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La Magia di Paisley Park: Storia di Cat e Ingrid
Tra tutti i ricordi di Cat, ecco quello di Ingrid Chavez:
Mi ha sempre dimostrato tanto amore. La sera in cui conobbi Prince, lui mi portò a Paisley Park e mi fece aspettare per un’eternità in una stanza con una sola candela; fu Cat a chiamarlo per incontrarlo lì. Fecero un giro in macchina e lui le raccontò dell’incontro con me al club. Lei sapeva che quella sera era cambiato qualcosa per lui.
Da allora si impegnò a diventare mia amica, anche contro il volere di Prince. Essere la nuova ragazza nel suo mondo era difficile, ma lei mi faceva sempre sentire accolta e amata. In cambio, il mio circolo di amici le ha dato un mondo al di fuori di Paisley Park, a Minneapolis, per sfuggire alla follia che sembrava sempre circondarli a Minnetonka. Lei fa parte di quel periodo della mia vita tanto quanto Prince.
Mi ha riportato alla mente tanti ricordi di quell’inverno durante la registrazione di Lovesexy al simposio. Quel giorno era così divertente, raggiante e piena di vita e di gioia. Ero così felice di vederla.
Ha un posto speciale nel mio cuore.
Ti voglio bene, Cat… Se esiste un paradiso, spero che tu stia ballando con Prince.
Il Prince che non abbiamo mai conosciuto
Nei giorni scorsi è stato pubblicato un lungo e interessante articolo di Sasha Weiss sul New York Times Magazine (link) dedicato alle vicissitudini della produzione del documentario di Netflix su Prince. L’abbiamo tradotto e l’abbiamo fatto per agevolare la conoscenza di un argomento tanto importante per noi fam. Buona lettura.
Continua a leggere “Il Prince che non abbiamo mai conosciuto”Royalty At The Park: Storia Non Raccontata di Prince e Michael Jackson
Cosa succede quando due icone della musica, spesso contrapposte, si incontrano in privato?
Nel corso della loro vita, Michael Jackson e Prince hanno avuto diversi scontri a partire dalla fine degli anni Settanta.
Alcuni, più famosi di altri. Altri, avvolti nella segretezza.
Nella primavera del 1988, dopo tre serate di tutto esaurito a Minneapolis, Prince decise di invitare Michael Jackson. Lo invitò nel suo complesso di Paisley Park.
Questo incontro privato tra due giganti del mondo dello spettacolo segna l’inizio di una vera amicizia. Era lontano dalla stampa, dagli addetti ai lavori e dai manager. La nascita di un rispetto reciproco che è continuato fino alla scomparsa di Michael nel 2009.
Royalty At The Park ci porta dietro le porte di questa fatidica serata. Di questa serata, la gente non sa quasi nulla.
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Ispirato a fatti realmente accaduti, Royalty at the Park è un cortometraggio in live-action
In fase di finanziamento tramite Kickstarter e le cui riprese sono previste per la fine del 2024. Aggiornamento di luglio 2025: il progetto non ha raccolto la somma prevista ed è stato abbandonato.
Fonte: https://www.kickstarter.com/projects/royaltyfilm/michael-jackson-and-prince-royalty-at-the-park
Nomi e cognomi
Mentre torno a casa ascolto KCRW. Spontaneamente, rifletto: esiste un sacco di bella musica al mondo e (non si sa come mai) in tivù e alle radio italiane vengono trasmesse sempre le solite tiritere.
Continua a leggere “Nomi e cognomi”Isole
Finalmente su Netflix un film italiano che vale la pena guardare. Si chiama L’incredibile storia dell’Isola delle Rose. Racconta il percorso dell’isola artificiale costruita alla fine degli anni 60 al largo delle coste di Rimini. L’ideatore è un ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, frustrato dall’impossibilità di vivere in una società più aperta alle sue innovazioni strampalate, ma funzionanti e che alla fine decide di costruire un suo stato. Una nazione vera e propria su una piattaforma al di fuori delle acque territoriali italiane con francobolli, valuta e passaporti. La fama dell’isola si allarga presto e diventa un luogo di incontro, di svago e contro-cultura per i giovani dell’epoca. La storia coinvolge, perché ci si immedesima nella sua battaglia idealista contro lo status quo, rappresentato da uno stato cattocomunista che cerca in tutti i modi di evitare un pericoloso precedente (nel film la parte più godibile è la narrazione politica, con gli scambi tra l’allora primo ministro Giovanni Leone e il suo ministro dell’interno Franco Restivo).
Per caso, considerando anche a chi è dedicato questo sito, la storia dell’Isola delle Rose ricorda lateralmente la storia del parco cachemire (Paisley Park 😂)? Paisley Park fu l’Isola delle Rose di Prince. Gli studi di Chanhassen sono stati la nazione autonoma dove governava (o imperava) Prince. La sua moneta erano le canzoni. Il passaporto erano i suoi concerti. Chi era il grande nemico di Prince, che nel film dell’Isola delle Rose è lo stato italiano? Forse gli stereotipi. Le categorie musicali e sociali. La disco e il rock. Per Prince non esistevano confini, non c’erano acque territoriali. Come gli uccellini che migrano sopra le nostre teste, impavidi dei confini, della Brexit e guidati solo dall’istinto. Lo stesso istinto, o gut (la pancia degli inglesi), che tracciava la strada della musica di Prince. Che gli intimava di rimanere chiuso a Paisley Park, senza contatti con l’esterno.
All’inizio della storia di Paisley Park, lo dimostrano le perle che stanno uscendo (per fortuna) dal Vault, il mondo di Prince era in battaglia contro il mainstream, rimanendo nel mainstream. Diventando il mainstream. Anche Prince incontrò il successo, riuscendo a rimanerne di fuori. Era la musica il suo strumento principale. Oggi i musicisti non fanno concerti perché mettono in piazza tutta la loro vita con i social. Prince sapeva o voleva misurare le parole, buttando lì delle fandonie per interessare il pubblico tipo quella che era di origine italiana. O la sua preferita, cioè che ogni tournée era la sua ultima tournée.
Adoravo la sua capacità di isolarsi a Paisley Park e di chiudere i rapporti con gli estranei, ampliando peraltro a dismisura la definizione di estraneo. Il suo solo obiettivo era produrre canzoni. Esplorare mondi musicali e implorare le donne nelle sue canzoni. Chissà, forse anch’io mi sono fatto un’immagine ideale di Prince, costruita su quello che so, che non è detto che sia vicino alla verità. Ma queste sono le regole del gioco dove è necessario avere il pathos della distanza. Non ti dovevi e non potevi avvicinarti troppo a Prince. E questo valeva – ovviamente – per i fan e anche per i cosiddetti esperti giornalisti.
Prince fu attratto dai social. Aveva un account di twitter dove scriveva post che poi cancellava. Un account su Instagram, dove Prince poteva mostrare la sua passione per la fotografia, che presto venne ribattezzato Princegram. Qualche sprazzo di streaming in diretta e un account su Facebook dedicato a lui con le ragazze, le 3rdeyegirl.
Prince non voleva raccontare la quotidianità come fanno i cantanti di oggi. Nessuna Emily che gli gestisse gli account dei social, Prince aveva rivisto alla sua maniera i social, per non cadere nella trappola dell’uniformità (e della falsa intimità). I cantanti dei giorni nostri usano i social per farsi e fare pubblicità. Lo fanno in maniera esplicita. Oramai, è un vizio comune. Su linkedin trovi decine di persone che intendono dare una mano agli altri, manco fossimo tutti la Croce Rossa, con annunci tipo: aiuto le persone e le aziende a crescere. Sono forme astute per vendere un servizio senza sembrare dei commerciali. Non so voi, ma io in giro vedo solo persone che, giocando sul cellulare alle gemme, cercano di tirarmi sotto mentre attraverso la strada sulle strisce pedonali (mi è capitato veramente). Altroché aiutare. Un post ci può dare uno spunto. L’idea per un libro e per fare un lavoro, ma non sarà un social che ci aiuterà a studiare per quel lavoro o a trovare gli soft skills necessari per farci largo nella giungla degli open space. Ipotizzo, quindi, che l’uso dei social sia principalmente un’attività di marketing. Come se ognuno di noi sui social avesse, che so, un negozio di abbigliamento e volesse avvertirci quando fa i saldi. Con questo non dico che sia illegale, tutt’altro. Dico che certe cose dovremmo trovarle dentro di noi. C’è questo libro di Pietro Trabucchi intitolato Perseverare è umano, che intende diffondere le soluzioni trovate dagli sportivi a persone normali come me. Il problema è che è più semplice guardare una storia di Instagram, comprare un gratta e vinci e sperare nella fortuna per fare il salto in avanti. Tutte cose che faccio io. Ma George Bernard Shaw diceva La libertà significa responsabilità. Significa anche impegno e resistenza. Se potessi tornare da Simone di 30 anni fa gli direi di tenere duro e continuare a fare musica, di non ascoltare gli altri, non cedere alle sirene di un lavoro qualunque da lunedì a venerdì, con le ferie pagate. Oramai è andata così, ma mi rimane questo ultimo tratto di strada da percorrere (insieme a voi, se vi va).
La musica bellissima (di Prince) che ci accompagna e ci ha guidato fino ad oggi ce la siamo andati a cercare. Non era nascosta tre le storie di Instagram. Era tra le fresche frasche dei nostri inverni solitari. Avevo nel cuore e nella mente il funk. Non so perché, ma so che ho sempre amato il ritmo funk. E allora come fu che mi avvicinai a Prince? La curiosità di trovare qualcosa di nuovo, girando tra le radio e le televisioni di allora. Non conoscevo la sua storia, che non poco mi stupì quando lessi la biografia A Pop Life. Poi un giorno ebbi la conferma da mio fratello che, sentendo due cose della colonna sonora di Batman e sfinito dalla mia passione per i Pooh, mi parlò bene di Prince. Con Graffiti Bridge stavo girando sulla vecchia Cassanese quando un Dj alla radio disse: se vi piace il funk dovreste comprare l’ultimo album di Prince.
Ed eccoci qua.
“Lo so”
I know there’s a heaven
I know there’s a hell
L’avevano annunciata da qualche tempo e domenica sera, finalmente, c’è stata. La diretta Facebook da Minneapolis di Giordano V che ci ha scarrozzato tra il cielo plumbeo quasi canadese, gli aceri rossi e il simbolo viola che sa tanto di Giò Pomodoro.
Giordano vive dal 2013 poco lontano da Paisley Park dove ha passato milioni di notti. Già nel 1991 (quando io ancora mi facevo la pupù addosso) lui era là, con un misto di pazzia e coraggio. C’è tornato per viverci alla fine degli anni 90, ed ora si gode la famiglia. Domenica sera, in collaborazione con l’Assessore al Minneapolis Sound Luisa G., Giordano e consorte hanno guidato un nutrito gruppo di fan italiani in una viaggio quasi onirico di 2 ore; abbiamo passeggiato tra le ville (o quello che ne rimane) di Prince, lo studio di registrazione, dove si sono infilati nello store ufficiale, condendo il tutto con racconti emozionanti, divertenti e inimmaginabili.
A Chanhassen c’erano 3 gradi, mentre nella periferia dell’est Milano le mie estremità inferiori stavano tiepide grazie ad una borsa dell’acqua calda, che questa volta sono riuscito a prepararmi senza l’ustione di secondo grado. Sbagliando s’impala, direbbe un Testimone di Geova. E mentre una cimice sorvolava la mia postazione da dove scrivo, Giordano ci faceva atterrare nella regione dei 10mila laghi, dei grandi spazi e dei quartieri nuovi. Come un novello Obi-Wan Kenobi, ci istruiva sulle modalità di accesso alla “terra santa” (come avevano soprannominato gli studi di Prince) e su quel mondo irreale che è stato il mondo di Prince. Con il pensiero siamo stati al Glam Slam, a cercare tra le bobine dei master e nello studio seduti al fianco di Prince. Là dove il cuore batte.
Come in una realtà quantistica, la verità della musica di Prince ci permette di dire che egli non è scomparso. E mai lo sarà. Come il gatto di Schrödinger, fino a quando gli eredi, la Warner, la Sony (o chiunque sarà seduto sulla poltrona dell’archivista capo) continueranno a sfornare inediti (più o meno validi) Prince sarà sempre contemporaneamente vivo e morto. Per chi (come la gran parte di noi) stava dall’altra parte dell’oceano, la sola occasione per avvicinarlo erano i concerti dal vivo. Per chi (come me) si faceva la pupù addosso, la musica e internet erano i punti di contatto con lui. E poiché “chi è steso o dorme o muore, oppure fa l’amore“, un giorno (sooner than U think) il mio sistema para-simpatico e pure-antipatico smetterà “sfinito” di operare. E dopo quel giorno i miei nipoti, le loro amiche e gli amanti potranno ascoltare nuovi arrangiamenti e assoli di Eric Leeds che scivoleranno fuori dal Vault. Proprio come G ha predetto. E io non ho paura.
Finite le due ore, io e la cimice ci siamo salutati, abbiamo scambiato due parole su Eriksen dietro le punte. Lei è convinta che sarebbe meglio giocare con il rombo. E ci siamo ritirati ognuno nel proprio letto. E grazie a quel mondo impronunciabile che è la chimica applicata alle sinapsi, ho ripensato a chi mi raccontava del dottore dei pazzi. Pazzi sono quelli che giudicano gli altri pazzi, mi sono detto. E gli specialisti che sono in grado di salvare la vita delle persone? Lo so, è un peccato che non abbiano saputo intercettare il grande dolore precedentemente conosciuto come solitudine. “Quello che è successo” dice Giordano “è successo perché lui era innamorato di noi!” Non sapeva vivere un’altra vita, penso io. Nessuno gliel’aveva insegnata.
Mi addormento. E sogno Prince. Siamo io e lui. Io ho poco più che 25 anni. Siamo sulla provinciale che porta a Lecco. Non so perché. Camminiamo sul ciglio della strada. Lui è nel periodo Parade. Giacca di pelle nera e capello corto. Io ho appena smesso di farmi la pupù addosso. Da lontano frequento cattive compagnie, ma che per me sono buone. Frequento da vicino buone compagnie, ma che alla fine si riveleranno cattive. Se in quel periodo avessi fatto del nero, sarei diventato un uomo prima dei 30 anni. Prince lo sa. Io e lui camminiamo in fila indiana e sono preoccupato per le auto che ci sfiorano. Non so bene cosa dirgli. Prince è serio, ma sorridente. Oppure sorride seriamente. Affianchiamo dei centri commerciali, dei benzinai, e pub irlandesi della brianza alcolica e non parliamo. Prince mi guida da qualche parte. Vorrei dirgli qualcosa, ma non so cosa. Ho paura. Poi mi viene in mente una cosa da dirgli…
