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Prince e il metodo Sign o’ the Times: errori, mito e racconto

A un passo dai 40 anni di Sign o’ the Times (31 marzo 1987), il Guardian intervista John McKie per il suo libro Prince: A Sign o’ the Times costruito interamente “attraverso il prisma” dell’album e basato su centinaia di interviste (Simon & Schuster) ed è l’occasione anche per me di fare filò su questo album storico.

L’album nacque dallo smontaggio di tre progetti abortiti (Dream Factory, l’alter ego Camille, il triplo Crystal Ball ridotto dalla label a doppio LP): Prince aveva appena licenziato i Revolution e rotto il fidanzamento con Susannah Melvoin, sorella gemella della chitarrista Wendy della band di Prince e incanalò tutto in 80 minuti di funk, Christian rock, power pop e falsetti.

Susannah Melvoin — fidanzata dal 1985 all’86, caregiver di Prince, corista part-time, co-autrice di Starfish and Coffee — è la musa-ombra di quel periodo; forse per lei Prince scrisse Nothing Compares 2 U, poi diventata cavallo di battaglia di Sinéad O’Connor. Secondo McKie: chi amava Prince rimpiange che lui non l’abbia sposata, ma Prince aveva una definizione di monogamia differente dal resto della popolazione.

La storia tecnica più bella riguarda The Ballad of Dorothy Parker, brano con le alte frequenze smorzate perché l’ingegnera Susan Rogers configurò male la console nuova e Prince, che non è mai stato un perfezionista, non volle correggere: «Questa console mi piace, ma è un po’ piatta, non è vero?»

Prince non nascose l’errore né lo spacciò per intenzione — lo riconobbe e lo usò. Tentò una terza via tra perfezionismo e inganno: dichiarare l’incidente e farne stile. Se funziona, è il suono dell’opera ed è una dichiarazione del metodo, l’errore dichiarato è stile, dove l’esibizione nascosta (come nel caso di Timeless, l’uscita postuma del 2026 che contiene parti registrate dopo la morte di Prince) è truffa. La differenza è la trasparenza della filiera nei confronti del pubblico.

Prince non dava interviste, non condivideva i piani, pagando il conto dell’anti-esibizione totale che lascia il racconto agli altri: la conoscenza dell’uomo passava tutta per testimonianze di terzi e oggi il vuoto narrativo lasciato è stato riempito dal mercato dei libri. Le emozioni che non dichiarava a parole, Prince le filmava in sala di registrazione, così il materiale privato non sparisce: cambia scaffale nel Vault. L’anti-esibizione non elimina il racconto: lo delega. È un correttivo onesto, ma pericoloso; senza un’identità da difendere gli permise di essere incoerente. Il monumento fu costruito con pezzi di cantieri abbandonati, un alter ego mai pubblicato e un errore di cablaggio che nessuno corresse. Prince non parlava di sé, ma registrava tutto: le donne, le note sbagliate, i progetti morti. Meglio essere, come l’album, incoerenti in pubblico e coerenti in archivio.


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