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La Repubblica del 1990: “Ma sul ponte dei Graffiti c’è il paradiso di Prince”

da La Repubblica del 17 novembre 1990

Gli Stati Uniti devono essere alla ricerca di una nuova spiritualità, di qualcosa che li aiuti ad uscire dalla depressione, economica e non, che li sta soffocando: non si spiegherebbe altrimenti come un piccolo film come Graffiti Bridge ultima fatica musical-cinematografica di Prince, uscita il 2 novembre,stia facendo spendere a critici e a pubblico parole altisonanti come paradiso, nuovo Messia, nobile scopo.

C’ è anche un altro aspetto di queste e di altre vicende cinematografiche della stagione: alcuni giornali sembrano apprezzare la clandestinità delle uscite cinematografiche; in altre parole: meno si è bombardati da trailer, cartelloni e gadget, più il film merita di essere visto. Graffiti Bridge, strano ma vero, conoscendo il narcisismo del suo protagonista, è uno di questi film usciti in silenzio. A New York è proiettato in otto sale di Manhattan, in sei di Brooklyn, in sette del Bronx e in sette del Queens.

Dal modo in cui la Warner Bros sta provando a scaricare Graffiti Bridge su un pubblico impreparato (nessuna anteprima per la stampa, distribuzione relativamente limitata, nessuna anticipazione, e in più la voce che presto finirà in cassetta) potreste pensare che il film sia uno schifo scrive il Village Voice. Ed invece no, secondo il settimanale Graffiti Bridge, che riprende molti dei protagonisti di Purple Rain, grande successo del 1984, è un piccolo delizioso quadretto, una love story rock-funky-spiritual-soft core degli anni Novanta, riservata agli amatori. Questo non vuol dire che non abbia i suoi problemi. Che sono ovviamente quelli del suo protagonista, Prince, il quale stavolta arriva a proporsi come il nuovo Gesù Cristo e nella scena finale del film quella in cui i buoni vincono sui cattivi, canta addirittura Thieves in the temple, ladroni nel tempio.

Graffiti Bridge è quasi tutto girato in studio, con un’ atmosfera che è una via di mezzo tra quella di Purple Rain e di Sign of the times. Tre gli ambienti principali: la casa di Prince (che è un giovane ispirato musicista perseguitato dal cattivo Morris Day), sui muri della quale lui scrive versetti tutt’ altro che satanici; poi c’ è un isolato nei bassifondi di una città indefinita con le insegne al neon di tre locali notturni nei quali il cattivo spadroneggia: sono il Glam Slam, nel quale Prince era solito esibirsi prima di essere cacciato da Day e dare inizio alla storiella. Poi c’ è il Clinton’ s House gestito dal cantante George Clinton (che vediamo in un bel cammeo) e il Melody Cool gestito dalla cantante Mavis Staples, alla quale dobbiamo un numero finale, quasi un gospel, di tutto rispetto. Mavis nel film è la madre di Tevin Campbell, un ragazzino nero di forte voce e buone gambe, nuovo prodotto della Paisley Park, l’ etichetta discografica di Prince, che vediamo in un personale videoclip. L’ ambiente meno frequentato, ma più importante del film, è il ponte dei graffiti.

E’ un set tutto scarabocchiato scrive il New York Times che nel film simboleggia il paradiso. E Prince vuole che lo prendiate sul serio. Lì lui aspetta il ritorno del padre, scrive poemi sull’ amore, si atteggia con espressioni da Gesù Cristo mentre si veste in un modo che farebbe arrossire un chierichetto. Al ponte dei graffiti si reca anche Aura (Ingrid Chavez, la sua starlet del momento), una specie di creatura angelicata che nel film ripete le tre seguenti frasi-tormentone: E’ proprio dietro l’ angolo, non mollare, non perderai, tutto quello che mi chiederai io lo farò. Il cattivo Day s’ innamora di Aura che per convincerlo a stare dalla sua parte, quella dei buoni, smette i vestitini da collegiale ed entra in quelli neri di una maliarda sexy sui tacchi a spillo. Love machine, un duetto tra Day e la Chavez è tra i momenti videomusicali più alti del film. La ragazza però eccede nel bere e Day le somministra una pozione che al risveglio dopo la sbronza la farà innamorare della prima persona che vedrà. Indovinate un po’ ? Prince il buono, pazzo di lei, la rapisce nel sonno e al risveglio i due iniziano a fare un amore softcore, tutto bacini e sguardi languidi. Alla fine Aura pagherà a caro prezzo la conversione del cattivo mentre Prince avrà per sé un finale alla Jesus Christ Superstar. Tra gli altri interpreti la band dei Time al completo e la bella Jill Jones nella parte della fidanzata del protagonista che lo lascia per andare a lavorare con il cattivo.

Il tema del film scrive ancora il Voice avere qualcosa in cui credere, l’ assoluzione attraverso l’ amore, qualcuno che muore per i peccati altrui e roba del genere, è un po’ irritante. Ma secondo il New York Times le idee spirituali del film non sono minimizzate dal fatto che su molte ci puoi ballare sopra. Prince crede chiaramente che il paradiso è dove riesce a trovarlo. E c’ è da dire che, storia a parte, per chi ama la musica di Prince, Graffiti Bridge offre davvero un’ ora e mezzo in paradiso.

di LAURA PUTTI

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Fratelli in affari

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Non sto parlando dei gemelli Jonathan e Drew Scott, ma di Prince Estate che mette in vendita questa proprietà di Prince:

L’indirizzo è 115 King Creek Road, Golden Valley, Minnesota. La casa, tanto simile a un prefabbricato, sembra in una bella proprietà. Ha vicino una pista ciclabile ed è a circa 30 chilometri da Paisley Park, poco più di 22 minuti di auto.

La casa è occupata da Omar Baker (su twitter conosciuto come PRNfamily), fratello di Prince da parte della mamma. Mio coetaneo, che dovrebbe uscire di casa il primo agosto. Come mai so tutte queste cose? Perché sono scritte qui.

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Omar a sinistra, con la sorella Tyka e il fratello Alfred Jackson.

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Live da Paisley Park

Mi era sfuggita questa diretta Facebook che si è tenuta all’interno di Paisley Park durante il lockdown, se non ricordo male era il primo maggio. Anche se la qualità è quella che è, si vede qualche angolo interessante. Si parte dall’atrio dove si trovano le colombe e dove Prince aveva registrato l’album acustico al piano con le colombe nel sottofondo. Le colombe sono 3, due giovani e giocherellone. Una è un po’ vecchiotta ed è sopravvissuta a Prince. Si tratta della femmina Divinity, che avrebbe una ventina di anni. Il maschio della coppia, cioè Majesty sarebbe morto nel 2017. Chi ci fa da guida è Mitch Maguire, che è Legacy Preservationist di Paisley Park, che mi sento di tradurre in Conservatore dell’eredità. Mitch viene affiancato di volta in volta dalle sue collaboratrici. La prima è Rebecca, che introduce, appunto, le colombe. Muovendosi per i corridoi del secondo piano (ai quali non avevamo avuto accesso nelle nostre visite del 2017) si vede sulla moquette il testo di una canzone di Prince:

ask
yourself
your
destination
what
the source
of your
inspiration
be !!!

Le scarpe della notte degli Oscar del 1985

Dopo il corridoio, Mitch ci porta a incontrare Michela che segue le collezioni di Prince. Si entra in una sala che, se ho capito bene, una volta era la stanza dei giochi, e che ora ospita la collezione di oggetti 2d e 3d. Mitch ci tiene a specificare che non si tratta del Vault. Si tratta del luogo dove è archiviato gran parte del guardaroba di Prince. A quanto pare, gli oggetti che sono stati ritrovati e che vengono conservati sono tantissimi e c’è bisogno di molte stanze per archiviarli correttamente. Per quanto Paisley Park sia grande, così dice Mitch, le stanze non sarebbero sufficienti. Le prime scarpe che emergono dalla scatola sono quelle che Prince indossò alla consegna degli Oscar del 1985. Sono state prodotte da una società che per Prince arrivava a fare anche 30 o 40 paio di scarpe al mese.

Le scarpe con il rinforzo per saltare

Il secondo paio di scarpe, invece, hanno una caratteristica diversa: hanno la suola rinforzata per i concerti e per le esibizioni. Se ho capito bene, anche la parte interna e la parte posteriore erano state rinforzate apposta per permettere a Prince di fare qualsiasi cosa avesse in mente sul palco. Mitch dice: “queste scarpe gli davano sicurezza, non che lui ne avesse bisogno…” Parlando di scarpe, i due anticipano una prossima mostra dedicata proprio alle scarpe di Prince. Pare che verranno mostrate 300 o 400 paio di scarpe di Prince (che rappresentano una parte della sua collezione), raccontando la storia che ogni paio può raccontare anche grazie a testimonianze e filmati. E con questa mostra, dice ancora Mitch, sarà possibile spiegare come Prince spingesse sull’acceleratore per quella che lui chiama l’accettazione sociale. Credo, la possibilità che oggetti tipicamente femminili vengano indossati dagli uomini senza perdere la propria mascolinità.

Mitch alla fine racconta di come siano riusciti a ritrovare il gun-mike, il microfono a forma di arma che Prince usava all’inizio degli anni 90, che per Mitch era un periodo in cui Prince non aveva l’esigenza di essere commerciale, ma dove era più autentico. Questo microfono, dice Mitch, ci aspettavamo fosse conservato accuratamente, mentre in realtà Prince lo teneva (o l’aveva dimenticato) dentro a una road-case, cioè valigia professionale, rinforzata agli angoli e utilizzata quando si fanno i tour. La valigia aveva un’etichetta con scritto gun-mike, dice Mitch, ma il microfono era impacchettato in mezzo a dei tovaglioli e in compagnia di un po ‘ di candele. Quindi non era accuratamente conservato, ma era piuttosto profumato.

E io mi immagino Kirk…

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Prince, the Underdog

Non penso Prince abbia mai scritto una canzone intitolata Underdog. Forse perché sarebbe stato pleonastico.

In inglese Underdog significa tante cose. A me piace il significato legato alla competizione dove l’underdog sarebbe il partecipante che non ha i “favori del pronostico”. Nella sua pazza stagione degli anni 90, Prince rappresentò un ottimo esempio di Underdog. Scomparso dai radar della musica mainstream, Prince preferiva combattere la sua battaglia contro il sistema (o contro il “governo” avrebbero detto i milanesi Elio e le Storie Tese) da solo, dalla sua cameretta a Chanhassen (cameretta, si fa per dire…).

Ho una simpatia naturale verso gli Underdog. Chi lo sa, forse vale un po’ per tutti; ci stanno simpatici quelli che fanno più fatica degli altri nel raggiungere il risultato. Anche se non arrivano primi, quando conosciamo la loro storia diventiamo dei loro fan. In fondo, è questo ciò che è sempre capitato a Prince. Raccontare la propria vita nel film Purple Rain fu il trampolino di lancio della sua carriera. Anche se per qualche tempo ha snobbato quel periodo (mi riferisco sempre a quella pazza stagione degli anni 90) in fin dei conti Prince non esisterebbe senza Purple Rain. O forse sarebbe stato un Underdog per tutta la vita.

C’è questo video su Youtube che sta ricostruendo la vita di Prince attraverso le voci dei protagonisti. Si chiama “Once Upon a Time in Minneapolis”. Il documentario viene pubblicato su un account misterioso chiamato Sinnik22. Anche qui siamo di fronte all’Underdog della serie di Netflix dedicata a Prince e della quale abbiamo perso le tracce tempo fa. Nel 2018 ci avevano detto che la regista del momento Ava DuVerney si sarebbe dedicata alla produzione della serie, mentre nell’agosto di un anno fa lei stessa dichiarava di essersi chiamata fuori dal progetto. Come sia possibile che nel 2020, esista qualcuno che decida di non lavorare sul materiale di Prince mi è sconosciuto. Mah…

Tornando a parlare della serie “Once Upon a Time in Minneapolis”, la qualità scadente e la difficoltà nel comprendere gran parte dei termini inglesi non mi stanno disturbando. Anzi il low-budget rende il tutto più interessante, riservato a pochi e persino eccitante. D’altronde, alcune testimonianze sono davvero gustose.

C’era una volta a Minneapolis

Nella prima puntata che potete vedere qui sopra (la playlist comprendente tutta la serie), il racconto inizia con la premiere di Purple Rain al Mann Chinese Theater di Hollywood, Los Angeles, cioè il simbolo del cinema americano (il teatro che ha ospitato la consegna degli Oscar e che nel pavimento davanti all’entrata ospita le impronte delle mani degli attori). A parlare è Alan Leeds, a quel tempo Tour Manager di Prince, che si trova nella limousine con Prince stesso. Alan è seduto di fianco a Prince. Mentre davanti, di fianco all’autista c’è seduto Big Chick, la mastodontica guardia del corpo di Prince. Le limousine si avvicinano in fila indiana. In una, dice Alan, ci sono Wendy e Lisa. In una c’è Bobby e Fink. E così via. I protagonisti del film stanno facendo il loro ingresso nel mondo delle celebrità.

Al teatro li aspettano una sacco di VIP, di attori, di cantanti e di personaggi già famosi. Mentre le auto si avvicinano, Big Chick viene aggiornato dai suoi colleghi via walkie-talkie su ciò che avviene al teatro. Quando sono a cinque o sei isolati dal teatro, uno dei ragazzi della sicurezza racconta ciò che vede e parla di una cosa mai vista prima, “ci sono migliaia di ragazzi e la polizia sta impazzendo per controllare la folla”. Prince sente queste parole uscire dall’interfono e qualcosa succede nella sua testa (qualcosa si rompe, dice Alan). Con un filo di voce, Prince chiede a Big Chick: “cos’hanno detto?”. Alan osserva il viso di Prince e ha di fronte uno sguardo di stupore misto a paura (Alan usa la frase idiomatica “deer in the headlights“) e prosegue il racconto così:

Nel cervello di Prince passano tutte le immagini legate all’impegno profuso in quel periodo. Gli accordi per fare il film, la registrazione dell’album, le anteprime al First Avenue. Tutto era servito a questo momento. Tutto ciò che era nato dalla sua immaginazione. Per una frazione di secondo era perso. Mi ha preso la mano e ha ripetuto, sempre con un filo di voce tremolante “cosa ha detto? digli di ripeterlo!”. La sua mano tremava. Questa cosa sarà durata 10 o 15 secondi. Poi, improvvisamente, Prince si è irrigidito, ha indossato la sua (imperturbabile e imperscrutabile) faccia da poker e da quel momento in poi è tornato Prince.

Prince the Underdog