone con questa band”. Certo, c’erano scorci di lui che abbracciava nuovi elementi jack e swing nella colonna sonora di Graffiti Bridge e cattivi tentativi di rap su brani come “Alphabet St.” e “It’s Gonna Be A Beautiful Night”, ma Diamonds & Pearls è il luogo in cui Prince fonde completamente il campionamento e l’atteggiamento hip-hop nel suono dei New Power Generation. La sua drum machine LINN è stata messa da parte, tuttavia, sostituita dal tuono e dal groove di Michael Bland e dai beat più recenti e più duri di Bomb Squad. “La New Power Generation è una band a cui Prince non deve fare da babysitter” , ha detto a SPIN nel 1991 il rapper Tony M, un membro della band . Prince riesce in qualche modo ad abbracciare il campionamento e gli hard beat, producendo anche un suono che è stato il suo suono più ricco e musicale fino ad oggi. Così Prince a SPIN: “Tutti gli altri sono usciti e hanno preso drum machine e computer. Così ho buttato via i miei.” Il lavoro di Prince, durante il suo periodo più fertile dal punto di vista creativo, testimonia la padronanza di una creatività ferocemente individualista e di un fascino pop. Così Prince a USA Today: “Non posso aspettare quattro anni tra i dischi. Cosa farò per quattro anni? Riempirei il Vault con altre canzoni”. Diamonds & Pearls non è stato il ritorno di Prince ai successi pop, in quanto è stato lui a consolidare i talenti della sua nuova band e a puntellare il suo posto all’alba di un nuovo decennio. Un artista nero in piena padronanza della sua arte, ancora in grado di fornire grandi successi radiofonici, è qualcosa che ora vediamo in modo più coerente; ma nel 1991, solo una manciata di cantanti aveva raggiunto quel risultato. Prince era uno di loro e ha riscritto le regole quando è arrivato lì. Oggi ci sono artisti contemporanei che seguono quello spirito di eclettismo musicale. Frank Ocean, nonostante la sua produzione sia limitata, è stato in grado di sostenere il suo vasto catalogo, sfidando anche il suo pubblico a seguire i suoi passaggi creativi. Janelle Monae può offrire risate brillanti e anche portare il suo pubblico attraverso inebrianti concept album afro-futuristici. E, naturalmente, ci sa fare in entrambe le direzioni; A Kanye West non è mai mancata una musa e segue il suo percorso creativo, ma Ye è stato sia venerato che ampiamente criticato per l’incoerenza della sua produzione musicale post-2011, soprattutto perché sembra così sfocata e non lineare. Nel 1991 Prince era al top della musica; 30 anni dopo, la sua eredità rimane lì.

Per finire, le parole dello stesso Prince. Nel 1998 in un’intervista a Guitar World, Prince diceva:

La musica è come l’universo: i suoni sono come l’unione di pianeti, aria e luce. Quando scrivo un arrangiamento, immagino sempre una persona cieca che ascolti la canzone. E scelgo accordi, suoni e strumenti a percussione che aiuterebbero a chiarire la sensazione del brano a una persona non vedente. Ad esempio, un accordo pieno può evocare una persona grassa, o un particolare tipo di colore, o un particolare tipo di tessuto o l’ambientazione della mia canzone. Inoltre, alcuni accordi suggeriscono un uomo, altri una donna e alcuni suoni ambientali suggeriscono l’unione mentre altri suggeriscono la solitudine. Ma con tutto quello che faccio, cerco di tenere in mente quella persona cieca. E faccio in modo che i miei musicisti prestino attenzione anche a questo. Come il mio bassista, Sonny T.; Sonny può davvero imitare le forme di una ragazza sul suo strumento e farvele vedere. Mi piace l’idea dei suoni visivi.

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La morte di George Floyd a Minneapolis

Il fatto

La morte di George Floyd è un fatto di cronaca nera avvenuto il 25 maggio 2020, nella città di Minneapolis. (…) L’episodio ha ottenuto rapidamente risonanza internazionale in seguito alla diffusione del controverso filmato dell’arresto di Floyd stesso, dal quale sono successivamente scaturite proteste e manifestazioni contro l’abuso di potere da parte delle forze di polizia, nonché l’odio razziale perpetrato dalle stesse. Nel filmato infatti, viene mostrato l’agente di polizia Derek Chauvin premere il suo ginocchio sul collo di George Floyd per 8 minuti e 46 secondi e gli altri agenti che non fanno nulla per fermarlo. (da wikipedia)

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Il Guardian lo racconta così: Floyd era un uomo nero di 46 anni. E’ morto mentre era sotto custodia della polizia dopo che un agente l’ha ammanettato e si è inginocchiato sul suo collo per diversi minuti, mentre Floyd ripeteva che non riusciva a respirare. Il video girato e pubblicato su Facebook da Darnella Frazier ha testimoniato ciò che è successo. In seguito alla morte di Floyd, in tutti gli Stati Uniti e in parte anche in Europa sono in corso manifestazioni contro la violenza subita dai neri nel corso degli anni. In molte città, le manifestazioni sono diventate atti di violenza e saccheggi nei negozi.

Dove

Minneapolis è la città più importante dello stato del Minnesota. Insieme alla capitale dello stato Saint Paul sono chiamate le Twin Cities (le città gemelle). Le due città e l’agglomerato urbano intorno raccolgono una popolazione di circa 3,5 milioni di abitanti.

L’omicidio è avvenuto nel quartiere chiamato South Minneapolis. Tra la Chicago e la E 38th St. Nella mappa che segue è a sinistra dall”indicatore rosso. Tra Speedway (un benzinaio) e il negozio Cup Foods.

La foto di Google mostra la strada. Sulla sinistra si vede il cestino che ora è diventato un luogo di memoria.

Prince = Minneapolis

Per molti (io sono uno di questi) Minneapolis e Prince sono sinonimi. Non può esistere Prince senza Minneapolis. E Prince ha permesso a Minneapolis di attirare l’attenzione del resto del pianeta da metà degli anni 80. Da luogo che veniva sorvolato dagli aerei, Prince ha messo Minneapolis sulla mappa. Ma com’era la vita di Prince a Minneapolis prima di diventare Prince?

Prince nasce e muove i suoi primi passi a nord Minneapolis. La zona sud Minneapolis diventa famigliare al ragazzo Prince quando fugge dalla casa della mamma, che nel frattempo si è separata dal padre di Prince e si è risposata. Ecco come viene raccontato nel sito Becoming Prince: all’inizio delle medie Prince scappa da casa della mamma, da quel momento “trascorse diversi anni rimbalzando tra la casa del papà nel nord Minneapolis e la casa della zia in sud Minneapolis. Un luogo dove avrebbe sviluppato la sua prima e importante partnership creativa e dove avrebbe provato per ore con la sua prima band. Prince fece la seconda e la terza media alla Bryant Junior High School in South Minneapolis.”

Nella sua breve autobiografia, Prince descriverà quel periodo così:

Ero combattuto tra la band a nord e la combinazione di sport e donne a sud. Era un tiro alla fune continuo.”

Oggi la Bryant Junior High School che Prince frequentò per buona parte delle medie non esiste più; è diventata il centro Sabathani che offre servizi alla comunità di sud Minneapolis.

La facciata della Bryant Junior High School dove Prince fece la seconda e la terza media. Pic by Giovanna.

In questa mappa è evidente la breve distanza a piedi (circa 10 minuti) tra il luogo della morte di George Floyd (tra Chicago Ave south & 38th St E) e la scuola delle medie di Prince. La casa della zia era poco più a sud della scuola in 3837 South 4th Avenue. Le superiori dove Prince si sarebbe diplomato nel 1976 sono poco più a nord, in 3416 4th Avenue South. Queste strade erano le sue strade.

Nel nostro viaggio del 2016 abbiamo visitato le scuole medie di Prince, (il Sabathani Community Center). La visita alla scuola fu una cosa improvvisata; ci avventurammo, con il presentimento che saremmo stati inseguiti da un mastino. Invece, la fortuna premia gli audaci e fummo portati al cospetto dalla direttrice della scuola, che ci fece da guida nella visita delle stanze al ritmo di Let’s go crazy. Visitammo anche la palestra, dove Prince trascorse il tempo a giocare a basket. Passione testimoniata anche dalla foto dove si vede Prince “accosciato” nella team della scuola (qui la foto).

In questo video ci sono io che giro sperduto e emozionato nella Hall of Fame della scuola, dove l’immagine di Prince è insieme a quella di altri ex scolari di successo. L’idea è quella di offrire un esempio ai ragazzi che frequentano queste classi. Tra le mani ho la classica cornice che viene usata per i social (segno dei tempi).

Sarà stata l’emozione, sarà stata la paura di distogliere la nostra memoria visiva, sarà stata la nostra asburgica disciplina, che ci obbligava ad ascoltare ogni parola della direttrice, sta di fatto che dentro alla scuola abbiamo fatto pochissime foto. Peccato. L’unica foto che abbiamo scattato è questa che avevo messo anche su Instagram: sono davanti alla credenza che contiene il Grammy vinto dai Sound of Blackness nel 1994 per The Evolution of Gospel.

In questi luoghi dove Prince ha trascorso la sua adolescenza ritrovo le tracce del giovane musicista nero senza una famiglia stabile, che cresceva con il sogno della musica. Se questo fosse un film, mentre cammino lungo i corridoi della Bryant, quando la direttrice viene distratta da un collaboratore, incontrerei lo sguardo glaciale del giovane Prince, seduto al banco di una classe delle medie. Mentre provo a capire in quale realtà parallela sia finito, sarebbe lui stesso a chiedermi: hai capito da dove arrivano le mie inquietudini e le mie ansie?

Alla Bryant in sud Minneapolis Prince conosce Jimmy Jam e inizia a frequentare le lezioni di teoria e business musicale dell’insegnante Jimmy Hamilton. Prince si presenta un’ora prima delle lezioni per suonare gli strumenti musicali disponibili nella classe. Andrea Swensson nel suo libro sul Minneapolis Sound lo descrive così: “in questa maniera si comprende come il piccolo Prince si stacchi lentamente dalle preoccupazioni quotidiane che affliggono la maggior parte degli adolescenti e vaghi in uno stato di sogno ossessionato dalla musica, mentre va alla deriva in questo mondo, dove la sua vita familiare si sgretola e lui fissa dalle finestre la città che attraversa. Immaginarlo mentre si trascina da casa a casa, da scuola a scuola, da quartiere a quartiere, non ci meraviglia che le sue prime esplorazioni musicali non siano legate ad alcun genere e a specifiche regole.

Queste mura, così come quelle degli altri istituti, e queste strade formeranno il carattere di Prince. Più di qualsiasi passo della bibbia. Più di qualsiasi genitore, agente o manager. O donna che incontrerà nella sua vita. Sarà quel carattere che si scontrerà con la Warner negli anni 90, che diventerà Testimone di Geova, che gli farà scegliere la giovane Mayte come moglie o che reagirà come sappiamo al dramma della paternità mancata. Quel carattere che gli farà costruire una Disneyland tutta per sé fuori Minneapolis. E la chiusura con Wendy e Lisa. E il legame con certi personaggi. La lista potrebbe andare avanti all’infinito.

Del suo periodo alla Bryant, nell’autobiografia è stata riprodotta la pagella della “metà del quarto quadrimestre” che pare sia stata ritrovata tra le sue cose a Paisley Park. Secondo la sig.ra Hoben Prince è puntuale, tratta le altre persone con considerazione, è abbastanza aperto alle novità, partecipa alla discussione in classe e a volte aiuta l’insegnante o gli altri studenti. Ma non è sempre un buon ascoltatore quando l’insegnante o gli altri studenti parlano. Un po’ viene voglia d’interpretare questi giudizi e vederci il musicista che conosceremo. Forse la considerazione migliore arriva da Prince stesso: “Quando ero ragazzo, nel nord di Minneapolis c’era troppo testosterone per i miei gusti. Dopo essermi trasferito a sud Minneapolis dovetti cambiare scuola.

Black Lives Matter

Con il pensiero torno a quei giorni a sud Minneapolis. E inseguo Prince e i suoi racconti musicali; voglio comprendere meglio quello che è successo a George Floyd: quali possono essere le parole di Prince a cui aggrapparsi per rispondere ai dubbi che oggi ci perseguitano? Incontriamolo nella sua ultima apparizione ai Grammy Awards dell’8 febbraio 2015, quando verrà chiamato per premiare l’album dell’anno (allora assegnato a Beck).

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In un completo arancione e il suo taglio afro, Prince è stanco mentre pronuncia poche parole:

Gli album, ve li ricordate? Gli album sono ancora importanti. Sono importanti come i libri e la vita dei neri. Gli album sono importanti stasera e lo saranno per sempre.

Gli album, ve li ricordate ancora?

Mentre parla Prince non indossa occhiali, che tiene in mano insieme al fedele bastone. Lo sguardo catturato dalle fotografie sarà implacabile poco più di anno dopo; sembrava presagire una fine imminente. Non è lo sguardo mistico, impetuoso e sfidante che abbiamo visto dal 78 in avanti. E’ uno sguardo sconfitto. Stanco.

Le sue poche parole sapranno cogliere nel segno. Rolling Stone descriverà così il suo discorso: con la battuta sugli album Prince ha sparato all’elefante nella stanza. Ed è riuscito a fare una dichiarazione più potente di qualsiasi bis, aggiungendo, mentre la folla urlava in segno di approvazione “Come i libri e le vite dei neri, gli album contano ancora”. Ed è stato abbastanza intelligente da districarsi dall’imbarazzante invasione scenica di Kanye mentre Beck preparava il suo discorso di ringraziamento. Trent’anni dopo Purple Rain, è ancora uno dei ragazzi più brillanti in circolazione.

Brani

Nella prima parte della sua carriera, Prince è impegnato a trovare un successo universale, nel senso di trasversale. Si ispira al concerto di Woodstock. Tre giorni di pace e musica. Senza differenze tra bianchi e neri, tra uomini e donne. Una visione musicale che coinvolge il mondo del funk e quello del rock. I suoi mezzi sono la musica, i concerti e le provocazioni. Non sempre gli va bene. La contestazione prima del concerto dei Rolling Stones al Coliseum di Los Angeles del 1981 sembra un momento difficile. E’ irreale e veritiera l’immagine di Prince che corre a casa, mentre i suoi musicisti stanno ancora suonando sul palco sotto una pioggia di oggetti. Oppure l’onnipresenza della sua guardia del corpo di proporzioni mastodontiche, quasi per rimediare alle dimensioni ridotte di Prince. Per finire, il suo legame con donne bianche o latine, senza mai esplicitare la propria anima nera: come se stesse cercando un riscatto dal proprio passato.

Mary Don’t U Weep

Dopo l’uscita di Graffiti Bridge, Spike Lee gli scriverà per chiedere conto dell’assenza di donne nere nella visione musicale di Prince. Come se il film non avesse già fatto abbastanza danni, Prince risponderà ironicamente: non bisogna guardare solo alle cose più di successo. I due troveranno diverse occasioni per lavorare insieme, fino alla recente presenza di Prince sui titoli di coda dell’ultimo film di Spike Lee. Un film dove il protagonista nero è un poliziotto che attraverso un collega bianco combatte il Ku Klux Klan. Questo brano riassume il Prince del 1983 nel 2018.

Prince canta al piano Mary Don’t You Weep un spiritual degli schiavi che contiene messaggi in codice di speranza e di resistenza. “La canzone racconta la storia biblica di Maria di Betania e le sue suppliche a Gesù, perché resusciti suo fratello Lazzaro dai morti. Altre interpretazioni parlano del libro dell’Esodo e il passaggio del Mar Rosso. Oppure l’alleanza di Dio con Noè dopo il Diluvio Universale. Diventa di nuovo popolare durante il Movimento dei diritti civili.

In questi giorni Spike Lee ha twittato un breve montaggio dove sono presenti immagini reali (compreso quanto avvenuto a Minnapolis) con alcuni spezzoni del suo film Do The Right Thing. Potete vederlo qui sotto, ma attenzione perché contiene immagini violente.

The Sacrifice of Victor

Il primo brano esplicitamente autobiografico di Prince che voglio ricordare è quello che lo porterà al cambio di nome: The Sacrifice a Victor dall’album Love Symbol del 1992. Prince inizia il racconto nel 1967. Il ragazzo ha tra gli 8 e i 9 anni. La consapevolezza è lo strumento con cui scrive queste parole.

1967 in un autobus della scuola pubblica
Venivo portato insieme a un gruppo di strumenti politici ignari
I nostri genitori si chiedevano com’era avere uno di un altro colore vicino
E hanno unito i loro bambini per eliminare la paura

Il sacrificio di Victor sembra nelle sue vene da sempre. Sembra avere delle basi solide nella sua vita.

Non ho mai capito perché i miei vecchi amici ridevano
Fumavano senza rispetto per tutto il resto (scuola)

I vecchi amici sono Morris Day e André Cymone, Prince scriverà “MD & A” nel testo, che sembravano sottovalutare il potere dell’istruzione, mentre Prince arrivava in classe un’ora prima per suonare.

Il dottor King è stato ucciso e le strade
Hanno iniziato a bruciare – (Plymouth)
Quando il fumo scomparve, l’eccitazione era sparita

Martin Luther King (dottor King nel brano di Prince) viene ucciso il 4 aprile 1968 e nelle città americane ci sono scontri. Il 1968 sarà un anno critico per gli Stati Uniti, ché vedrà anche l’assassinio di Robert Kennedy, con le rivolte che prenderanno piede in tutto il pianeta. Ma simile destino non avrà Minneapolis che si era già organizzata con comitati e leader e aveva già pagato il suo debito di scontri, saccheggi e arresti negli anni precedenti. Negli anni 60, la parte nord di Minneapolis, o Northside, diventa il quartiere dove neri e ebrei devono prendere casa per l’ostilità nei loro confronti negli altri quartieri della città. La tensione tra i gruppi cresceva con sentimenti antisemiti dovuti, secondo le cronache dell’epoca, ai favoritismi che gli ebrei ottenevano sul lavoro. Già alcuni scontri erano avvenuti nel 1966, ma sarà il 19 luglio 1967 quando esploderà la violenza sulla Plymouth Avenue e che durerà 3 notti. Prince sbaglia nell’indicare le rivolte di Plymouth Avenue come una conseguenza dell’omicidio del reverendo a Memphis, ma il piccolo Prince (nell’aprile del 1968 aveva quasi 10 anni) potrebbe avere visto le rivolte in televisione e avere confuso i due avvenimenti.

Nella stessa zona era presente un centro per la comunità nera chiamato The Way. Un luogo di incontro per i giovani costruito proprio per rispondere alla necessità della comunità di difendere e conoscere la propria cultura. Nella band residente The Family suonava il bassista Sonny Thompson, uno dei mentori di Prince. Il luogo dava la possibilità ai giovani di esercitarsi con gli strumenti e nel tempo ha attratto Jimmy Jam, Terry Lewis, André Cymone e Prince.

La seguente cartina mostra un breve tratto della Plymouth, la strada degli scontri. Il segnaposto indica la casa degli Anderson in 1244 Russell Avenue North dove Prince si trasferirà per vivere con Bernadette e il figlio André a metà degli anni 70. Nella parte di destra della cartina dove ora si trova la stazione della polizia del 4Th Precinct, un tempo era occupato dal centro The Way.

L’istruzione è diventata importante, così importante per Victor
Un po’ più importante del vino scadente e dell’erba da fumare
Bernadette è una signora e mi ha detto
“Qualunque cosa tu faccia figliolo, un po’ di disciplina è ciò di cui hai bisogno
È quello che ti serve. Ti devi sacrificare.”

Oltre alla vita dei neri e gli album, cos’era l’altra cosa importante per Prince? I libri. L’istruzione, che qui mette a confronto con l’alcol e l’erba, forse riferendosi a qualche ex-amico che li preferiva. The Sacrifice of Victor è un brano criptico, ma tra le righe regala qualche lezione di Prince, mentre ci racconta il segreto alla base del suo lavoro. Il sacrificio.

(continua)