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Gino Castaldo: Montreux 2007

Ecco cosa scriveva Gino Castaldo di Repubblica dopo il concerto a Montreux del 2007.

Folle, anarchico, dissennato, il piccolo, molto piccolo, principe ha deciso di tornare tra noi in grande stile. Il suo debutto europeo come evento-sorpresa al 41° festival jazz di Montreux (poi ci sarà una lunga maratona di una ventina di date all’ Arena 02 di Londra in agosto) è un fuoco divampante, due ore e mezza di furibonda tribalità funky che ha acceso la placida notte stellata distesa sul paesaggio del lago Lemano. Prince ormai è un sovversivo, spiazza l’ industria discografica regalando il suo disco accompagnato a un giornale inglese (si parla di 3 milioni di copie), prova a porte chiuse senza far trapelare nulla di quello che intende fare per la serata e anche il suo concerto sfugge a ogni regola canonica di spettacolo. Quando entra in scena davanti a 4500 spettatori accalorati dall’ attesa, lancia la band in una lunga jam funky-jazzistica aperta e chiusa da due classici in stile new orleans: When the saints go marching in e Down by the riverside. Morale, per godere della sua voce bisogna aspettare almeno quaranta minuti, a parte una breve citazione deformata da un effetto robotico della ellingtoniana It don’ t mean a thing (if you ain’ t got no swing). Perfetta epigrafe per la serata. Nulla ha senso se non c’ è swing, o meglio, nulla ha senso se non si celebra l’ essenza profonda del battito pulsante della musica. Prince non ha perso un’ oncia del suo potere. Già in passato avevamo percepito l’ eccitante sensazione di vedere una specie di novello Dioniso sul palco. La sua musicalità è prodigiosa, magica, come se gli dei, ovviamente pagani, della musica decidessero di scendere sulla terra ogni volta che Prince mette in moto la sua tribale furia, e che sia ispirato da numi tutelari lo dimostra il fatto che l’ effetto è immancabile: mai vista tanta gente ballare e baciarsi a un concerto. Eros e adrenalina corrono veloci, irrefrenabili. E proprio quando il pubblico comincia a nutrire qualche dubbio sul concerto, del tipo: forse sarà solo un concerto jazz, visto che siamo al festival di Montreux?, Prince blandisce la platea, afferra finalmente il microfono e attacca in penombra il blues sornione di Satisfied, doppio senso sessuale e spettacolare. Sarete soddisfatti, ve lo prometto, e sarà una lunga notte. Poi esplode la luce e si balla tutti con Girls and boy, prima dell’ apoteosi di Purple rain, il cui ritornello lascia cantare al pubblico. La band, come al solito nei concerti di Prince, è da sballo, una sezione fiati in grado di suonare di tutto, tra cui brilla il sax di Mike Phillips, lanciato da solo in una portentosa versione di What a wonderful world, e poi la nuova protégée, la cantante Shelby Johnson a cui concede l’ onore di riproporre Crazy, il successo dei Gnarls Barkley, due tastiere, basso, e una batterista, Cora Dunham, che non fa rimpiangere la muliebre ritmicità di Sheila E. Prince domina, da vero bandleader, governa con bruschi cenni il magma ribollente che si scatena sul palco, con una Borsalino nero sul capo e una serie di giacche fluorescenti che alterna nella serata. Riuscire a immaginare un misto di Cab Colloway, Jimy Hendrix e James Brown potrebbe risultare un esercizio particolarmente difficile, ma diventa del tutto naturale guardandolo. Suona la Fender Stratocaster come se fosse un prolungamento del suo corpo, psichedelico e delirante, alterna falsetti a note basse e profonde, proietta soul e blues nei paesaggi del nuovo millennio. E non lesina emozioni quando propone la bellissima Nothing compares to U di cui si è riappropriato da quando diventò un successo mondiale grazie a Sinead O’ Connor. E non lascia respirare la platea. «Volete qualcosa di nuovo o qualcosa di vecchio?» dice, e sul vociare degli spettatori decide salomonicamente: «Ok, vuol dire che farò tutt’ e due le cose» e parte con Take me with U seguita dall’ unica apparizione in concerto di brani tratti dal suo nuovo album, ed è il singolo Guitar, con un attacco simil U2 e una sfrenata dedica d’ amore al suo strumento preferito. Anche in questo è totalmente fuori dalle regole. Ignora o quasi il nuovo album, preferendo regalare divertimento e tante cover, compresa una rimarchevole versione di Come together dei Beatles. A un certo punto fa perfino salire sul palco un gruppetto scelto di spettatori presi dalle prime file e li fa ballare, tanto per sottolineare che si tratta di una festa, di una celebrazione appunto, del potere salvifico e taumaturgico della musica. Non ci sono effetti scenici, solo qualche luce a dare colore alle dinamiche di scena, ma sembra ugualmente di assistere a un musical, a un viaggio trasversale nel pianeta dei suoni, anche se fortemente segnato dai tratti dalla cultura afroamericana. Più che un concerto è un inno all’ ebbrezza che spazza via tanta paccottiglia preconfezionata che circola oggi sui palchi della musica. Talmente sincero che dopo due ore mezza di musica Prince non è appagato, pretende di più, e trascina la band nel club che si trova all’ interno del palazzo dei congressi che ospita il festival, per continuare a suonare. Altre due ore di jam session, in totale libertà, prima di chiudere definitivamente il rito notturno e andare a nanna. Ma come si fa a dormire? Ormai gli dei sono in festa e girano in città per festeggiare con gli umani.

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