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Computer Music

Parliamoci chiaro, io sono un perito informatico. Non esisterei se non fosse per i chip, la silicon valley, Steve Jobs & Bill Gates, Pro Tools & Cakewalk, il Commodore Amiga. Trapasserò, speriamo presto, davanti a una qwerty. Quando la mia vita incrociò la musica di Prince, a Paisley Park si era messa da parte l’elettronica. Siamo nel 1991 e dopo anni di batterie elettroniche, Prince riprende i vecchi amici di Minneapolis (che poi era solo Sonny Thompson) e fa un album di grande successo. Non il mio preferito, ma senza dubbio un album importante.

Riavvolgiamo il nastro un’altra volta.

Avevo già acquistato Lovesexy e Batman, ma non era scattata la scintilla. Quando andammo a vedere il film del pipistrello manco rimasi colpito dalla giornalista, pensa te, ma da quel pazzo-erotomane di Jack Nicholson. Eravamo nel cortile della biblioteca di Gorgoncity, a pochi passi dal parco, il cui guardiano era stato rinominato il parcheggiatore. D’estate passavo dal giornalaio, prendevo la Gazzetta dello Sport e in bicicletta andavo a leggerla al parco. Giorgio, il cui papà faceva il frontaliero per le Ferrovie dello Stato a Lugano, mi disse: sembri un pensionato. Avevo 18 o 19 anni. Già puntavo al tramonto, più che all’alba. Mentre quei quattro insistevano con il trovatevi in garage per suonare, io facevo musica nella mia cameretta. Ero depresso. Invece un giorno arrivò 1999. Maccheccazzo. Tutta questa musica insieme? Quella batteria elettronica lanciata per diversi minuti, con pochi suoni, a volte con degli scherzi, era la perfezione. Meno è più. Anche se più me lo meno. più vengo meno. Cazzate. E poi c’era la chitarra elettrica e: I like it funky! Ancora oggi, 1999 è l’album che mi predispone al rimedio chimico ed elettronico. Non avevo ancora iniziato la mia fase terapeutica, ma già sentivo qualcosa di simile dentro di me. Lui aveva immaginato il gioco di ruolo, ma con Jill Jones tra i cap-peli è più facile, no? Allontanando gli spiriti, sai che c’è una frase che potrebbe aprire la strada della felicità: Rain is wet, Sugar is sweet. Al telefono, uno sconosciuto mi disse: Te l’hanno detto che Prince è omosessuale? Cosa? Wendy & Lisa lo sputtanano. Che cazzomenefrega se Prince è omosessuale (a parte preoccupare daddy?). Parliamo di musica: ci sono persone che ancora stanno lì a discutere sulla genialità di Gary Numan, disse Prince. Gary Numan rispose: questa cosa mi ha aiutato. Ogni volta che qualcuno del genere parla positivamente di te, allora un sacco di persone lo leggono. Vedono il tuo nome sotto una luce positiva. E questi andranno a cercarti e vedere cosa fai, forse a qualcuno piacerai. Sembra che il riconoscimento abbia tenuto viva la mia carriera. Annotarsi sulla Moleskine: la felicità è figlia di ciò che pensi di te o di ciò che gli altri pensano di te? La signora tassista che portava Prince in giro per LA non sapeva che esistesse la new wave inglese. C’è questo film su Amazon Prime intitolato Control e dedicato Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Il film è del 2007 ed è un ritratto della provincia inglese degli anni 70. Del proletariato pro-brexit. Proiettato in bianco e nero e diretto da Anton Corbjin. Curato nei particolari musicali (alcuni brani escono proprio dalle loro registrazioni). Sì, è la provincia Manchester (Ian tifava City, per dire), ma potrebbe essere Edina, Cernusco, Correggio o North Minneapolis. La musica è motivo di creazione per vincere le paure. Fino a diventare un boomerang; il complemento oggetto del dolore diventerà il soggetto. Arrivavamo dagli anni 60. La libertà sessuale all’Esselunga, la guerra in Vietnam si era chiusa al VAR, il paradiso in terra. Il sei politico. Tutti promossi senza fare una mazza. Quando poi siamo entrati negli anni 70 ci siamo accorti che la libertà non era nulla di buono. Che ci faccio adesso con tutta questa felicità se sono senza soldi? Piazza Fontana, l’anarchico Pinelli, l’omicidio Calabresi e i toscani che facevano tremare le mura della Casa dello Studente in Via Pascoli. Abbiamo perso la verginità; era un quarto di secolo che la DC ce lo metteva nel sedere. Ci mancava solo il Golpe Borghese per farci capire che non avremmo mai raggiunto la pace dei sensi. Io andavo a fare le elementari dalle parti di Piazza Leonardo da Vinci. Il mio primo giorno di scuola mio papà non c’era e venne mia mamma che fece delle foto spettacolari. Era il 1976, o il 1977, o il 1975. La mia maestra era antipatica e fascista. In quinta ci disse: Mussolini ha fatto anche delle cose buone. Non è vero un cazzo, vecchiadimmerda. Mi fanno ridere quelli che oggi si lamentano dei maestri cattocomunisti. Io ne ho avuto una che menava i poveri per dare ai ricchi.

Questi erano gli anni 70. Prince li prese, li mise in tasca e ci costruì sopra 1999. Ian Curtis provò a raccontarli, ma finì come finì. Nel 1980 i Pooh incisero Non Siamo In Pericolo. Gli anni 70 erano finiti. Non era il caso di continuare a darci delle bottigliate sui maroni. Perché non sfogarci con l’estetica? Mtv nasceva in quei giorni. Era il primo passo verso gli influencer (rob dè mat, Ferragni). E con l’arrivo dell’AIDS tutto divenne un grosso punto di domanda. Sembrava sufficiente guardare una ragazza sul metrò per diventare conclamati. Spaventati da un mondo inospitale: Welcome 2 AIDS, scrivevano le modelle sullo specchio dell’hotel quando ti svegliavi la mattina e lei se n’era andata. Avevano rovinato il sesso, rimuovendo l’amore. Avevano rovinato le personalità, rimuovendo le paure. Avrebbero rovinato l’estetica, rimuovendo il carattere.

Cristina dice che i computer erano il mio luogo sicuro. Lì era tutto o zero o uno. Non c’erano i miei genitori a litigare. Non c’erano i miei nonni a far litigare i miei genitori. Lì potevo anche avere un fratello e non un nemico. Lo costruivo con le mie forze. Bello o brutto, faceva quello che volevo io. Al limite andava in errore. Poi bastava gestire l’errore. Il computer non mi sputtanava con gli altri. Non mi sparlava dietro le spalle. Non sarebbe andato da mio papà a dirgli che avevo sbirciato nel regalo di Natale, come aveva fatto mia nonna. Mio papà tornò a casa e (letteralmente) saltò sopra al pacchetto, distruggendolo. Fu come una furia. Fu la sua risposta alla mia richiesta di diventare grande. Avevo detto: adesso che so che Babbo Natale non esiste, possiamo mettere i regali davanti all’albero? Si vede che non era d’accordo. Ma mia nonna non si poteva fare i cazzi suoi? Mio padre era capace di sfuriate nervose che spaventavano tutta la famiglia. Una cosa curiosa, che non ho mai ben capito, è che lui dopo queste sfuriate non veniva a cena. Oltre averci gentilmente donato qualche minuto di ansia e angosce (e la paura che potesse sfoderare l’arma d’ordinanza), ci mollava e non veniva a mangiare con noi. Io mi domandavo: ma che cazzo c’entra? Un egocentrismo portato all’eccesso. Mia mamma dice sempre: se il braccio ti fa male alzandolo, perché lo alzi?

Quella ricetta di Prince mi fu fatale. Quando lessi A Pop Life con tutte quelle vicissitudini famigliari. In qualche maniera mi rispecchiai. Quella capacità di catalizzare nella musica tutta la sua rabbia, fu una vera e propria epifania. Io, per il bene comune, non l’avevo mai fatto. A tratti forse, ma mai con la sua precisione. Va bene, va bene. Ho esagerato. Spero di senta l’ironia. Torno in me stesso. Non potevo certo mirare ai risultati di Prince. E poi io vivevo ancora con i miei. Non avevo Bernadette Anderson che mi potesse ospitare e insegnare: un po’ di disciplina è ciò di cui hai bisogno. Prince dedica una frase alla sua mamma adottiva, prima di dedicarne una alla madre (la sorella era già stata omaggiata). Non so se ci siamo capiti.

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