Chi di notte coltiva la passione del sax
sappia che i condomini non masticano il Jazz
Chi rincorre in pigiama ideali à gogo
vedrà che rebelot
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…ero pronto a darvi in pasto le mie nascoste abilità musicali per fare un’analisi dell’album Timeless, brano per brano. Odio le recensioni fatte poco dopo l’uscita di un lavoro, ma non mi parlate di quelle scritte prima dell’uscita di un album, redatte con il copia-e-incolla delle note stampa delle case discografiche. Nella mia piccola realtà di provincia mi sono risvegliato nel sogno di un album di Prince, immerso nell’incubo della fredda realtà che arriva da Chanhassen.
Timeless contiene Calabama, un pezzo funky registrato nel 2003 durante le sessioni di Musicology e inserito nel nuovo album postumo, un po’ come riempitivo e non come traccia principale. Ci avevano detto, con la solennità dei comunicati stampa firmati dalle major (ricordate quello che fa le recensioni prima dell’uscita dell’album?) che nessuna traccia era stata modificata o alterata. Poi arriva Greg Boyer, già membro dei New Power Generation, e con la disarmante onestà dei veri musicisti scrive su Facebook: I fiati li ho registrati un paio di mesi fa nello studio del mio seminterrato.
Poveri vicini di casa.
Nel nastro originale lasciato da Prince nella stanza impolverata (il vault), quei fiati semplicemente non c’erano. C’era – a quanto dicono – un sintetizzatore. Ma la burocrazia del baraccone commerciale non tollera i vuoti. Bisogna levigare, colorare, rendere appetibile. Come ha scritto una fan su Change.org chiedendo le dimissioni dei manager: Dipingereste mai sopra la Gioconda? Io no. Loro sì. Gira voce che abbiano preso Heaven del 1985, l’abbiano tagliata di tre minuti e l’abbiano infarcita di chitarre pop assenti nel demo originale. Tick, Tick, Bang, quel graffio nervoso del 1981 lo addomesticano con una chitarra distorta quasi cartoonesca.
Bon.
Andiamo avanti.
Il trombonista Michael B. Nelson ha avuto la schiena dritta di dire no, rifiutandosi di prestarsi a queste sovraincisioni postume. L’avranno bandito da Paisley Park, sicuro. Altri, come Adrian Crutchfield, si sono trovati impantanati in crediti anacronistici per brani registrati quando non erano nemmeno nella band. Poi c’è la reazione di The Second Disc, che ha dichiarato il boicottaggio editoriale: nessun articolo, nessuna recensione sul catalogo finché non tornerà l’onestà filologica dell’era di Troy Carter. Chissà quello che fa le recensioni prima dell’uscita dell’album come si comporterà…
Perché il disegno, a guardarlo bene, è sempre lo stesso. È la stessa ansia di controllo che ha spinto l’Estate a seppellire il monumentale documentario di 9 ore di Ezra Edelman. Il regista ha detto che i manager si sono presentati con diciassette pagine di veti e richieste di tagli. Di cosa hanno paura? Vogliono un santino rassicurante da vendere alle famiglie… Lo stesso santino che a Minneapolis è quasi franato sul palcoscenico del musical Purple Rain. Uno spettacolo con una scrittura così confusa e, a quanto si dice, ricca di battute imbarazzanti sull’immaturità cerebrale dei giovani.
In questa commedia dell’arte postuma, c’è un delirio di protagonismo che mi sta raccontando tante cose e mi deprime perché Prince non può più difendersi. Si possono anche ricoprire d’oro le crepe, aggiungere ottoni registrati in cantina e tagliare i minuti che fanno paura, ma la verità di Prince abita in quel nastro imperfetto, nudo, sporco e sublime che nessun sovraincisione commerciale potrà mai cancellare. C’è qualcosa di profondamente malinconico e triste nel vedere che si tenta sistematicamente di addomesticare Prince. Sign ☮️ the Times è di una bellezza enorme, perché è scarno, svuotato delle sovra-incisioni. Ed è lì che Prince diventa un esempio per chi vorrebbe fare musica da musicista; lasciateci ascoltare le versioni del forziere di Paisley Park, senza correzioni o revisioni, puro e semplice Prince.
In purezza.
Gassare artificialmente un vino d’annata, non è quello per cui siamo disposti a pagare un solo euro in più.
Per quest’uomo – o qualcosa di simile a un essere umano – che ha saputo donarci un simile talento, basta soffiare via la polvere.
Nient’altro.
Alla fine, è una questione di etica nel rispetto per l’incompiuto, del limite invalicabile che separa l’opera d’arte dal prodotto di largo consumo.
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