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La Gestione Tossica di Paisley Park?

Opinione sul team Legacy

Lavoro al Paisley Park e tutti i dipendenti hanno le proprie opinioni sulla dirigenza e vorrei sapere cosa ne pensano i fan.

Il team Legacy (Londell e Charles Spicer) ha appena licenziato cinque persone molto importanti (che ricoprivano ruoli molto importanti e a cui tenevamo molto) nelle ultime settimane e tutto lo staff del Paisley Park è stato incredibilmente provato. Voglio solo lamentarmi in modo anonimo. Voglio che le persone sappiano cosa sta accadendo anche qui.

Paisley Park non se la passa bene.

Lo so perché ci ho lavorato per molti anni. Non inviare domande di alcun tipo. Trattano i dipendenti in modo orribile e non riescono mai a trattenerli. Alla fine del mio periodo, nel mio reparto c’erano solo 4 dipendenti a tempo pieno. Due di loro erano supervisori. Se non sei d’accordo con le opinioni di Londell e Charles, sei costretto ad andartene in un modo o nell’altro. Se hai delle lamentele, non ricevono risposta. E gli eventi che organizzano regolarmente? Puoi immaginare che il poco personale di cui dispongono faccia turni di 16-18 ore solo per soddisfare le richieste dell’azienda. Il weekend di festa è il peggiore per il personale. È noto anche come “weekend in cui non si dorme”, perché dovrai fare un turno minimo obbligatorio di 18 ore al giorno.

Ogni cosa buona che fai viene ricordata come un richiamo ai tuoi errori, per quanto piccoli. In alcune occasioni il mio responsabile ha litigato fisicamente con i membri del nostro staff. Se però vuoi un ambiente ad alto stress con una gestione tossica, allora sei il benvenuto. Amo Prince e tutto ciò che ha rappresentato e costruito da zero. Ma non riesco a sostenere l’attuale iterazione di Paisley Park.

Era molto meglio quando era sotto la gestione della Comerica. Ascoltavano davvero le preoccupazioni del personale e non ci facevano lavorare troppo se non era necessario. Con loro e Graceland avevamo tutto il personale al completo. Avevamo più libertà nel lavoro, a condizione che venisse portato a termine, e loro capivano cosa ci voleva per gestire un’azienda come Paisley. Le sessioni in studio erano molto più ristrette. Per poter registrare a Paisley Park, bisognava essere invitati. Ora basta dire di essere un artista emergente e il capo della sicurezza ti farà entrare per qualche giorno per divertirsi e magari tirare fuori una buona canzone.

Tutto ciò che viene fatto ora deve essere approvato direttamente da Londell e Charles, che in realtà non sono mai presenti perché sono a New York a rendersi ridicoli sui social media.

Non c’è una vera e propria struttura manageriale e si sono sbarazzati del nostro dipartimento delle risorse umane perché ritenevano che non fosse più necessario. Non c’è più sicurezza sul lavoro.

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La Magia di Paisley Park: Storia di Cat e Ingrid

Tra tutti i ricordi di Cat, ecco quello di Ingrid Chavez:

Mi ha sempre dimostrato tanto amore. La sera in cui conobbi Prince, lui mi portò a Paisley Park e mi fece aspettare per un’eternità in una stanza con una sola candela; fu Cat a chiamarlo per incontrarlo lì. Fecero un giro in macchina e lui le raccontò dell’incontro con me al club. Lei sapeva che quella sera era cambiato qualcosa per lui.

Da allora si impegnò a diventare mia amica, anche contro il volere di Prince. Essere la nuova ragazza nel suo mondo era difficile, ma lei mi faceva sempre sentire accolta e amata. In cambio, il mio circolo di amici le ha dato un mondo al di fuori di Paisley Park, a Minneapolis, per sfuggire alla follia che sembrava sempre circondarli a Minnetonka. Lei fa parte di quel periodo della mia vita tanto quanto Prince.

Mi ha riportato alla mente tanti ricordi di quell’inverno durante la registrazione di Lovesexy al simposio. Quel giorno era così divertente, raggiante e piena di vita e di gioia. Ero così felice di vederla.

Ha un posto speciale nel mio cuore.

Ti voglio bene, Cat… Se esiste un paradiso, spero che tu stia ballando con Prince.

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Il Prince che non abbiamo mai conosciuto

Nei giorni scorsi è stato pubblicato un lungo e interessante articolo di Sasha Weiss sul New York Times Magazine (link) dedicato alle vicissitudini della produzione del documentario di Netflix su Prince. L’abbiamo tradotto e l’abbiamo fatto per agevolare la conoscenza di un argomento tanto importante per noi fam. Buona lettura.

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Royalty At The Park: Storia Non Raccontata di Prince e Michael Jackson

Cosa succede quando due icone della musica, spesso contrapposte, si incontrano in privato?

Nel corso della loro vita, Michael Jackson e Prince hanno avuto diversi scontri a partire dalla fine degli anni Settanta.

Alcuni, più famosi di altri. Altri, avvolti nella segretezza.

Nella primavera del 1988, dopo tre serate di tutto esaurito a Minneapolis, Prince decise di invitare Michael Jackson. Lo invitò nel suo complesso di Paisley Park.

Questo incontro privato tra due giganti del mondo dello spettacolo segna l’inizio di una vera amicizia. Era lontano dalla stampa, dagli addetti ai lavori e dai manager. La nascita di un rispetto reciproco che è continuato fino alla scomparsa di Michael nel 2009.

Royalty At The Park ci porta dietro le porte di questa fatidica serata. Di questa serata, la gente non sa quasi nulla.

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Ispirato a fatti realmente accaduti, Royalty at the Park è un cortometraggio in live-action

In fase di finanziamento tramite Kickstarter e le cui riprese sono previste per la fine del 2024. Aggiornamento di luglio 2025: il progetto non ha raccolto la somma prevista ed è stato abbandonato.

Fonte: https://www.kickstarter.com/projects/royaltyfilm/michael-jackson-and-prince-royalty-at-the-park

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Isole

Finalmente su Netflix un film italiano che vale la pena guardare. Si chiama L’incredibile storia dell’Isola delle Rose. Racconta il percorso dell’isola artificiale costruita alla fine degli anni 60 al largo delle coste di Rimini. L’ideatore è un ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, frustrato dall’impossibilità di vivere in una società più aperta alle sue innovazioni strampalate, ma funzionanti e che alla fine decide di costruire un suo stato. Una nazione vera e propria su una piattaforma al di fuori delle acque territoriali italiane con francobolli, valuta e passaporti. La fama dell’isola si allarga presto e diventa un luogo di incontro, di svago e contro-cultura per i giovani dell’epoca. La storia coinvolge, perché ci si immedesima nella sua battaglia idealista contro lo status quo, rappresentato da uno stato cattocomunista che cerca in tutti i modi di evitare un pericoloso precedente (nel film la parte più godibile è la narrazione politica, con gli scambi tra l’allora primo ministro Giovanni Leone e il suo ministro dell’interno Franco Restivo).

Per caso, considerando anche a chi è dedicato questo sito, la storia dell’Isola delle Rose ricorda lateralmente la storia del parco cachemire (Paisley Park 😂)? Paisley Park fu l’Isola delle Rose di Prince. Gli studi di Chanhassen sono stati la nazione autonoma dove governava (o imperava) Prince. La sua moneta erano le canzoni. Il passaporto erano i suoi concerti. Chi era il grande nemico di Prince, che nel film dell’Isola delle Rose è lo stato italiano? Forse gli stereotipi. Le categorie musicali e sociali. La disco e il rock. Per Prince non esistevano confini, non c’erano acque territoriali. Come gli uccellini che migrano sopra le nostre teste, impavidi dei confini, della Brexit e guidati solo dall’istinto. Lo stesso istinto, o gut (la pancia degli inglesi), che tracciava la strada della musica di Prince. Che gli intimava di rimanere chiuso a Paisley Park, senza contatti con l’esterno.

All’inizio della storia di Paisley Park, lo dimostrano le perle che stanno uscendo (per fortuna) dal Vault, il mondo di Prince era in battaglia contro il mainstream, rimanendo nel mainstream. Diventando il mainstream. Anche Prince incontrò il successo, riuscendo a rimanerne di fuori. Era la musica il suo strumento principale. Oggi i musicisti non fanno concerti perché mettono in piazza tutta la loro vita con i social. Prince sapeva o voleva misurare le parole, buttando lì delle fandonie per interessare il pubblico tipo quella che era di origine italiana. O la sua preferita, cioè che ogni tournée era la sua ultima tournée.

Adoravo la sua capacità di isolarsi a Paisley Park e di chiudere i rapporti con gli estranei, ampliando peraltro a dismisura la definizione di estraneo. Il suo solo obiettivo era produrre canzoni. Esplorare mondi musicali e implorare le donne nelle sue canzoni. Chissà, forse anch’io mi sono fatto un’immagine ideale di Prince, costruita su quello che so, che non è detto che sia vicino alla verità. Ma queste sono le regole del gioco dove è necessario avere il pathos della distanza. Non ti dovevi e non potevi avvicinarti troppo a Prince. E questo valeva – ovviamente – per i fan e anche per i cosiddetti esperti giornalisti.

Prince fu attratto dai social. Aveva un account di twitter dove scriveva post che poi cancellava. Un account su Instagram, dove Prince poteva mostrare la sua passione per la fotografia, che presto venne ribattezzato Princegram. Qualche sprazzo di streaming in diretta e un account su Facebook dedicato a lui con le ragazze, le 3rdeyegirl.

Prince non voleva raccontare la quotidianità come fanno i cantanti di oggi. Nessuna Emily che gli gestisse gli account dei social, Prince aveva rivisto alla sua maniera i social, per non cadere nella trappola dell’uniformità (e della falsa intimità). I cantanti dei giorni nostri usano i social per farsi e fare pubblicità. Lo fanno in maniera esplicita. Oramai, è un vizio comune. Su linkedin trovi decine di persone che intendono dare una mano agli altri, manco fossimo tutti la Croce Rossa, con annunci tipo: aiuto le persone e le aziende a crescere. Sono forme astute per vendere un servizio senza sembrare dei commerciali. Non so voi, ma io in giro vedo solo persone che, giocando sul cellulare alle gemme, cercano di tirarmi sotto mentre attraverso la strada sulle strisce pedonali (mi è capitato veramente). Altroché aiutare. Un post ci può dare uno spunto. L’idea per un libro e per fare un lavoro, ma non sarà un social che ci aiuterà a studiare per quel lavoro o a trovare gli soft skills necessari per farci largo nella giungla degli open space. Ipotizzo, quindi, che l’uso dei social sia principalmente un’attività di marketing. Come se ognuno di noi sui social avesse, che so, un negozio di abbigliamento e volesse avvertirci quando fa i saldi. Con questo non dico che sia illegale, tutt’altro. Dico che certe cose dovremmo trovarle dentro di noi. C’è questo libro di Pietro Trabucchi intitolato Perseverare è umano, che intende diffondere le soluzioni trovate dagli sportivi a persone normali come me. Il problema è che è più semplice guardare una storia di Instagram, comprare un gratta e vinci e sperare nella fortuna per fare il salto in avanti. Tutte cose che faccio io. Ma George Bernard Shaw diceva La libertà significa responsabilità. Significa anche impegno e resistenza. Se potessi tornare da Simone di 30 anni fa gli direi di tenere duro e continuare a fare musica, di non ascoltare gli altri, non cedere alle sirene di un lavoro qualunque da lunedì a venerdì, con le ferie pagate. Oramai è andata così, ma mi rimane questo ultimo tratto di strada da percorrere (insieme a voi, se vi va).

La musica bellissima (di Prince) che ci accompagna e ci ha guidato fino ad oggi ce la siamo andati a cercare. Non era nascosta tre le storie di Instagram. Era tra le fresche frasche dei nostri inverni solitari. Avevo nel cuore e nella mente il funk. Non so perché, ma so che ho sempre amato il ritmo funk. E allora come fu che mi avvicinai a Prince? La curiosità di trovare qualcosa di nuovo, girando tra le radio e le televisioni di allora. Non conoscevo la sua storia, che non poco mi stupì quando lessi la biografia A Pop Life. Poi un giorno ebbi la conferma da mio fratello che, sentendo due cose della colonna sonora di Batman e sfinito dalla mia passione per i Pooh, mi parlò bene di Prince. Con Graffiti Bridge stavo girando sulla vecchia Cassanese quando un Dj alla radio disse: se vi piace il funk dovreste comprare l’ultimo album di Prince.

Ed eccoci qua.